Cosa provi quando la squadra della città in cui vivi è in trasferta dove sei nato.

Genoa-Como, qui al Ferraris, è un simpatico déjà vu per me che abito a Como da tre anni e mezzo, un periodo in cui – per ovvi motivi – le mie presenze in questo stadio, il mio personale Teatro dei Sogni, sono drasticamente diminuite.
Scelsi di tifare per il Genoa perché sono nato a Genova e mio padre da piccolo mi indusse a scegliere una delle due squadre cittadine: support your local team. Non saprei dire come mai io abbia finito a preferire i rossoblù ai blucerchiati: forse, dalla finestra del Gaslini, si vedeva una bandiera rossoblù. Di certo, mia madre rischiò l’elitrasporto in ospedale perché, domenica 1° giugno 1997, la città era paralizzata dal traffico: ma non c’entra il Genoa, a Marassi c’era la Sampdoria di Sven-Göran Eriksson, che pareggiò con la Fiorentina grazie a un gol di Vincenzo Montella (quanto a mia madre, te lo stessi chiedendo, evitò di sorvolare il Ferraris e fu piuttosto accompagnata in ospedale in ambulanza).
Allo stesso modo in cui mio padre aveva progressivamente smesso di frequentare l’Astronave, il San Nicola, ovunque io sia emigrato ho sempre trovato città mono-squadra. A Nizza, il sindaco ordinò persino di ridipingere di rossonero le celebri panchine azzurre sulla Promenade des Anglais, quando, nella primavera 2022, la squadra raggiunse una insperata finale di Coppa di Francia (che naturalmente perse).
A Como, dove risiedo da tre anni e mezzo, il biancoblù orna le vetrine dei negozi in centro. Trovo quotidianamente sciarpe e colori del Como nei bar, nella farmacia sotto casa mia, sui banner che decorano i bus o le pareti dei condomini, ovunque. Trovo biancoblù nelle passeggiate in centro, prima e dopo il lavoro: cammino ogni sera davanti allo stadio, affacciato sul lago. Impossibile non finire a provare, per osmosi o forse condizionamento pavloviano, una distaccata simpatia.
Da quando vivo a Como, ho pensato a lungo di andare a vedermi una partita a Como, giusto per il gusto di farlo, tipo un derby del Lario – un non imprescindibile Como-Lecco terminato mestamente 0-0 il 28 novembre 2023 sotto il gelo che l’umidità d’acqua dolce sa dissipare in assenza di luce – e avevo pensato di seguire il Genoa in trasferta, ma in entrambi i Como-Genoa da quando vivo qui – aprile 2023 e aprile 2024, controlla pure se non mi credi – la trasferta del Grifone qui sul lago coincideva con la settimana di Pasqua e io avevo già compiuto il percorso inverso. In compenso, ero in giro sul Lungolario – due primavere fa – la sera in cui il Como ha conquistato la promozione in Serie A dopo ventun anni e mi sono improvvisamente trovato in mezzo a una festa, come quella che l’anno prima aveva accompagnato la simultanea promozione in Serie A del Genoa e la retrocessione in B della Sampdoria: only one year doveva essere ed è stato.
Tanto ho fatto, insomma, che la prima volta in cui ho messo piede al Sinigaglia è stata Como-Genoa del 15 settembre scorso: non una scelta saggia, un fendente di Nico Paz nella città in cui vivessi e ai danni della mia squadra del cuore (!) è stato difficile da digerire, fortunatamente seguito da un coraggioso tap-in di Caleb Ekuban e un finale rovente, col Como in dieci, in cui una zuccata di Vásquez per poco non ribaltava tutto. Novanta minuti di emozioni forti a un discreto tasso di coinvolgimento del sottoscritto, che, quando si è trasferito qui, trovò il Como in Serie B e tifosi ospiti provenienti in città da Bolzano, Bari, Venezia e Cosenza, e nessuno – né loro, né io – poteva ragionevolmente immaginare che il Como in tre anni sarebbe stato a un passo dalla Champions League grazie alle kretek, sigarette aromatizzate ai chiodi di garofano.
Genoa-Como è maccaja e salsedine contro l’odore stagnante, quasi palustre, di acqua dolce a cui ho dovuto forzosamente abituarmi. È riservatezza contro appariscenza, se è mai stato vero, è concretezza contro ostentazione. È storia e perenne recupero di un passato inimitabile contro un recente presente intriso di soldi, tanti soldi, soldi a palate. È segno di come cambiano i tempi: il Como gioca per l’Europa, il Genoa per non retrocedere. È Bresh contro Davide van de Sfroos. È un filo rosso che lega inconsapevolmente la mia infanzia, per via di Enrico Preziosi, detto Joker, presidente del Como e successivamente del primo Genoa che ricordo di aver seguito con cognizione (segno del destino?), e Marco Rossi che arrivò a Genova da Como e in onor del quale qui è stata ritirata la maglia numero sette. Più importantemente, è la città in cui sono nato contro la città in cui sono finito a vivere.
È stato stranissimo vedere la mia squadra nel cuore in trasferta nella città in cui vivessi. Oggi, però, trentadue weekend dopo, si ribaltano i ruoli ed è tutto, improvvisamente, ben più familiare.
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Genoa-Como è questo e altro. Il Genoa non ha mai perso al Ferraris contro il Como – tre vittorie e un pari in quattro partite – e cerca la terza vittoria di fila, qualcosa che negli ultimi sette campionati di Serie A è successo solo nel gennaio/febbraio 2021. Il Grifone ha vinto cinque delle ultime sette gare casalinghe, quanti nelle precedenti diciotto partite – e comunque, in questo campionato, con Patrick Vieira non aveva mai vinto in casa, mentre dall’arrivo di De Rossi i rossoblù ne hanno vinte sei, tra cui le belle vittorie contro il Torino per 3-0 e contro la Roma per 2-1 –, mentre i lariani arrivano da due k.o. consecutivi contro Inter (3-4) e Sassuolo (1-2), mentre due sconfitte le avevano ottenute nelle sedici precedenti giornate di campionato. Per la prima volta, Daniele De Rossi e Cesc Fàbregas si sfidano in panchina, in un duello tra ex campioni del Mondo da calciatori – il primo al Mondiale 2006, il secondo al Mondiale 2010 – che peraltro si erano incontrati, sul terreno di gioco, in Champions League 2017/18 quando la Roma del centrocampista italiano batté per 3-0 il Chelsea del centrocampista stagnolo allo stadio ’Olimpico. Così, mentre il rapper genovese Helmi Sa7bi si esibisce nel prepartita del Ferraris – tra i brani più notevoli, Genovarabe, Houma e il più recente Top Boy – e fa capolino Angelo Castronaro, centoquindici presenze da centrocampista al Genoa tra 1975 e 1978, il solito, consueto spettacolo di uno stadio esaurito in ogni ordine di posti e al quale era stato espressamente richiesto di “colorare lo stadio di rossoblù” e presentarsi allo stadio con le maglie regala emozioni.
Daniele De Rossi, senza Norton-Cuffy, Baldanzi ed Ekuban, schiera sulla carta un insolito 4-4-2 in cui i terzini sono due difensori centrali, Marcandalli e Vásquez, mentre il norvegese Østigård e il danese Otoa sono i difensori centrali di un modulo che prevede perciò quattro centrali simultaneamente in campo, con Sabelli esterno destro e l’islandese Ellertsson esterno sinistro del 4-4-2. Differentemente da Genoa-Torino, l’ex centrocampista del Venezia non gioca a destra, cioè a piede invertito, bensì a sinistra dove ha ormai scalzato Aarón Martín (in scadenza di contratto) nelle gerarchie. Quello del Como, reduce da due cocenti sconfitte consecutive da psicanalisi contro l’Inter – la prima, il 12 aprile 2026, al Sinigaglia dove il Como vinceva 2-1 e ha perso per 3-4 una partita che a un certo punto stava perdendo per tre gol di scarto; la seconda, in semifinale di Coppa Italia, il 21 aprile 2026 a San Siro, un match che il Como vinceva per 0-2 dopo un’ora di gioco ma che l’Inter ha incredibilmente ribaltato nel finale coi gol di Hakan Çalhanoğlu all’86’ e Petar Sučić all’89’: quando si dice “pazza Inter”… – oltre a quella contro il Sassuolo, è invece 4-2-3-1. Davanti al francese Butez, da destra a sinistra, giocano il croato Smolčić, lo spagnolo Ramón, il brasiliano Diego Carlos e lo spagnolo Valle; l’argentino Perrone e il franco-portoghese Lucas Da Cunha, ex centrocampista del Nizza e capitano, in mediana, mentre la trequarti vede il senegalese Diao, l’argentino Paz – guarda qui! – e il croato Baturina dietro il greco Douvikas, detto Tasos, il centravanti al momento secondo miglior marcatore della Serie A 2025/26.
Il primo tempo di Genoa-Como
Il Genoa di Daniele De Rossi è virtualmente salvo, il Como di Cesc Fàbregas invece è quasi fuori dalla zona Champions League: ieri la Roma ha vinto per 2-0 sul Bologna con un gol e un assist sia di Donyell Malen che di Neil El Aynaoui, mentre la Juventus è impegnata in serata contro il Milan, ma il Como nelle ultime tre partite ha conquistato appena un punto. La prima occasione del match è per il Genoa, con Vitinha che riceve un filtrante nell’area dei lariani, scarta Butez ma, da posizione defilata, sulla destra, calcia sull’esterno della rete. Eppure, al 9’, su cross di Da Cunha, è Anastasios Douvikas a trovare un bel colpo di testa sul secondo palo, quello alla destra di Bijlow, e portare in vantaggio il Como. Due minuti dopo, prima Marcandalli non aggancia un passaggio di Bijlow, poi interviene su un avversario, infine Nico Paz anticipa Ellertsson. Il Genoa pare stordito, quello di Fàbregas è un calcio relazionale iperoffensivo, a tratti è un 2-3-5 coi terzini sulla linea delle due ali. E mentre Sabelli prova a sfuggire dalla pressione con un cambio campo che trova però Butez anziché Vásquez, il Como riparte: Nico Paz arretra fino a centrocampo per impostare, scambia con Da Cunha mentre Perrone fa da pivot in un centrocampo momentaneamente a tre. Quando Vásquez viene pressato e subisce fallo da Diao è probabilmente perché le linee di passaggio più prossime gli erano state interdette dal pressing dei lariani. Quando Ekhator controlla alla grande un pallone sulla destra e premia un inserimento centrale di Ellertsson che resta a terra, il Como avanza, il Genoa recupera il pallone e prosegue l’azione, incurante del suo uomo in meno, poi Marcandalli si trova da ala destra a servire a rimorchio un buon pallone per un compagno che però non c’era. L’asse Paz-Da Cunha è probabilmente il più ricorrente dei biancoblù. Quando Alexsandro Amorim, brasiliano che indossa il numero quattro che fu del portoghese Miguel Veloso, lancia in profondità per VItinha, il portoghese è anticipato da Butez e, si scopre poco dopo, era in fuorigioco. Fischi scroscianti accompagnano un mancato fischio dell’arbitro La Penna su un contatto al limite dell’area del Como; forse c’è un ricorso al Var, il gioco riprende e, al 22’, Nico Paz colpisce di testa il palo sinistro della porta di Bijlow.
Poco dopo, Perrone arretra al punto di farsi superare da Diego Carlos, che avanza a impostare. Un fumogeno arancione viene lanciato dai tifosi del Genoa dalle parti di Bijlow, che lo scalcia a lato, ma il fumo resta in campo e deve intervenire un pompiere a rimuoverlo offrendo al fotografo accreditato da Getty Images o chi per loro uno scatto stupendo. Sprazzi di talento si vedono, dall’elevazione di Paz a una chiusura fondamentale di Vásquez su Diao, finché, al 27’, Vitinha intercetta un passaggio di Butez a porta sguarnita ma scivola: peccato. Sul ribaltamento, Diao guadagna un corner dalla destra, Da Cunha lo batte e La Penna ferma il gioco per consentire l’ingresso dello staff medico del Genoa dopo uno scontro tra Marcandalli e Paz, che rientrano (l’argentino avrò la peggio, però). Diao elude Vasquez e crossa; poco dopo, Østigård chiude. Il Como è sempre avanti. Diego Carlos viene ammonito al 36’ per un fallo su Vitinha. De Rossi chiede a Bijlow di calciare la punizione, sulla linea di centrocampo, ne esce un cross per Østigård che fa da torre per Otoa, ma Butez ne blocca il colpo di testa. Si vede anche questo: un portiere calciare una punizione. Frendrup in tackle chiude su Diao, che poi interviene – fallosamente – sul centrocampista danese e perciò viene ammonito. Butez anticipa Ekhator cercato in profondità da Sabelli, Paz era fuori dal campo ed è rientrato. Qualcuno ha acceso un petardo in Gradinata Sud. Ramón è a terra dopo un contatto con un attaccante del Genoa. Vengono assegnati quattro minuti di recupero. Fàbregas parla con Paz. Il primo tempo si chiude con sette tiri, di cui due in porta, uno per parte, e lo stesso punteggio – Como in vantaggio – con cui si era chiusa l’andata, il 15 settembre 2025, allo stadio Sinigaglia, quando un gran tiro di Paz aveva acceso lo stadio che acclamava il numero dieci argentino, già promesso al Real Madrid e di cui è già scritto il rientro al Bernabéu, o almeno questo si sente insistentemente dire di settimana in settimana, mentre Como e la Serie A possano ancora godere delle sue giocate, fino a fine stagione, in Italia.
Il secondo tempo di Genoa-Como
Il secondo tempo inizia con due cambi: De Rossi sostituisce il portiere – fuori Bijlow, si scoprirà per un infortunio, dentro Leali – mentre Fàbregas toglie Paz – pure lui infortunato, per il colpo alla testa subito in occasione di quel corner – e inserisce Caqueret, un mediano per un trequartista, con possibilità di Da Cunha trequartista che puntualmente avviene. Il Genoa, che non ha battuto un corner nel primo tempo, batte il primo a un minuto e venti del secondo tempo (ma non succede nulla). Dall’altra parte, Østigård in tackle anticipa Douvikas e il Como non affretta affatto la ripresa del gioco. Ellertsson in avvitamento al 5’ non trova la porta di Butez, Sabelli subisce un fallo da Caqueret e calcia la punizione alla ricerca di una torre di Østigård, che non arriva. Come nella semifinale di ritorno di Coppa Italia persa nel finale contro l’Inter, il Como non ha fretta di rimettere in gioco il pallone e perciò piovono fischi. Una combinazione Baturina-Diao-Baturina-Smolcic porta Perrone al tiro, rimpallato da un difensore del Grifone, che ora attacca da destra a sinistra, in direzione della Gradinata Nord. All’11’, ancora un passaggio di Butez intercettato da un genoano, stavolta Ekhator, ma il pallone finisce a lato. Fàbregas toglie Diego Carlos e mette Kempf, De Rossi toglie Otoa e inserisce Junior Messias. Da annotare, al 15’, un velo di Valle che favorisce lo smarcamento di Douvikas, o la progressione sulla destra di Messias che serve Ekhator, anticipato per poco da Butez. Il Genoa avanza: Butez anticipa Frendrup, poi è Messias, di sinistro, a calciare alto oltre la traversa ospite. Amorim in slalom al 19’ serve Ellertsson che trova la deviazione di un calciatore del Como, c’è un corner dalla sinistra per il Genoa su cui svetta Marcandalli e para Butez. Al 23’, slalom di Baturina sulla sinistra dell’area del Genoa, pallone al centro, sponda di un calciatore del Como, Caqueret, e colpo di testa vincente, sul secondo palo, di Assane Diao (da sottolineare l’azione del trequartista croato, nato a Zurigo nel 2003 e cresciuto nella Dinamo Zagabria: il Como l’ha acquistato per venticinque milioni di euro e l’ha reso l’acquisto più oneroso nella storia del club: Baturina ha segnato un solo gol nei primi mesi, poi tre gol e tre assist in quattro partite a gennaio ed è diventato titolare, a scapito degli esterni: Kühn, Addai e forse Rodríguez, lui titolare con Diao infortunato). De Rossi cambia ancora: fuori Ekhator e Amorim, dentro Colombo e Malinovskyi. Al 25’, Caqueret sulla destra, servito da un colpo di tacco di Da Cunha crossa, ma libera il Genoa. “Che fretta c’era, maledetta primavera”, canta, alla mia destra, lo spicchio di tifosi del Como, 871, al completo come lo stadio di 31.101 spettatori, di cui 28.101 abbonati.
“Un giorno all’improvviso”, risponde il tifo di casa, facendo ripetere – prima a Nord, poi a Sud, come il doppio canale audio di un paio di auricolari – il testo. Quello del Genoa sembra un 3-4-2-1, adesso. Colombo, di testa, libera l’area da un cross di Da Cunha che aveva battuto un corner, dalla destra, un corner che Johan Vásquez aveva provato a spiegare al quarto uomo che fosse in realtà una rimessa dal fondo, e che Da Cunha aveva calciato corto su Baturina. Fàbregas sostituisce Diao e Douvikas con van der Brempt e Morata, mentre De Rossi esaurisce i cambi sostituendo Sabelli con Cornet. Morata subisce fallo da Frendrup al 39’, il Genoa ha subito il secondo gol e non è riuscito a reagire. Al 40’, Leali interviene alla grande su un indemoniato Álvaro Morata, che ha calciato di destro su servizio di Caqueret che aveva eluso Vásquez quasi dalla linea di fondo. Il Grifone avanza col suo numero dieci, Junior Messias, da centrocampo, ma il pallone finisce tra i piedi dei comaschi. Al 42’, Morata servito da Smolcic – un solo assist in Serie A, la scorsa giornata all’indirizzo di Nico Paz – prova a rientrare e accentrarsi per calciare, ma viene fermato da Østigård. Cornet crossa, il pallone viene allontanato, Messias di sinistro calcia alto. Come nel primo tempo, anche nel secondo vengono assegnati quattro minuti di recupero. Sembra scatenarsi una rissa tra Messias e Kempf. Nel Como è pronto l’ultimo cambio, Nicolas-Gerrit Kühn. Il pallone torna in gioco, Leali lo calcia in avanti, Messias avanza palla al piede. Esce Baturina, entra Kühn e manca pochissimo alla fine. Vásquez chiude alla grande su Kuhn. Guadagnata una punizione dal Genoa sulla sinistra, Malinovskyi va sul punto di battuta: non calcia benissimo, il pallone finisce ben fuori dallo specchio di Butez. Triplice fischio e fine partita.
Le conferenze stampa di De Rossi e Fabregas
Daniele De Rossi apre la conferenza stampa soffermandosi sul coro che i tifosi del Genoa gli hanno dedicato a fine partita: «Bisogna guardare al presente e godersele certe cose così. Abbiamo vissuto alti e bassi, non so come spiegare cosa significa ricevere un coro, io dai miei tifosi l’ho sempre visto. Con questi invece non ci conoscevamo, ci conoscevamo perché abbiamo sempre fatto la guerra, gli uni contro gli altri. Il Genoa mi è entrato dentro, continueremo a giocarcela così contro le squadre più ricche, più forti, perché noi siamo il Genoa». A chi gli chiede se la difesa a quattro possa essere magari un’idea in futuro, il tecnico risponde che «perché no, io nasco amante del 4-3-3, io e Spalletti siamo stati i primi a renderlo una cosa molto bella, abbiamo vinto al Bernabeu; anche se questa rosa non è stata costruita per giocare così, le mie richieste sono precise, la salvezza la raggiungi con giocatori più terzini che quinti». In una piazza «così calda, che si infiamma facilmente», fa notare Riccardo Re, in un Ferraris sold out, De Rossi svela che «ho fatto in bocca al lupo agli arbitri e penso persone perbene», in riferimento all’inchiesta aperta ieri, sabato 25 aprile, dalla procura di Milano, e attribuisce i meriti al Como: «Gli abbiamo levato tanti secondi per pensare quando avevano la palla. È una squadra forte e le abbiamo tenuto testa, questo ci deve rendere orgogliosi e lo hanno capito anche i nostri tifosi, che ci danno atto quando ci mettiamo tutto in campo. Ho chiesto ai miei giocatori una partita anche un po’ ignorante, senza specchiarsi su quanto gioca bene il Como o sul perché ha Nico Paz». Chiude con un’idea sul suo futuro a Genova – «io in testa ho già tutto chiaro, non c’era bisogno del coro per farmi venire voglia di stare qui. Questa squadra deve rimanere forte» – e in risposta alla soddisfazione alla presidenza dell’Ostiamare, promosso in Serie C, De Rossi si emoziona: «Avrei voluto festeggiare come si deve, questa sconfitta mi disturba ma è parte di un percorso virtuoso che ci ha portati alla salvezza. È una gioia non solo calcistica per me, non solo familiare, umana. Si parlerà di Ostia per cose positive e non fatti di cronaca o fiction, siamo al settimo cielo. È il sogno della mia famiglia renderla un posto migliore e farla brillare, sono emozionato come si vede e mi rode il c*lo per la sconfitta, ma il dio del calcio mi ha dato una mano». Infine, una frase destinata a rimanere, a chi gli chiedeva un commento sulla partita di Stefano Sabelli: «Le squadre non si formano solo coi dribblomani, ma con gli uomini».
Il capitano del Genoa, Johan Vásquez, ha aggiunto che «è un orgoglio per noi avere questo popolo, ne siamo consapevoli e dobbiamo esserne grati. Oggi lo stadio era pieno, ma se fosse stato più grande sarebbe stato ancora più pieno», mentre Cesc Fàbregas ha spiegato che «abbiamo abituato la gente a non perdere due partite di fila e, con una squadra così giovane, la cosa su cui io devo lavorare di più è l’aspetto emotivo, mentale». Ha ricordato che «l’età media è di 24 anni, abbiamo finito la semifinale di Coppa Italia con dei ragazzi di ventuno, ventidue e ventitré anni, in Europa non si vede tanto». Il suo Como gioca per la Champions e anche a Genova, a differenza di un girone fa, l’ha dimostrato.
Ecco di seguito il tabellino della partita:
Genoa (3-4-2-1): Bijlow (dal 46’ Leali); Marcandalli, Østigård, Otoa (dal 57’ Messias), Vásquez; Sabelli (dall’81’ Cornet), Frendrup, Amorim (dal 70’ Malinovskyi), Ellertsson; Vitinha, Ekhator (dal 70’ Colombo). Allenatore: Daniele De Rossi. A disposizione: Sommariva, Doucouré, Zätterström, Ouedraogo, Martín, Onana, Grossi, Masini, Ndulue.
Como (4-2-3-1): Butez; Smolcic, Diego Carlos (dal 57’ Kempf), Ramón, Valle; Da Cunha, Perrone; Diao (dall’81’ Van der Brempt), Paz (dal 46’ Caqueret), Baturina (dal 94’ Kühn); Douvikas (dall’81’ Morata). Allenatore: Cesc Fàbregas. A disposizione: Vigorito, Cavlina, Törnqvist, Goldaniga, Moreno, Lahdo, Jesús Rodríguez.
Reti: 10’ Douvikas, 68’ Diao.
Ammoniti: Messias (G), Diego Carlos, Diao, Kempf (C). Arbitro: La Penna.

