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Più le cose cambiano, più restano le stesse”: non sappiamo se Massimiliano Allegri abbia mai sentito le parole pronunciate da Kurt Russel/Jena Plissken in “Fuga da Los Angeles”, ma probabilmente calzano a pennello col contesto in cui è stato catapultato. Allegri, iniziando la nuova avventura con la corazzata Juventus, in questi primi mesi ha deciso di farla andare avanti dopo l’addio di Conte in un solo modo: non cambiando il sistema di gioco. Ed è stata la scelta più furba fatta dall’allenatore livornese.
Cinque gol realizzati, zero subiti nelle tre partite ufficiali, nonostante le assenze di Pirlo, Barzagli, prima di Chiellini e poi di Vidal. La Juventus sta continuando la sua marcia, ha sofferto e tremato con le occasioni di Maxi Lopez a Verona e quella di Eriksson nella sfida europea contro il Malmoe, ma ha ottenuto il massimo risultato. Ha vinto la partita che doveva vincere in Champions, quella più comoda; ha ritrovato Carlos Tevez in formato europeo con una grande doppietta; viaggia prima in campionato con sei punti in due gare, in attesa dello scontro diretto contro il Milan di sabato.

Già, il Milan: a Milano Allegri se lo ricordano bene. Il matrimonio con i rossoneri inizia quando Allegri ha 43 anni e una carriera da gregario alle spalle. Dopo una vita passata a centrocampo, è arrivata la panchina: Aglianese, Spal, Grosseto, Udinese (da collaboratore), Lecco, Sassuolo e Cagliari. Nel capoluogo sardo, il toscano affresca i suoi capolavori in rosso-blu, salvandosi in annate contraddistinte da un’incredibile altalenanza di risultati. Quanto basta per trovarsi al posto giusto al momento giusto: nella squadra di Thiago Silva e Zlatan Ibrahimovic, polizza per vincere in carrozza lo scudetto 2010/2011 e la successiva Supercoppa Italiana.
Poi il giocattolo si rompe: tensioni in spogliatoio, coi tifosi, complici scelte sofferte e contestate (come la partenza di Pirlo). In mezzo una società che si barcamena in una situazione economica difficile, cede il cedibile, cerca le occasioni più che costruire un progetto. La colpa di Allegri in quel Milan? Forse non tecnica: un certa condiscendenza, l’aziendalismo misto a gratitudine verso chi l’ha lanciato ai massimi livelli. La pagina di carriera in rossonero si chiude nel peggior modo possibile, una sera di gennaio, con la sconfitta 4-3 contro il Sassuolo per una squadra allo sfascio.

Inizia un periodo di riflessione per il livornese, si parla anche di nazionale. Ma lui aspetta l’ennesima occasione, perché sapersi trovare al posto giusto al momento giusto è la sua specialità: lascia Antonio Conte, ecco la Juve. I tifosi accolgono la scelta della società bianconera con scetticismo, qualcuno protesta. Poco più di 60 giorni dopo, Allegri è il condottiero di una Juventus che c’è ancora e sta uscendo dall’era Conte con personalità e carattere. Il suo carattere, forte, a prescindere da chi gli rimprovera di non farsi sentire.
Arrivato a Vinovo, vara la difesa a quattro ma di fronte a nuove esigenze e alla piaga infortuni fa, per appunto, la cosa più intelligente: lascia inalterato il sistema di gioco e lavora sui dettagli, sulla testa dei suoi. E il lavoro paga: non è solo Tevez che si sblocca, c’è di più. C’è un Vidal dato come partente torna guerriero a Verona; Marchisio fa il regista coi tempi giusti, non è Pirlo, ma tiene le redini in mezzo; in difesa Caceres, Bonucci e persino il tanto vituperato Ogbonna non fanno rimpiangere i big; un ragazzino come Coman esordisce da campione.

La Juve c’è, col carattere, e il merito sarà anche di chi la deve guidare. Che sabato incontra il Milan di un altro che sta sorprendendo, Pippo Inzaghi, che a Milanello è stato talvolta percepito come un futuro rivale. Tutti ricordano famoso screzio del settembre 2012: il grande duello è stato solo rimandato di due anni, su panchine diverse. Non sarà resa dei conti, ma sabato arriverà il secondo round.

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