O di Frank Sinatra tifoso genoano e De Rossi che odia i social network.

Genoa-Inter, per me, era un cinque-a-quattro in una partita di campionato disputata il 1° aprile – del 2012, l’esordio di Andrea Stramaccioni sulla panchina nerazzurra – con tripletta di Diego Milito, che mi pare di ricordare non avesse esultato, e doppietta di Alberto Gilardino, su rigore, con Rodrigo Palacio – al Genoa, allora – che aveva segnato un terzo rigore di quella partita incredibile e assurda. Era a San Siro, il Genoa era impantanato nella lotta per non retrocedere e si era affidato al secondo allenatore della sua stagione – Pierpaolo Marino, dopo Alberto Malesani ma prima di Luigi De Canio – e proprio a San Siro il Grifone aveva perso per 5-2 nel marzo 2011 (in una partita di cui si ricordano gol e assist di Rodrigo Palacio e, soprattutto, nel finale, il primo gol di Mauro Boselli in rossoblù – all’esordio –, cioè l’unico se si esclude quello al 97’ del derby contro la Sampdoria l’8 maggio 2011) e avrebbe perso per 5-0 il 2 novembre 2018, subendo una doppietta di Roberto Gagliardini. Questo per dire che, a Milano, per il Grifone, che ha perso le ultime undici trasferte contro l’Inter segnando appena due gol – uno di Armando Izzo, nel gennaio 2015, l’altro di Johan Vásquez, nel 2024 – c’è sempre stata poca fortuna.
Nei 144 incontri censiti dal 1909, il Genoa non ha ovviamente un bilancio favorevole – 38 vittorie, 36 pareggi e 70 sconfitte, con 178 reti segnate e 250 subite – contro i nerazzurri, neanche isolando i soli confronti in campionato, dove l’Inter ha vinto sessantadue partite su centotrentacinque. In casa, al Luigi Ferraris, però, ed è qui che volevo arrivare, il bilancio è meno impari: il Genoa ha vinto 27 partite, ne ha pareggiate 24 e ne ha perse 119, tutto questo segnando 112 gol e subendone 90. Il Genoa non vince contro l’Inter dal febbraio 2018 – nove sconfitte e tre pareggi (tutti nelle ultime tre partite giocate a Genova) in dodici partite – e, soprattutto, non vince a San Siro contro i nerazzurri dal marzo 1994 – era il Genoa di Signorini e Torrente e Franco Scoglio in panchina: doppietta di Ruotolo e gol di Skuhravy – e anzi a Milano ha perso quindici delle ultime sedici partite. Eppure, a Genova, è sempre stata una storia un poco diversa: c’è stato un periodo, tra 2014 e 2018, in cui il Grifone ha sempre battuto l’Inter, in addirittura cinque partite di fila, ognuna con un ricordo speciale. Il colpo di testa di Luca Antonelli su corner di Bertolacci nel gennaio 2014, contro l’Inter di Mazzarri e Palacio e Milito titolari. Il colpo di testa di Juraj Kucka all’89’ nel maggio 2015, che tolse l’Europa all’Inter di Mancini, a cui aveva segnato Maxime Lestienne dopo un pasticcio di Handanovič e Ranocchia. La zampata di Sebastien De Maio nell’aprile 2016, che, ancora una volta, risultò indigesto all’Inter, ancora di primavera. Che dire dei gol di Pandev, nel maggio 2017, da subentrato a Giovanni Simeone, infortunato, contro la squadra con cui il macedone aveva conquistato il Triplete, e nel febbraio 2018, dopo un’autorete di Ranocchia?
Da allora, in un certo senso, la striscia positiva si era interrotta: il Genoa aveva perso tre volte di fila in casa, ma sempre con uno scarto minore – 0-4 nel 2019, 0-3 nel luglio 2020 e 0-2 nell’ottobre 2020 – e a un certo punto aveva iniziato a pareggiare contro l’Inter, 0-0 nel febbraio 2022, 1-1 nel dicembre 2023 e infine 2-2 il 17 agosto 2024, con gol di Vogliacco e rigore last-minute dell’ex milanista Junior Messias. Dopo tre sconfitte e altrettanti pareggi, insomma, la cabala poteva far sperare che il Genoa di Daniele De Rossi – che fin qui non aveva mai perso sulla panchina del Grifone – riuscisse nel colpaccio, in una serata genovese insolitamente calda, alle 18 di domenica 14 dicembre 2025, e in una gara preceduta dall’invito a vaccinarsi. Dalle 14 alle 17, difatti, all’esterno dello stadio Ferraris è stato posizionato un ambulatorio mobile di ASL3 dedicato alla vaccinazione antinfluenzale ad accesso diretto senza prenotazione, un’iniziativa reclamizzata nei giorni precedenti anche da Matteo Bassetti su Instagram. Prima della partita, poi, il cantante PierC, fresco di quarto posto a X Factor, si sarebbe esibito in un omaggio a Frank Sinatra (qui il video di Genova 24), il mitico cantante e attore americano (di madre nata a Lumarzo (GE), tifoso genoano al punto, pare, di volersi far seppellire con una cravatta rossoblù) in occasione del centodecimo anniversario della sua nascita, il 12 dicembre 1915, quando il Genoa, il club più antico d’Italia, esisteva già da ventidue anni. Comunque, My Way, vale la pelle d’oca.
Sky Sports
Il Genoa, che in settimana ha inaugurato nel centro cittadino, in via Banchi, uno store in partnership con Velier, e che più ampiamente ha ritrovato nuova linfa con l’arrivo in panchina di Daniele De Rossi – 8 punti in 4 gare: due pareggi, contro Fiorentina in casa (2-2) e Cagliari in trasferta (3-3), e due vittorie, contro Hellas Verona in casa (2-1) e Udinese in trasferta (1-2) – trova l’Inter che, in virtù dei risultati del pomeriggio, vincendo al Ferraris sarebbe la nuova capolista in solitaria della Serie A. Il Milan, infatti, ha pareggiato per 2-2 a San Siro contro il Sassuolo mentre il Napoli ha addirittura perso a Udine subendo tre gol (uno, convalidato, a Ekkelenkamp e due, annullati, a Keinan Davis e Nicolò Zaniolo). Nella parte opposta della classifica, cioè in basso, l’Hellas Verona ha vinto per 2-1 a Firenze con doppietta di Gift Orban (e il secondo gol al terzo minuto di recupero del secondo tempo) e perciò ha doppiato i viola in classifica (12 punti contro 6). Rintanarsi come il granchio nella propria tana nell’omonimo pezzo che Bresh ha cantato allo scorso Sanremo – e che risulta essere il brano più ascoltato nel 2025 dall’autore di questo articolo secondo l’accurato e inappuntabile Wrapped di Spotify, in fondo, al Festival 2026 non manca troppo – non è una soluzione accettabile. Per questo, De Rossi – con cui il Genoa ha finora ottenuto otto punti, segnato nove gol e subito sette gol in quattro partite: ne ha ottenuti quattordici, segnati quindici e subiti ventuno, perciò il cambio di passo rispetto alla gestione Vieira è netto – ha spiegato in conferenza alla vigilia di non voler partire battuto solo per il fatto che l’avversario sia l’Inter.
L’Inter di Cristian Chivu attua un po’ di turnover, altro non fosse che per la sconfitta di mercoledì sera a San Siro in Champions League, con il contestato calcio di rigore all’88 di Dominik Szoboszlai per una trattenuta di Bastoni su Florian Wirtz su cui sono montate le polemiche e che l’ex portiere nerazzurro Walter Zenga ha definito «assurdo» – ma comunque sono infortunati Acerbi, Darmian, Calhanoglu e Dumfries e stanno in panchina Dimarco, Mkhitaryan, Frattesi e Marcus Thuram. “Ci mancava solo il domino di risultati che porterebbero l’Inter in testa alla classifica in caso di vittoria”, penso, mentre fuori dallo stadio si legge di tensioni tra genoani e interisti prima della partita, pare attorno alle 16:30, nei pressi di piazza Romagnosi, dove una vettura ha preso fuoco ed è stato necessario l’intervento di polizia (che avrebbe utilizzato i lacrimogeni) e dei vigili del fuoco. Così, tra le grida di chi si augurasse «Milano in fiamme» e una bella coreografia nei Distinti per i trent’anni dei Figgi dö Zena, il gruppo di tifosi genoani inaugurato il 10 giugno 1995 e di cui si ricordano con due striscioni “passione che arde, orgoglio che resiste / 30 anni insieme“, va in scena a Genova una sfida speculare tra due 3-5-2. Quello di Chivu vede Luis Henrique a destra dove è infortunato Denzel Dumfries e dove forse Carlos Augusto – titolare a sinistra al posto di Federico Dimarco – ha convinto meno in fase di spinta, aspetto invece in cui l’ex ala dell’Olympique Marsiglia eccelle. Nel Genoa, Brooke Norton-Cuffy e Aarón Martín gli esterni. Il primo ha segnato nel finale della giornata precedente Genoa-Inter, cioè Udinese-Genoa 1-2. Il secondo, dopo otto assist nello scorso campionato, ha già realizzato tre assist e un gol, la punizione contro il Cagliari su cui non è uscito il portiere dei sardi, Caprile, e che entrando in porta è diventata il gol da distanza maggiore tra tutti quelli realizzati dal Genoa da quando la Serie A è tornata a venti squadre, dal 2004.
Il primo tempo di Genoa-Inter
La prima azione è del Genoa, con Colombo che al 4′ entra in area di rigore da sinistra e calcia al centro dove per poco non arriva Vitinha e, in seconda battuta, riceve Norton-Cuffy che però sbaglia il cross. Un minuto dopo, Yann Aurel Ludger Bisseck riceve da Lautaro Martínez e segna, beffando Leali sul suo palo. «Come la Juve, voi siete come la Juve», sento cantare poco dopo che Colombo si è platealmente lamentato contro guardalinee e arbitro di una rimessa del fondo assegnata all’Inter che, invece, a dire dell’attaccante in prestito al Genoa dal Milan, sarebbe stata un corner per i rossoblù. E se l’atmosfera solitamente pulsante di questo stadio riflette l’intensità dell’arancione di cui è colorato il pallone da calcio, un arancione un po’ meno acceso o magari più pallido di quello di cui è vestito il portiere degli ospiti, lo svizzero Yann Sommer, viene forse ammonito qualcuno dalla panchina di Daniele De Rossi. Poi, al 13′, un colpo di testa di Carlos Augusto abbondantemente a lato della porta inaugura una fase della partita di quiete. Spiccano giusto un intervento di Frendrup, una giocata fine di Malinovskyi che devia la propria direzione di corsa e nasconde il pallone a un avversario – aprendo per Norton-Cuffy, il cui cross ancora una volta non è troppo preciso – e ancora Colombo che per poco non addomestica un cross di Martín per il vicino Vitinha, un’apertura di Zielinski troppo lunga per Augusto, un fallo di Marcandalli su Francesco Pio Esposito. Poco dopo, il Genoa prova a liberare e Nicolò Barella, una piovra, rinvigorisce l’azione in cui moltissimi nerazzurri, tra cui Alessandro Bastoni, si trovano in area di rigore. Il vantaggio ottenuto quasi subito, probabilmente, ha addormentato un poco la partita perché l’Inter ha potuto controllarlo e il Genoa ha faticato a rispondere, comprensibilmente intontito dal gol preso nel primo diciottesimo di partita.
Intanto, dopo un pregevole stop di Vitinha, l’azione prosegue, Lautaro di petto serve Barella e alla fine ancora il pallone finisce a Barella e Zieliński che conclude, al 20′, trovando una deviazione in calcio d’angolo. Batte Barella, il pallone pericolosamente viaggia in zone da cui sarebbe facilissimo spingerlo in porta e invece, per fortuna del Genoa, nessun interista lo spinge, o quantomeno non a sufficienza. Come prevedibile, la differenza tecnica c’è. Al 21′, un’azione libera Lautaro che conclude centrale e Leali si trova lì il pallone e, in due tempi, lo blocca. Al 24′, un tiro di Carlos Augusto, alto. Bisseck in almeno due occasioni cerca evidentemente la doppietta e non la trova, perché ambo i tiri non arrivano in porta. Poco dopo, assisto a Malinovskyi che sfugge a Zieliński per cui una buona parte dello stadio, più il capitano del Genoa, il difensore messicano Johan Vásquez, chiedono l’ammonizione che invece non arriva. E ancora Frendrup che anticipa Lautaro, cercato da Luis Henrique, che ancora con una magia libera Vitinha che serve Colombo, lievemente trattenuto in area di rigore dal suo diretto marcatore, in maglia nerazzurra, sufficientemente in modo lieve da evitare il rigore – l’arbitro ad ampi gesti segnala che non ci sarebbe stato nulla – ma abbastanza da disorientare la punta rossoblù.
Ancora, Colombo e Vitinha dialogano bene, così bene che viene da chiedersi che forse il 3-5-2 sia il modulo che permette a entrambi di rendere al meglio e Daniele De Rossi lo abbia capito – aspetta, è il 31′, siamo già nell’area di rigore opposta, dove Pio Esposito calcia addosso a Leali – e perciò niente più 4-2-3-1. Difatti, nel Genoa, in panchina si trovano contemporaneamente Valentín Carboni (di proprietà dell’Inter), Maxwel Cornet, Albert Grønbæk e Nicolae Stanciu, quest’ultimo mai più a voto – per gli amanti del Fantacalcio – o in campo dopo la quinta giornata di questo campionato, o, se preferite, la sua terza presenza in Serie A. Se c’è un evento che potrebbe ulteriormente addormentare la gara è forse il raddoppio dell’Inter, che arriva al 37′, con Lautaro Martínez su assist di Carlos Augusto o forse un lieve appoggio di Petar Sučić, lo stesso Carlos Augusto che poi interrompe un’azione di Vitinha e non si prende un giallo. C’è tempo per uno scontro, testa contro testa, tra Bisseck e Colombo, che riprende la partita con un vistoso turbante bianco, più appariscente e meno piacevole del laccio per capelli che l’attaccante brianzolo indossa solitamente. Un minuto di recupero concesso da Daniele Doveri e poi, alla fine del primo tempo, ha fatto tutto l’Inter: più possesso palla (69%), più passaggi (314), più tiri (10, la metà in porta). Il Genoa ha tirato una volta sola – neanche nello specchio – verso la porta di Sommer, non ha battuto corner e soprattutto Sommer, a differenza di Leali che ne ha effettuate tre, non ha dovuto impegnarsi in parate.
Il secondo tempo di Genoa-Inter
Alla ripresa, dopo un inavvertitamente pericoloso flipper inavvertitamente causato da Vásquez nella propria area, il Genoa appare più grintoso. Forse, il doppio svantaggio allude a una gara compromessa e libera da pensieri alla classifica che, comunque, in questo momento vedrebbe il Genoa a pari punti (14) col Parma che ieri, sabato, ha perso in nove uomini contro la Lazio +2, in casa, al Tardini, e due punti di vantaggio sull’Hellas Verona terzultimo e fresco, come detto, di vittoria in trasferta a Firenze. Ellertsson corre prima a destra e poi a sinistra, a Malinovskyi per poco non riesce un passaggio molto interessante per Colombo, il cui turbante bianco ne aumenta a dismisura la riconoscibilità in campo. C’è Piotr Zieliński che commette fallo su Vásquez ma è lui ad avere la peggio. Doveri ammonisce al 9’ il primo calciatore della partita, lo svizzero Manuel Akanji. Nicola Leali esce dall’area e colpisce di testa un pallone spedito in rimessa laterale, l’Inter – che attacca adesso verso la Gradinata Nord – preme con più veemenza, Sučić sembra molto più attivo rispetto al primo tempo. De Rossi sostituisce Colombo con Caleb Ekuban e applaude l’aggressività di Malinovskyi nel fermare Barella concedendo una rimessa che l’Inter non sfrutta. Lautaro tira in porta, al 20′, Leali blocca. Bastoni evita in dribbling sia Ekuban che Vitinha, Pio Esposito qualche metro più avanti ha calciato addosso a un difensore e lo stesso ha fatto Zieliński, ma l’azione è proseguita: Esposito è a terra dopo aver tentato una sforbiciata e, si scoprirà più tardi, era finito in fuorigioco. L’Inter batte un corner ed è ancora Bisseck a cercare la doppietta, con un colpo di testa che però termina alto sulla traversa.
Poi, di colpo, al 23′ Vitinha ed Ekuban scappano verso la porta di Sommer, il portoghese – imprendibile – arriva davanti a Sommer, lo supera accentrandosi e deposita il pallone nella porta interista, ormai vuota. La Gradinata Nord alza i decibel e forse, sai che c’è, mancano venti minuti e questa partita che pareva chiusa, chiusa, potrebbe non esserlo. E potrebbe non esserlo perché, come insegna il calcio, a volte basta un tiro in porta – il primo della tua partita – per cambiare le cose e, in casi come questo, dimezzare lo svantaggio. Lo sventolio di una bandiera della Norvegia accompagna il mio sguardo verso pochi metri da lì, dove il norvegese Morten Thorsby si sta scaldando (spoiler, non entrerà). Chivu toglie Esposito e Sučić e inserisce Thuram e Mkhitaryan, forse perché la faccenda si è fatta seria e allora urgono i titolari. De Rossi toglie Frendrup e Vitinha e inserisce Grønbæk ed Ekhator. Il Grifone attua un 4-4-2, viene ammonito Bisseck e ogni occasione è potenzialmente una buona occasione: Vásquez che non riesce a coordinarsi sugli sviluppi di un calcio di punizione battuto da Martin, Grønbæk che calcia direttamente in porta una punizione al 35′ bloccata senza problemi da Sommer.
Mancano meno di otto minuti più recupero e il Genoa attacca volentieri. La Gradinata Nord accende un fumogeno – arancione, di un arancione più tenue o meno acceso di quello vestito da Sommer e conseguentemente ancora più tenue o meno acceso di quello del pallone – mentre Chivu si copre, esce Lautaro, entra Diouf. La coltre arancione dietro la porta di Leali è così fitta che Doveri interrompe il gioco e indica l’orologio come a dire che recupererà tutto. Qualcuno si reca dietro la porta di Leali a chiedere di smetterla, la nube arancione nel frattempo sale e Doveri indica che si può proseguire. I minuti mancanti sono diventati meno di quattro, non una buona notizia per il Genoa, e, su un corner dalla sinistra, Thuram tocca di testa e Leali si trova il pallone tra le mani. De Rossi termina i cambi: fuori Otoa ed Ellertsson, dentro Cornet e Carboni. Chivu sostituisce Zieliński con De Vrij, l’ultimo e unico difensore centrale che avesse. L’Inter ora ha in campo quattro centrali difensivi, un terzino, tre centrocampisti centrali, un’ala e un attaccante. I minuti di recupero sono cinque, Ekuban devia di testa, non abbastanza da creare problemi a Sommer. Ammonito Ekhator. Vásquez tocca all’indietro un pallone per Leali che però era uscito dalla porta e così il messicano spara il pallone in rimessa laterale. Finisce la partita, ma, alla fine, la Gradinata Nord chiama comunque la squadra sotto la curva, segno che la prestazione è stata apprezzata dalla tifoseria di casa.
Le conferenze stampa di De Rossi e Chivu
Alla prima sconfitta col Genoa, e un marcato accento romano impossibile da celare quando parla, Daniele De Rossi non si è nascosto: «L’Inter ha meritato di vincere e l’atmosfera ci ha fatto credere, ma questa squadra ci crede sempre, di conquistare un punto. É mancata la zampata, dai, ma il punto non sarebbe stato giusto». Ancora, «penso che la squadra abbia fatto una partita degna di chi affrontava una squadra che sapevamo essere più forte di noi. Credo abbiano onorato questa cornice». Ancora, «io sono contento dal primo giorno di stare qui, perché è tutto bello, lo stadio, la tifoseria, ma è nello spogliatoio che ti guadagni il pane. I giocatori danno emozioni forti, in queste cinque partite abbiamo fatto un bel filotto, però siamo lì sotto. Le altre rivali fanno punti, dobbiamo farne anche con le grandi». Forse, è mancata la marcatura in uscita di Frendrup su Zieliński, «ma lui ha un cuore enorme e gliel’ho spiegato male io». Di base, il piano era anche vincente: «All’Inter, se vuoi farle male, gli levi la palla. È impensabile pensare di palleggiare contro l’Inter. Contro le squadre forti, si può farle correre a vuoto» e «l’Atalanta, alla prossima partita, sarà ancora più aggressiva». Un terzo campione del mondo al Genoa, dopo Alberto Gilardino e Patrick Vieira, De Rossi ha elogiato la partita di Vitinha («sono molto contento di lui»). Sulla partita, «devo rivederla perché ho ancora le emozioni che mi confondono», spiega, con uno sguardo sanguigno come quello che aveva in campo, e conclude: «Per me i social non esistono, per me esistono i tifosi del Genoa e si sono visti oggi. Per vent’anni sui social ne ho sentite tante, ma allo stadio per il novanta percento delle partite il pubblico mi applaudiva». Sipario.
Cristian Chivu, dal canto suo, ha vinto. «A me è piaciuta la prestazione, sapevamo che qui era difficile perché erano cinque anni che l’Inter non vinceva. Abbiamo preso un gol che avremmo potuto evitare, avremmo voluto segnare il terzo gol ma non abbiamo preso troppi rischi», spiega. A chi gli fa notare tra i giornalisti che “finalmente” l’Inter è in testa, ammonisce che «finalmente si dice alla fine» e che «noi ci prendiamo il lavoro e il carattere in questi mesi, nonostante qualche mese fa ci dessero ottavi o noni in classifica. Con la qualità che abbiamo in questo gruppo, specie dal punto di vista umano, battiamo colpo su colpo» perché «è un gruppo sano, che ha qualità». In vista della Supercoppa in Arabia e a chi gli faceva notare che l’Inter a volte si specchi cercando bellezza e non concretezza, Chivu ha risposto che «in ogni partita abbiamo provato a fare qualcosa in più in termini di agonismo e possiamo sempre migliorare. A volte i calciatori fanno cose concrete, a volte ne fanno di più belle. Sono stato anche io calciatore, so che non è semplice togliere certe cose ma a me basta quello che fanno da quando sono qui dal punto di vista del carattere, della determinazione, dell’agonismo». L’ultimo a presentarsi è Vitor Vitinha. Spiega che «il mister ha portato tanta fiducia, mi ha fatto giocare dove mi piace giocare» e in un italiano che non tradisce la sua nazionalità portoghese spiega che «le qualità sono nostre, il mister ci dà fiducia e, dopo, dipende da noi». Si può essere felici anche se non si vince? Magari, sì.
Ecco di seguito il tabellino della partita:
Genoa (3-5-2): Leali; Marcandalli, Otoa (dall’89’ Cornet), Vásquez; Norton-Cuffy, Frendrup (dal 78’ Grønbæk), Malinovskyi, Ellertsson (dall’89’ Carboni), Martín; Vitinha (dal 78’ Ekhator), Colombo (dal 58’ Ekuban). All: De Rossi. A disp: Lysionok, Sommariva, Sabelli, Onana, Thorsby, Masini, Stanciu, Fini, Venturino.
Inter (3-5-2): Sommer; Bisseck, Akanji, Bastoni; Luis Henrique, Barella, Zieliński (dal 90’ De Vrij), Sučić (dal 74’ Mkhitaryan), Carlos Augusto; Esposito (dal 74’ Esposito), Martínez (dall’84’ Diouf). All: Chivu. A disp: Taho, Josep Martínez, Dimarco, Cocchi, Cinquegrano, Frattesi, Bonny.
Reti: Bisseck al 6’, Lautaro Martínez al 38’, Vitinha al 68’. Ammoniti: Ekhator (G), Akanji, Barella, Bisseck (I). Arbitro: Doveri.

