Uno spontaneo flusso di coscienza su una gara ricchissima di spunti.

A tre giorni dal centotrentatreesimo compleanno del Genoa Cricket and Football Club, il club più antico d’Italia, in Gradinata Nord compare un enorme striscione: “Dal 7 settembre 1893 il Genoa è dei genoani”, tutto in maiuscolo, mutuando un celebre detto del “Professor” Franco Scoglio, sormontato da “il mio vivere è morir d’amore per te!”,cioè la citazione di una canzone di Zucchero Fornaciari, “Puro Amore”, del 1998, invece in corsivo. Nel Genoa debutta Milutin Osmajić, nel Como è in panchina Moise Kean. Mi dicono che in tribuna da qualche parte ci sia Goran Pandev, il miglior calciatore macedone di tutti i tempi, un ex attaccante che al Genoa ha disputato sei stagioni e mezza, dal 2015/16 al gennaio 2022, con trentadue reti segnate in centoottantasette presenze, la metà esatta di quante ne aveva segnate alla Lazio (con cui ha giocato quattro volte in più) e un quarto di quante ne aveva segnate all’Inter in sessantanove partite, dove in compenso aveva vinto da titolare il Triplete nella squadra allenata da José Mourinho.
Da quest’anno Lucas Da Cunha, venticinquenne centrocampista francese ex Nizza, attuale capitano del Como, indossa la maglia numero sette (liberato dalla partenza di Álvaro Morata, riscattato in estate dal Milan ma ceduto in prestito al Leganés, in seconda serie spagnola) anziché il trentatré. Rispetto a Genoa-Como del 26 aprile 2026, vinta dai lariani per 2-0 coi gol di Douvikas e Diao, nonché l’ultima partita della Serie A 2025/26 che su Tabser – Talkin’ About Soccer vi abbiamo raccontato dal Luigi Ferraris, sono cambiati tre titolari nel Genoa – schierato con una specie di 4-4-2, con Otoa, Amorim, Vitinha ed Ekhator (ceduto alla Juventus in estate per oltre sedici milioni di euro più il 15% di una futura rivendita) al posto degli odierni Baldanzi, Sow, Colombo e Osmajić – e due nel Como – i difensori Couto e Chalobah al posto rispettivamente di Smolčić e Diego Carlos – che a sorpresa si è qualificato nel finale di stagione in Champions League, un traguardo che invece, ad esempio, il Genoa nella sua storia non è mai riuscito a raggiungere, sebbene per dire nella Serie A 2008/09, la centosettesima edizione del massimo campionato italiano di calcio, allenato da Gian Piero Gasperini e con Thiago Motta e Diego Milito in campo, lui vice capocannoniere del torneo con ventiquattro gol, pari all’ex genoano Marco Di Vaio del Bologna, cinque in più del futuro genoano Alberto Gilardino della Fiorentina, uno in meno dello svedese Zlatan Ibrahimović dell’Inter, il Grifone avesse concluso la stagione con sessantotto punti e al quinto posto. Ricordo distintamente di aver maggiormente sofferto la mancata qualificazione alla Champions League rispetto al festeggiamento dell’Europa League e di una qualificazione europea che al Genoa mancava da diciott’anni, cioè dai tempi di Osvaldo Bagnoli, di Pato Aguilera e Tomáš Skuhravý. C’è un tema di avversione alla perdita, che credo contraddistingue fisiologicamente la psicologia umana, ma il sapore di quella mancata qualificazione alla Champions League è ancora amaro. Sarebbe stata la prima volta del Genoa nel torneo che i concittadini della Sampdoria, con Mancini e Vialli in attacco, avevano rischiato di vincere a Wembley contro il Barcellona, e, soprattutto, al Genoa di Gasperini la Champions League era mancata per una questione di scontri diretti con la Fiorentina, pure lei a sessantotto punti ma davanti al Genoa in quanto, il 27 settembre 2008, la FIorentina di Cesare Prandelli, futuro allenatore del Genoa, vinse di misura con una girata di Alberto Gilardino, futuro giocatore prima e calciatore poi del Genoa, e un paio di parate eccezionali di Sébastien Frey, futuro portiere del Genoa, mentre, al ritorno, al Luigi Ferraris, il 16 febbraio 2009, era successo il finimondo: Genoa in dieci dalla mezz’ora per l’espulsione del difensore Giuseppe Biava, Genoa avanti per 3-0 con le reti di Thiago Motta, Raffaele Palladino e ovviamente Diego Milito su rigore, Genoa – imbattuto comunque in casa in campionato – raggiunto sul 3-3 da una tripletta del romeno Adrian Mutu, un rigore, una punizione e l’ultimo gol al 94’ che, a conti fatti, ha privato il Genoa della sua prima Champions League che invece è arrivata lo scorso anno al Como, a sette anni dalla prima promozione del 2019 dalla Serie D alla Serie C, a due primavere appena dalla promozione del 2024 in Serie A.
Il primo tempo di Genoa-Como
Come prevedibile, perdipiù, sono stati i lariani allenati da Cesc Fàbregas a fare la partita, dall’inizio, col pressing che il tecnico spagnolo ha importato sul Lago di Como. Più attiva sulla sinistra la coppia Valle-Baturina rispetto a Couto-Diao, ma ovviamente la maggior parte dei palloni passavano per i piedi e il talento di Nico Paz che, non lo si scopre certo da oggi, gioca formalmente da trequartista ma arretra spesso per impostare il gioco. Dopo tre minuti e mezzo, Østigårdha già commesso un fallo su Anastasios “Tasos” Douvikas, attaccante greco vicecapocannoniere dello scorso campionato al quale Como ricorderebbe le spiagge della Grecia, raccontò lui stesso in questa bella intervista a Sportweek. Dopo neanche cinque minuti, Morten Frendrup ha già recuperato il suo primo pallone e Mikael Egill Ellertsson tentato un cross e Lorenzo Colombo effettuato il primo tiro di tutta la partita, abbondantemente alto oltre la traversa. Dopo sei minuti e mezzo, Justin Bijlow ha dovuto effettuare la prima parata della sua partita, su Yan Couto, terzino brasiliano acquistato in estate dal Como – ed ex ala, in passato, proprio come il connazionale e dirimpettaio Kaiki Bruno a sinistra che però oggi è in panchina – mentre uno sciabordio di fischi assordante ha accompagnato il primo calcio d’angolo, battuto dal Como dalla bandierina di sinistra, e la prima conclusione tentata da Nico Paz. Un tunnel di Baturina – autore di un grandissimo gol nel precampionato contro nientemeno che l’Arsenal vicecampione d’Europa, sgusciando via a due avversari con un dribbling sensazionale e concludendo sotto la traversa, di potenza – è seguito da un ben più concreto recupero del Genoa. Al decimo, un pallone a rimorchio per Máximo Perrone ha trovato il tiro dell’argentino ex Manchester City, alto. Jean Butez, in uscita, è avanzato oltre la sua area di rigore in un modo che Manuel Neuer, rivoluzionando per sempre il ruolo del portiere, ha indotto e stimolato i suoi pari ruolo a compiere. Pure Bijlow, del resto, è arrivato nel gennaio 2026 al Genoa perché Daniele De Rossi avrebbe richiesto alla società un portiere dalle capacità di impostazione più marcate rispetto a quelle dell’allora titolare Nicola Leali, no? E intanto si vede Osmajić duellare per un pallone poi perso, sventagliato sulla destra e irraggiungibile per Stefano Sabelli, ma ai tifosi di casa sembrava bastare il gesto, la garra, la grinta, il fisico. CI si accontenta di poco, dicono, ma la concretezza va elogiata.
Dall’altra parte, Paz e Perrone combinano, c’è un cross, Da Cunha di controbalzo svirgola leggermente il pallone che non è riuscito a tenere basso. Il Genoa riparte. Sow si abbassa a impostare e per un attimo la difesa diventa a quattro, con Marcandalli a destra, Østigård sul centro-destra, Sow sul centro-sinistra e Johan Vásquez, che con Alexander Blessin aveva effettivamente giocato da terzino sinistro, terzino sinistro. Proprio Vásquez ha liberato intanto un cross di Diao, ma Jacobo Ramón ha riavviato l’azione dei lombardi e Bijlow ha dovuto parare su Nico Paz che aveva mirato all’incrocio dei pali, mentre, poco dopo, Colombo in ripartenza ha provato a servire Osmajić che però era in fuorigioco. A tratti, quello del Como è un assedio, tipo quando ha provato Da Cunha, rimpallato, ma a sorpresa è il passato in vantaggio il Genoa. Al minuto diciotto, ha segnato il diciotto, proprio Milutin Osmajić imbeccato da Colombo con un preciso rasoterra. All’esordio da titolare al Ferraris, come probabilmente era riuscito a Krzysztof Piątek – diciannove gol in ventuno partita in sei mesi al Genoa dall’estate 2018 al gennaio 2019, prima di trasferirsi al Milan per trentacinque milioni di euro: il centravanti polacco si era presentato con uno storico poker al Lecce in Coppa Italia, l’11 agosto 2018, meno di tre giorni prima del crollo di Ponte Morandi, e aveva segnato dieci reti nelle prime otto giornate di campionato, tra cui anche nelle prime quattro partite consecutive in casa al Luigi Ferraris – e pochi altri, presumo. Chissà quanti, oltre a Piątek, hanno segnato al debutto col Genoa in campionato.
Quello del montenegrino Milutin Osmajić, contestualmente, è il primo gol segnato dal Genoa nella stagione 2026/27 di Serie A ed è un’ottima presentazione, perché nelle prime due giornate di campionato il Genoa aveva tirato appena tre volte nello specchio avversario e superato di poco, sommando la sconfitta casalinga contro il Napoli e la sconfitta in trasferta contro la Lazio, all’Olimpico, un expected goal (0.67 xG contro i partenopei e 0.42 xG nella capitale, stando ai dati raccolti da Diretta), mentre adesso ha segnato probabilmente al primo tiro in porta o comunque alla prima occasione importante avuta. Si scoprirà in conferenza stampa, perché lo dirà De Rossi, che fosse uno schema provato spesso, quello della combinazione tra Colombo e Osmajić con un pallone rasoterra del primo indirizzato al secondo. Il Como ha però reagito, un tiro di Valle al 21’ parato da Bijlow, poi una bella chance capitata a Frendrup al 23’ su un altro pallone rasoterra proveniente da destra. Al 24’, difatti, servito da Álex Valle, Martin Baturina ha preso la mira e calciato da fuori area, un gran destro – il suo piede preferito – preciso e imparabile per Bijlow che si è tuffato alla sua destra. Una staffilata pari per bellezza – ma totalmente differente dal punto di vista stilistico – a quella che il sottoscritto vide, dal vivo, il 15 settembre 2025 allo stadio Sinigaglia di Como, che il mitico giornalista sportivo Gianni Brera – pavese, ma notoriamente tifoso genoano al punto da averlo platealmente ammesso («Io amo il Genoa, lo sanno tutti»), aver coniato l’affettuoso soprannome di “Vecchio balordo”, aver custodito per anni lo statuto originale della fondazione del Genoa CFC, datato 7 settembre 1893, e aver infine coniato una frase che di tanto in tanto si tira fuori: «Quando il Genoa già praticava il football gli altri si accorgevano di avere i piedi quando gli dolevano» -, beh, dicevamo, Gianni Brera, definì il Sinigaglia lo stadio più bello del mondo, per la presenza scenica del lago sullo sfondo. Era la mia prima partita in assoluto al Sinigaglia e finì 1-1, con un gran gol come detto di Paz e un pareggio nel finale di Caleb Ekuban, che oggi è svincolato dal Genoa e ha recentemente firmato con l’Hellas Verona, in Serie B, lui che è veronese, di Villafranca di Verona.
La differenza tecnica tra Genoa e Como si palesa in un duello che Trevoh Chalobah, ventisettenne difensore centrale che il Como ha acquistato in estate dal Chelsea per trenta milioni di euro e che l’anno scorso ha disputato coi Blues trentaquattro partite di Premier League, primeggiare agevolmente contro Lorenzo Colombo, ventiquattrenne centravanti che il Genoa ha invece riscattato in estate dal MIlan per sette milioni di euro e che l’anno scorso ha disputato col Grifone tutte e trentotto le giornate di Serie A, segnando sette gol che a un rapido conto spannometrico sono valsi nove punti, senza i quali, altrettanto approssimativamente, il Grifone sarebbe retrocesso. Capita dunque che al 30’, Assane Diao – che aveva segnato anche lo scorso 26 aprile 2026 – irrompe sulla destra su un cross di Valle, ancora lui, e colpisce a rete. In appena cinque minuti, prorompentemente, ineluttabilmente, il Como ha ribaltato la partita. Viene ammonito al 35’ il centrocampista svizzero Djibril Sow per un tackle su Baturina e il Genoa prova a reagire: cross di Baldanzi, controcross di Sabelli a rimorchio, una rimessa laterale guadagnata vicino alla bandierina del calcio d’angolo di sinistra, ma Baturina riparte, avanza centralmente, serve Diao sulla destra che si accentra e calcia: pallone alto. Si arriva così al 40’, quando il Como segna ancora: Nico Paz riceve da Yan Couto, controlla e scarica sotto la traversa il suo primo gol in questo campionato, un campionato che non avrebbe dovuto – secondo le previsioni – giocare ancora a Como. Invece, a sorpresa, il Como lo ha riscattato in estate a sorpresa dal Real Madrid (che comunque conserva ancora il diritto di recompra sul trequartista argentino) per sessanta milioni di euro. Per praticamente tutta la scorsa stagione (da dodici gol e sette assist e il premio come Miglior Giovane della Serie A 2025/26 ritirato il 2 settembre 2026 sul palco del Teatro alla Scala di Milano, al Gran Galà del Calcio), visto specialmente il rendimento di Paz lo scorso autunno (quattro gol e tre assist nelle prime sette partite!) pareva certo di rientrare a Madrid, come pure lo scorso inverno, mentre un’estate fa si diceva che il Como avesse rifiutato per lui cinquanta milioni di euro dal Tottenham. Chiaramente avranno pesato la qualificazione del Como alla Champions League, e la volontà dell’argentino di restare sul lago, ma fatto sta che Nico Paz è rimasto e ha segnato ancora al Genoa, dopo il 15 settembre 2025, ma stavolta al Ferraris, in una stagione che, ripeto, era ragionevolmente certo di trascorrere a Madrid dove nel frattempo s’è insediato a tredici anni di distanza nuovamente José Mourinho. A chiudere il primo tempo, ancora Nico Paz al servizio di Douvikas, 43’, il cui tiro è rimpallato da Østigård, dopodiché il Como ha perso un pallone e Baldanzi è corso in contropiede, ha scambiato con Osmajić ed è caduto a terra nei pressi dell’area di rigore, senza che l’arbitro avesse assegnato un fallo. Infine, al 45’, Baldanzi ha calciato addosso a Osmajić in quello che può grossomodo essere un riassunto minimo di una parte della partita, quella in cui il Genoa ha fatto il possibile contro un avversario oggettivamente più forte – lo dicono i valori stimati dall’autorevole Transfermarkt (la rosa del Como è la terza del campionato per valore, con 535,15 milioni di euro su ventisette calciatori; quella del Genoa è l’ottava peggiore, con 169 milioni di euro su trentuno: l’organico del Genoa varrebbe perciò poco più di un terzo di quello del Como), lo dice il posizionamento in classifica lo scorso anno (Como quarto con settantun punti, Genoa sedicesimo con quarantuno), lo dicono gli investimenti degli Hartono – a cui però ha saputo tenere ottimamente testa e portarsi addirittura in vantaggio.
Il secondo tempo di Genoa-Como
All’alba del secondo tempo, Daniele De Rossi ha sostituito Sabelli con Vitinha, ne consegue che il Genoa avesse adesso tre punte in campo, più Baldanzi. Inizialmente, pareva un 3-2-3-2, con quattro linee compatte, dalla difesa all’attacco: Marcandalli-Østigård-Vásquez, Frendrup-Sow, Vitinha-Baldanzi-Ellertsson, dunque Osmajić centro-destra e Colombo centro-sinistra. A seguire, è parso un 3-4-3 con Vitinha al posto di Sabelli, terzino destro con chiaramente doti offensive, essendo il portoghese in realtà una mezzapunta. La reazione del Genoa si è manifestata in un paio di folate, un corner guadagnato e calciato da destra da Sow; iI Como, invece, in Diao che ha saltato Ellertsson e crossato, trovato il rinvio di un imperioso Østigård, che poi ha deviato anche un tiro di Da Cunha cosicché, spiovente, favorisse l’intervento di Bijlow in presa sicura. Vitinha giocava sempre a destra e ripiegava sulla linea dei centrocampisti. Nico Paz ha ricevuto sulla destra e scambiato con Baturina a due passi da DIao, per cui c’è stata una momentanea sovrabbondanza di trequartisti in un lembo di campo. “Forza Como”, gridava lo spicchio di tifosi ospiti, come al solito alla destra della tribuna stampa, ma in questo caso più vicini del solito perché, probabilmente in virtù della mia residenza a Como, il mio posto in tribuna stampa è nel settore, posso presumere, dei giornalisti ospiti, e l’ospitalità nello stadio della squadra della città in cui sono nato equivale allo stazionamento tra i giornalisti ospiti, ma provenuti dalla città in cui ormai quasi da quattro anni vivo. Il Genoa ha, nel frattempo, battuto un altro corner, dalla sinistra, ancora con lo svizzero Sow, dunque Frendrup ha tentato un lancio per Osmajić sul quale è uscito provvidenzialmente Butez. All’11’, Ellertsson ha chiuso un triangolo con Baldanzi e guadagnato un altro corner, su quale non è successo nulla, Vitinha ha recuperato il pallone sul secondo palo e dalla destra crossato per Marcandalli, che per poco non è arrivato all’impatto di testa, poi Butez ha servito con una visione di gioco non comune Da Cunha che era scattato e così il Como, che ha scelto però saggiamente di rallentare il ritmo, ha fabbricato un’altra potenziale azione pericolosa. Al 15’, con non poca nonchalance, Bijlow appoggiava di testa per Frendrup nonostante a pochi passi ci fosse Douvikas. Dall’altra parte, con un’azione simile a quella del gol di Osmajić, un altro pallone dalla corsia destra è stato destinato a Osmajić. A seguire, Butez ha perso un po’ di tempo e Østigård ottenuto un’ammonizione per un intervento falloso. Nel Como, era pronto a debuttare Moise Kean, che ha ultimato il riscaldamento. Cesc Fàbregas, in t-shirt bianca, lo ha abbracciato e gli deve aver fornito le ultime indicazioni prima di entrare in campo, dove, intanto, un cross di Couto e un colpo di testa di Douvikas, alto sulla traversa, hanno anticipato le sostituzioni: fuori Baturina e il greco, dentro Kean e Caqueret. De Rossi ha tolto Colombo e Baldanzi e inserito Messias e Kingsley Ehizibue, terzino destro olandese di origini nigeriane nato nel 1995 a Monaco di Baviera, svincolatosi in estate dall’Udinese. Fa specie veder debuttare Ehizibue al Ferraris, con la maglia numero tre, sette anni dopo aver rifiutato il Grifone, raccontò, perché glielo avrebbe detto Dio in sogno. «Da credente, è il miglior modo di invocare perdono dopo che, anni fa, mi ero tirato indietro davanti alla proposta ricevuta. Le cose cambiano ed è cambiata la mia visione», ha dichiarato.
Con Ehizibue terzino destro, come da copione, adesso la prima punta del Genoa resta Osmajić, alle cui spalle giostrano Junior Messias a destra e Vitinha a sinistra. Al 22’, però, ancora Como: Nico Paz ha orchestrato un’azione, ha dato l’impressione di calciare e invece si è accentrato con leggiadria, ha appoggiato a un compagno sulla sinistra e poi in qualche modo ha ricevuto il pallone che, calciato, ha colpito il palo alla sinistra sua e perciò alla destra di Bijlow che, poco dopo, ha sbagliato un rinvio dal fondo che nelle sue intenzioni avrebbe innescato un contropiede e che, invece, è finito direttamente tra i piedi del suo opposto, Butez. Mi accorgo che il Como è in maglia bianca e perciò Nico Paz indossa concettualmente la maglia dello stesso colore che avrebbe a Madrid, ma col numero dieci che da quelle parti è di Kylian Mbappé che quella sera stessa del 4 settembre 2026, all’Estadio de la Cartuja, in trasferta contro il Betis Siviglia allenato dall’ex madridista Manuel Pellegrini, ha sbagliato un calcio di rigore al 95’ e Mourinho ha perso perciò la sua prima partita dal rientro sulla panchina dei Blancos, ai quali è stato annullato un gol all’87’ – una bella rovesciata di Carlos Espí – per fuorigioco e che avevano subito gol da Troy PArrott, un attaccante irlandese che il 7 dicembre 2019, all’età di diciassette anni, dieci mesi e tre giorni, proprio José Mourinho aveva fatto debuttare in Premier League col Tottenham. Alla fine di quella partita, vinta per 5-0 a White Hart Lane contro il Burnley, Mourinho consegnò a Parrott il pallone della partita, affinché lo custodisse come ricordo. A meno di sette anni di distanza, un gol di Troy Parrott – acquistato in estate dal Betis per sedici milioni di euro dall’AZ Alkmaar – è bastato per battere il Real Madrid e a Mourinho non è andata giù: «Non ho idea del motivo per cui abbiamo perso stasera, il Betis ha vinto alla lotteria», dirà lo Special One in conferenza stampa.
Tutto questo per dire che Nico Paz, stasera a Genova, indossa la maglia bianca numero dieci del Como, mentre la maglia (viola, da trasferta) numero dieci del Real Madrid è stasera stata indossata da Mbappé che ci ha sbagliato un calcio di rigore, e che – dopo il recente ritiro dalla Nazionale argentina di Lionel Messi – si è letto che – se dovesse restare Lionel Scaloni, il c.t. campione del mondo nel 2022 in Qatar e vicecampione del mondo nel 2026 in Stati Uniti, Messico e Canada – Paz potrebbe ereditare la numero dieci anche nella Albiceleste e questa sicuramente è una suggestione non da poco. “Chi non salta è blucerchiato”, canta la Gradinata Nord, mentre in campo il Genoa prova ad attaccare e il Como ordinatamente a tratti pare schierato con un 5-3-2 con Paz e Kean in attacco e Diao quinto di destra nella difesa a cinque. In fondo, se Vítor Manuel Carvalho Oliveira “Vitinha” ha giocato da terzino parte di questa partita, per quale motivo non potrebbe farlo Assane Diao Diaoune?
Junior Messias, brasiliano, maglia numero dieci del Genoa, ha provato a convergere in area dal lato corto destro e ha trovato una deviazione al 28’, Ellertsson ha battuto il corner dalla destra e sono inspiegabilmente andati a vuoto tutti, Butez compreso. De Rossi ha sostituito Sow col brasiliano Alexsandro Amorim, il che vuol dire che gli sarebbe rimasta una sola sostituzione e una sola finestra per effettuarla, e io mi chiedo se sarebbe stata riservata per Stephan El Shaarawy. “Gente di mare”, sento cantare dalla Gradinata Nord alla mezz’ora del secondo tempo, il che ha generato nel sottoscritto un inquietante collegamento emotivo con la primavera del 2022, col Genoa allenato da Alexander Blessin e, infine, con la retrocessione in Serie B dopo quindici stagioni consecutive di Serie A, un record nel secondo dopoguerra. Eppure, vuoi per la bellezza della canzone di Raf e Umberto Tozzi nel 1987, vuoi per il fatto che siamo appena alla terza giornata di campionato, per quanto il Genoa si stia avviando verso la terza sconfitta consecutiva, vuoi perché il termometro segna 26° ma sono 28° percepiti e sono le 22:23 e io sto indossando una polo a maniche corte, perciò Winter hasn’t come yet, alla faccia del Trono di Spade, ma intanto è scattato il minuto 33 ed è scattato Moise Kean, che vedo servire l’accorrente Assane Diao sulla destra, che vedo calciare di destro con una precisione chirurgica un pallone che accarezza il palo alla destra di Bijlow e firma il poker del Como. Comprensibile, mi dico: le differenze tecniche già presenti l’anno scorso, pardon, tre mesi fa, a fine aprile, sono aumentate.
Fàbregas – che è stato eletto miglior allenatore della Serie A 205/26 al citato Gran Galà del Calcio del 2 settembre 2026 nel quale Nico Paz è stato premiato come Miglior Giovane della Serie A – ha tolto Da Cunha e Paz, cui ha concesso una sorta di pasillo de honor, e inserito Ricci e Milla, all’anagrafe Luis Milla Manzanares, trentunenne centrocampista spagnolo (compirà trentadue anni il prossimo 7 ottobre) acquistato dal Como in estate per sette milioni di euro dal Getafe. Si chiama Manzanares di cognome ed è cresciuto nelle giovanili dell’Atlético Madrid, il cui storico stadio Vicente Calderón, inaugurato nel 1966 e demolito nel 2017, si chiamava inizialmente Estadio Manzanares proprio perché sorgeva sulla riva del Manzanarre, il fiume che bagna la capitale iberica, Madrid. Luis Milla, a sua volta figlio di un altro Luis Milla calciatore, arrivava da una stagione, la scorsa, in cui col Getafe, un’altra squadra di Madrid, dopo Real, Atlético e il Rayo Vallecano, dell’omonimo barrio, aveva realizzato dieci assist ne La Liga. A Genova, nel presente, sento cantare solo i comaschi. Mi chiedo se la Gradinata Nord chiamerà la squadra sotto di sé. Penso che il Genoa sta perdendo la terza partita di fila in questo campionato appena iniziato e non so se voglio sapere se sia mai successo in passato: spoiler, è successo già all’inizio del campionato 1957/58, quando le prime tre giornate furono un Napoli-Genoa 4-0, un Genoa-Padova 1-4 e un Juventus Genoa 3-2, ma, giusto per restare positivi, alla fine di quell’anno il Genoa finì dodicesimo in classifica a trenta punti (allora, la vittoria ne valeva due).
L’ultimo cambio del Genoa, intanto, è stato lo svizzero Franz-Ethan Meichtry per Marcandalli, perciò niente debutto di Stephan Kareem El Shaarawy, e forse è un bene perché debuttare al Ferraris – dove non ha mai giocato col Genoa, se non da avversario, sicché le sue tre presenze in rossoblù con Gian Piero Gasperini, il Faraone, le aveva racimolate tra 2008/09 e 2009/10 tutte in trasferta – con una sconfitta per 1-4 non sarebbe stato bello. “Comasco dal cuore ubriaco”, sento cantare alla mia destra, sulle note di Madonnina dei riccioli d’oro, un valzer di fine Novecento composto da musicisti piemontesi tra cui Bruno Garino, detto Martin, lo storico conduttore di Telecupole, un’emittente che trasmette da Cavallermaggiore (CN). Ho sentito spesso quella canzone al Sinigaglia, vederla fare capolino sul Luigi Ferraris mi lascia un piglio strano. Penso a Enrico Preziosi. Penso che, sotto il post Instagram con cui il Genoa ha comunicato il risultato alla fine del primo tempo, 1-3 il parziale, e che mi è passato sott’occhio nel feed all’intervallo scrollando sul display del mio smartphone, il commento con più cuoricini è, cito, «cosa cazzo abbiamo fatto di male per vedere a Como la proprietà del Como e a Genova la proprietà del Genoa» e mi era sembrato un commento molto ingiusto, al che ero sollevato leggendo che, per fortuna, qualcuno gli aveva risposto: «Sempre a menarla».
Due tiri – uno di Ricci, uno di Vitinha – sono stati parati, nel frattempo, dai rispettivi portieri. Nel Como, è uscito Assane Diao, tra gli applausi, com’è giusto avendo lui segnato una doppietta, ed è entrato Liberali, Mattia Liberali, diciannovenne (classe 2007) trequartista di Lissone, la città brianzola dove ha sede il centro Var con cui sono collegati tutti e diciassette gli stadi di Serie A e che, Liberali, avrebbe rifiutato in estate il Milan scegliendo il Como, che ne ha pagato la clausola rescissoria di sei milioni di euro al Catanzaro che proprio dalle giovanili del Milan lo aveva acquistato: come cambiano le gerarchie delle preferenze dei calciatori, in un mondo nel quale il Como disputerà la Champions League mentre il Milan – assieme alla Juventus: come aveva segnalato Giuseppe Pastore, è la prima volta dal 1991/92 in cui né rossoneri né bianconeri parteciperanno all’ex Coppa dei Campioni! – l’Europa League. Liberali, comunque, si diceva, quattro gol e quattro assist l’anno scorso in Serie B, compresi i play-off, è uno degli acquisti italiani (gli altri, Moise Kean e Samuele Ricci, in prestito dal citato Milan, oltre al rientro di Andrea Dossena) del Como in estate. Tutti e quattro gli italiani sono stati iscritti nella lista Champions consegnata dal Como alla vigilia della partita del Ferraris, e cioè il 3 settembre 2026. Non c’è Maxence Caqueret, centrocampista centrale acquistato per quindici milioni di euro dall’Olympique Lione nel gennaio 2024 ed ex acquisto più costoso nell’intera storia del Como (il record gli è stato successivamente strappato da Jesús Rodríguez, per 22,5 milioni di euro dal Betis nel luglio 2025, e Trevoh Chalobah, per 30 milioni di euro dal Chelsea lo scorso 9 agosto, se non si contano i sessanta milioni di euro coi quali il Como ha confermato a titolo definitivo Nico Paz alla fine di giugno), né Willy Kambwala, difensore centrale francese-congolese arrivato in estate dal Villarreal in prestito, e Jayden Addai, ala destra acquistata nel luglio 2025 per quattordici milioni di euro dall’AZ Alkmaar, pure perché il Como ha dovuto consegnare una lista ridotta, siccome non rispetta il minimo di otto calciatori “formati localmente” (quattro nel vivaio del club e quattro nel vivaio della federazione) e perciò il Como potrà contare su ventuno calciatori anziché venticinque nella cosiddetta lista A, più quattro giovani (Sgarbi, Cassano, Papaccioli e Andrealli) nella cosiddetta lista B, illimitata ma comprendente soli calciatori nati dal 1° gennaio 2005 e con almeno due anni di tesseramento continuativo del club dopo i quindici anni d’età. Se non altro, però, il giorno stesso della trasferta al Luigi Ferraris, il 4 settembre 2026, è arrivato il via libera formale dall’UEFA affinché il Como possa ospitare le gare casalinghe di Champions League nel proprio stadio, il Giuseppe Sinigaglia oggetto in estate di intensi lavori di adeguamento infrastrutturale (principalmente, la demolizione della Curva Ovest realizzata con tubi innocenti provvisori in acciaio e sostituita da una struttura fissa in cemento armato, l’allargamento del terreno di gioco e il potenziamento delle strutture per i media e della sicurezza, il tutto rispettando i rigidi e rigorosi parametri UEFA). Il Como aveva subito avviato i lavori una volta ottenuta la matematica certezza della qualificazione alla Champions League, ma la società aveva ugualmente indicato il Mapei Stadium di Reggio Emilia nel caso non si fosse riuscito a omologare il Sinigaglia in tempo. Così, per dire, giovedì prossimo, giovedì 10 settembre 2026, alle 21, il Como giocherà a Como contro il Red Bull Lipsia. A seguire, il Manchester United il prossimo 21 ottobre, l’AEK il prossimo 24 novembre e infine il Paris Saint-Germain campione delle ultime due edizioni di Champions League, il 20 gennaio 2027, saranno ospiti al Sinigaglia.
“Un giorno all’improvviso”, sento cantare alla mia destra e alla mia sinistra, dalla Gradinata Nord e dalla Gradinata Sud, al ritmo di tamburi, come se stessimo vincendo, dove il plurale è un sentimento – comprensibile, spero – di vicinanza a chi sperava andasse diversamente e invece, nonostante tutto, come abituati a fare, prosegue imperterrito a cantare, per scacciare forse la paura, fossimo in inverno potrei dire per scaldarsi, probabilmente per abitudine. Si vinca o si perda, ugualmente si canta. Ed è bellissimo. La partita non ha più nulla da dire. I trequartisti del Como non sono più Diao, Paz e Baturina ma LIberali, Ricci e Caqueret. Luis Milla gioca qualche metro dietro. Tutti ottimi palleggiatori, sulla carta, pronti ad addormentare il gioco come prevede lo stile di Fàbregas – nella stagione 2025/26, il suo Como è stato la prima squadra d’Italia per media di possesso palla (lo riporta FBref, il 61,6%, davanti al 59,8% dell’Inter e al 59% del Napoli), la seconda squadra d’Italia per gol fatti (64, meno solo degli 85 dell’Inter) e la prima squadra d’Italia per minori reti subite (29). Così, gli ultimi minuti di una partita che non ha più niente da dire filano lisce come l’olio, tristi come una delle ultime serate d’estate di ferie, anche se non di caldo perché il recente rapporto ONU ha fatto capire che il “super” El Niño potrebbe offrire nei primi mesi del 2027 l’inverno più caldo mai registrato e potrebbe durare fino a febbraio e in un post che Ferdinando Cotugno ha scritto su LinkedIn si legge che «il grado e mezzo è andato», che «quel limite era la confezione climatica per l’ultima Terra davvero abitabile (e ricordiamo che quell’ultima Terra-davvero-abitabile include già il disaster movie attuale)» e che «quello che sarebbe stato considerato un fallimento dieci anni fa oggi è il miglior scenario possibile, ma richiede una volontà politica che non esiste più e una capacità di rimozione di CO2 dall’atmosfera (CDR, non CCS che succhia CO2 dalle produzioni di gas) che al momento non è lontanamente vicino a quello che servirebbe». Io mi chiedo intanto quanti dei tifosi al Ferraris, 30.102 presenti paganti oggi, compresi i tifosi del Como, per un incasso complessivo di 117.315€, andranno al mare domani che è sabato. C’è ancora tempo per un’apertura di Osmajić, Vitinha che serve Ehizibue che serve ancora Vitinha che serve ancora Ehizibue che appoggia per Amorim che crossa e trova il colpo di testa di Chalobah, nulla di fatto. L’arbitro, Marco Guida della sezione di Torre Annunziata, assegna tre minuti di recupero. Messias recupera un buon, ma che dico buon, ottimo pallone sulla trequarti e serve Osmajić che lo perde, al limite dell’area di rigore comasca, ma lui in fondo ha segnato un gol oggi ed è al debutto da titolare col Genoa e quindi gli può essere perdonato. Arriva il triplice fischio. «Ci vediamo al Ferraris, per la partita contro il Frosinone, sabato 12 settembre alle ore 15», annuncia lo speaker del Grifone, Andrea Carretti. Stacco il tablet, fisso per un attimo il campo e mi accingo a raggiungere la zona mista.
Le parole di De Rossi e Fàbregas
Ogni Genoa-Como, ogni dannato Genoa-Como, mi lascia sempre una sensazione di incompiutezza. Non per quello che vedi in campo, innegabilmente una squadra superiore a un’altra, perlomeno da quando le sigarette aromatizzate ai chiodi di garofano hanno reso grande il Como, ma per il recente percorso di entrambe. Sono cresciuto con le ultime vestigia del Genoa di Gasperini e di lì ho assistito a un calo, anni delicati a flirtare con lo spettro della retrocessione finché non è infine arrivata, seguita di dalla bellezza di una promozione immediata (ma a che prezzo, l’aver interrotto la più lunga striscia di stagioni consecutive in Serie A dal dopoguerra, quindici?) e c’è chi dice il calo fosse fisiologico, chi premeditato, non voglio neanche darci ascolto.
Vivo a Como da quattro anni, un lasso di tempo sufficientemente grande per essermi reso conto di come una squadra i cui tifosi già erano soddisfatti della Serie B e di dieci gol di Alberto Cerri, figuriamoci della promozione in Serie A nel 2024 e della qualificazione alla Champions League due primavere dopo, abbia polverizzato record di crescita. Certo, fiumi di soldi sono stati massicciamente investiti nel Como, e nelle mie storie Instagram in evidenza ne conservo le prove, caroselli in centro storico, fumogeni, pullman col tetto scoperto che portassero Cesc Fàbregas – lui che ha preso casa qualche mese prima di me – e i suoi calciatori, giovani, stranieri, alcuni dei quali pagati a peso d’oro, in trionfo a pochi passi dal lago.
Capita così che Nico Paz, che oggi indossava una maglia bianca numero dieci che non è quella del Real Madrid ma avrebbe potuto esserlo, se solo il Como non lo avesse – incredibilmente – riscattato in estate, pure lì, per sessanta milioni di euro e che Paz potrebbe indossare, la maglia numero dieci, pure nella Nazionale argentina qualora restasse Lionel Scaloni, ora che Messi ha annunciato il ritiro dall’albiceleste.
Milutin Osmajić, venticinque anni, centravanti montenegrino acquistato dal Preston North End, seconda divisione inglese, con diversi episodi controversi alle spalle – venti giornate di squalifica in Inghilterra sommando un morso, un insulto razzista e una testata, ha scritto Goal.com – è concettualmente l’esatto opposto di Nico Paz. Dal pedigree meno sfavillante, è costato relativamente poco – due milioni e mezzo di euro – ma ha segnato alla prima da titolare in campionato col Genoa, come nella mia memoria avevano fatto Krzysztof Piątek e pochi altri.
Alla fine, ho ottenuto risposta alla mia domanda. La squadra è comunque andata sotto la Gradinata Nord a recuperare, non dico gli applausi, ma il sostegno da parte di un pubblico che chiaramente ha capito la situazione. Qualcuno dirà che non era contro Napoli, Lazio e Como che era obbligatorio fare punti, mentre contro il Frosinone – che verrà ospitato alle 15 di sabato 12 settembre p.v. – sarebbe ben più auspicabile. Daniele De Rossi, in conferenza stampa, non ha recriminato molto: «Con un pizzico di precisione in più, noi saremmo potuti andare in porta più volte. Loro non sono solo tecnici, sono molto fisici. Sono forti. Il Como è la squadra che più mi ha impressionato da quando alleno il Genoa. Le nostre colpe le abbiamo e ci lavorerò, possiamo migliorare». A chi gli ha chiesto se rifarebbe esattamente le scelte che ha fatto, più un commento sul fatto che il pubblico abbia invitato la squadra sotto la Gradinata, come accade in caso di vittoria, De Rossi ha risposto che «nel dopopartita è difficile dire che uno farebbe esattamente cosa ha fatto, me la vorrei rivedere prima di esprimere giudizi» e che «il pubblico è incredibile, non ci sono tante cose da dire. Ai ragazzi ho detto questo, provare a non aprire i telefonini, non leggere i social, non leggere voi, con rispetto, ma guardare quelli della gradinata che sembrano capirci meglio di chi non ci segue con abbastanza passione» e concluso con un «noi i nostri punti li faremo». Ha proseguito dicendo che «non lo scopro io, non siamo noi la prima squadra a cui il Como ha fatto un po’ girare la testa» e che «sul 2-1 speravo di finire 2-1 il primo tempo, perché sapevo che finché la partita la tieni viva, la tieni in vita, gli episodi accadono. Loro non hanno solo una grande mole di gioco, è frustrante. Non c’è niente di sbagliato in quello che fanno loro, ma soffri. Abbiamo fatto gol, con una giocata provata tutta la settimana, per quello abbiamo messo Baldanzi sul lato opposto, abbiamo fatto delle cose interessanti, abbiamo giocato bene assieme, anche chi è entrato nel secondo tempo è stato attivo». Alla fine, con una buona dose di onestà, De Rossi si è congedato con un «l’’allenatore loro è stato più forte di me».
Francesc Fàbregas Soler, detto Cesc, che alla vigilia aveva speso ottime parole d’elogio sullo stadio Luigi Ferraris e sul pubblico del Genoa – «A Genova è sempre un match da giocare al massimo. Casa loro è una piccola “Bombonera”, mi piace giocare lì perché c’è un ambiente che vive di calcio in modo spettacolare, qualcosa di simile alla Premier. Praticamente con la spinta dei tifosi giocano in dodici.Una squadra che ti viene a pressare a mille» – e che ha appena conquistato sette punti dopo tre giornate, tutte e tre in trasferta per i citati lavori in corso presso lo stadio Sinigaglia valsi l’omologazione per l’ospitata delle partite di Champions League, ha invece commentato che «noi proviamo a preparare i giocatori con la mentalità giusta e per me l’importante è che tutti abbiano la mentalità di essere noi, la nostra identità, i nostri principi, da qui non si esce. Se si esce, poi mi incazzo». Ha detto che «ho perso tanto nella mia carriera giocando bene e ho vinto tanto giocando male, non mi piace l’opportunismo di dire che se abbiamo vinto allora abbiamo giocato bene». Gli hanno fatto notare che tutta la trequarti – Baturina, Paz e Diao (doppietta) – abbia segnato, fuorché il centravanti, e Fàbregas ha aggiunto che «Diao ha fatto la partita più completa da quando è al Como, però, ripeto, ha vent’anni. Non possiamo aspettarci che tutte le partite tutti questi giocatori le giochino bene. A volte i giovani fanno bene, altre male. L’importante è educare i giovani, da due partite Diao sta facendo un lavoro difensivo incredibile e se continua così sarà un giocatore top, sennò resterà al Como e ogni tanto giocherà male e ogni tanto bene. Per me è la chiave che dobbiamo avere dentro la nostra società, anche staff e dirigenti, continuare a non abbassare il livello anche quando si fa bene». Qualcuno gli ha chiesto se sia vero allora che i giovani avrebbero accettato la responsabilità dei più esperti che hanno lasciato il Como – ed effettivamente, Vojvoda (31 anni), Sergi Roberto e Alberto Moreno (34 anni), Álvaro Morata e Diego Carlos (33 anni), che si vanno a sommare alle partenze di Pepe Reina (a 42 anni) e Andrea Belotti (31) nell’estate del 2025: complessivamente, riporta Transfermarkt, nella Serie A 2024/25, cioè la prima del Como nella massima serie del campionato italiano di calcio dopo ventun anni, il Como era la terza squadra del torneo per età media (26,5 anni su cinquantun calciatori), mentre nel 2025/26 era la nona squadra per età media (25,4 anni su quaranta calciatori) e infine oggi, nel 2026/27, a mercato ufficialmente chiuso, il Como è la dodicesima squadra per età media, o la nona per gioventù della rosa (25,5 anni su ventisette calciatori): certo, l’età media della Serie A è aumentata, da 25 anni del 2024/25 a 25,7 anni, ma ad esempio il Genoa, dal ritorno in Serie A, ha curiosamente abbassato la media del campionato (25,9 anni su quarantaquattro calciatori nel 2023/24, 24,9 anni su quarantotto calciatori nel 2024/25, 24,3 anni su quarantasei calciatori nel 2025/26 e infine 25,1 anni su trentuno calciatori nel 2026/27, stagione in cui il Grifone è la settima squadra italiana per minor età media, dietro Parma, Lecce, Monza, Cagliari, Fiorentina e Sassuolo) – e Fàbregas, ripetiamo, a chi gli ha chiesto se sia vero allora che i giovani avrebbero accettato la responsabilità dei più esperti che hanno lasciato il Como, ha risposto che «cobbiamo avere pazienza con questi giocatori, ogni anno hanno un anno in più. Dobbiamo fargli crescere a prescindere da vincere o perdere». Sulla prestazione di Moise Kean, al debutto col Como e autore dell’assist del secondo gol di Diao, il tecnico spagnolo ha spiegato che «Kean è un grandissimo giocatore però anche difensivamente deve capire tutto quello che vogliamo da lui. Tasos (Douvikas, ndr) all’inizio non era il Tasos che si vede oggi». Per chi abbia memoria, non sono affatto nuove spiegazioni sui giovani e su come far crescere i suoi calciatori più giovani. Sono però sempre un monito utile all’intera Serie A, come detto, 25,7 anni in media, secondo dei migliori cinque campionati d’Europa per età media inferiore dei calciatori (dietro la Ligue 1 con 25,1 anni in media, davanti a Bundesliga con 25,8, Premier League con 26,1 e La Liga con 26,5).
A seguire, in conferenza stampa si è presentato anche Johan Vásquez, capitano del Genoa, con cui, contro il Como, ha disputato la centoquarantottesima presenza: «Sapevamo che inizio di campionato sarebbe stato – ha esordito il difensore messicano, che con la sua Nazionale ha disputato lo scorso Mondiale di calcio -, credo meritassimo qualcosina in più in termini di punti. Il calcio è così, è compito mio tenere la squadra stretta e non mollare. Credo che è difficile parlare quando hai zero punti. Sì, hai giocato bene, non voglio fare tanti drammi. So che forse sono troppo politico ma rimango con quello che abbiamo vissuto alla fine, sappiamo che i tifosi sono con noi. Ognuno deve farsi la domanda su come può aiutare la squadra».
Ecco di seguito il tabellino della partita:
Genoa (3-4-1-2): Bijlow; Marcandalli (dall’81’ Meichtry), Østigard, Vásquez; Sabelli (dal 46′ Vitinha), Sow (dal 75′ Amorim), Frendrup, Ellertsson; Baldanzi (dal 66′ Messias); Colombo (dal 66′ Ehizibue), Osmajić. Allenatore: De Rossi. A disposizione: Sommariva, Stolz, Doucouré, Otoa, Mitaj, Puczka, Wiafe, El Shaarawy, Traoré.
Como (4-2-3-1): Butez; Couto, Ramón, Chalobah, Valle; Perrone, Da Cunha (da 79′ Ricci); Diao (dall’84’ Liberali), Paz (dall’80’ Milla), Baturina (dal 66′ Caqueret); Douvikas (dal 66′ Kean). Allenatore: Fàbregas. A disposizione: Robert Sánchez, Vigorito, Kempf, Kambwala, Dossena, Goldaniga, Kaiki, Smolčić, Lahdo, Jesús Rodríguez.
Reti: 19′ Osmajić, 25′ Baturina, 30′ e 78′ Diao, 40′ Paz. Ammoniti: Sow, Østigard (G), Baturina (C). Arbitro: Guida.

