Dnipropetrovsk
Di Stanoromod - Навчально-тренувальна база ФК «Дніпро» – Wikimapia, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=66717431

Dnipropetrovs’k, l’Ucraina che non muore

Dnipropetrovsk
“Il Dnipro deve vivere!”. Copyright foto: Stanoromod – Навчально-тренувальна база ФК «Дніпро» – Wikimedia, CC BY-SA 3.0

La Prem’er-Liha ucraina 2013/14 è stata un torneo a dir poco strano. Il 29 ottobre 2013, dopo la 14° giornata, si ritirò l’Arsenal Kiev perché il presidente Vadym Rabynovych (già fondatore del canale televisivo один плюс один, imprenditore nella comunicazione e ai tempi candidato alla futura campagna presidenziale 2014) non riuscì a trovare sponsor nonostante le donazioni dello Šachtar affinché il torneo non venisse falsato. Il girone di ritorno slittò pertanto di due settimane, complice pure l’annessione russa della Crimea nel marzo 2014 e gli strascichi dell’Euromaidan che si protraeva ormai da novembre. In questo contesto il Dnipro Dnipropetrovs’k allenato dallo spagnolo Juande Ramos riuscì a concludere mirabilmente la stagione al secondo posto con 59 punti, a -6 dallo Šachtar che per onor di cronaca batté sia in casa che in trasferta. Quel Dnipro aveva grossi piani: il tecnico castigliano aveva arroventato i suoi attaccanti, i soli Kalinić, Konoplyanka, Zozulya, Selezn’ov e Matheus, autori di 47 reti complessive. La porta di Denys Oleksandrovych Boyko era la terza meno battuta dell’intero campionato. La quinta città ucraina per popolazione, precedentemente nota per il porto fluviale sul fiume omonimo (Dnepr, Дніпро), un milione di abitanti, aveva improvvisamente scoperto il calcio. Innamoramento fugace e mellifluo, come la storia – recente – avrebbe confermato.


Servizio sul videoclip di Oleksandr Graf del 2017. La canzone integrale si trova qui su YouTube.

Europa League, il nucleare e un gol annullato

Quel sopracitato secondo posto volle dire Champions League l’anno dopo, all’alba della stagione 2014/15. Qui l’eliminazione subita per mano del FC Copenhagen ridimensionò i piani del Dnipro che in Europa League seppe però arrivare fino alla finale di Varsavia. Dietro ai festeggiamenti del Siviglia di Unai Emery c’era una medaglia argentea dall’alto connotato emozionale, al collo di una squadra in esilio per via di combattimenti che arrivavano fino alle rive del fiume Dnepr, che conferisce il nome a un territorio principalmente noto per gli esperimenti sul nucleare condotti dall’URSS. La sorte spedì – immeritatamente – il Dnipro in finale, visto che la gara contro il Qarabağ fu macchiata dall’annullamento di un gol azero regolare che col senno di poi avrebbe inciso in modo decisivo sul passaggio del turno, ma tant’è. L’hashtag #Justice4Qarabag, che divampò in breve tempo sui social, non sortì effetto alcuno. Ma fu il ko contro il Siviglia che tarpò le ali al Dnipro Dnipropetrovs’k. E così a fine gara Yevhen Oleksandrovyč Selezn’ov, allora 31enne attaccante originario di Makiïvka, 250mila abitanti nell’oblast’ di Donetsk nonché principale centro ucraino di estrazione del carbone, pianse davanti alla stampa:

«Abbiamo perso la partita più importante della nostra vita. Ho dato la medaglia a mio figlio e gli ho detto queste parole:  “Ricorda: accetta solo le medaglie di quando vinci, non accontentarti mai di quella che ottieni per il secondo posto’. Siamo arrivati in finale. Abbiamo fatto cose incredibili. Ma poi arrivi in finale e la perdi, allora a cosa serve?».

Yevhen Oleksandrovyč Selezn’ov
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La formazione titolare del Dnipro, nella finale di Varsavia. Foto del 27 maggio 2015, copyright & credits Football.ua (Станислав Ведмидь).

Il tecnico Myron Markevyč – lui di Vynnyky, municipalità di Leopoli – dibatté col presidente, Ihor Valeriyovych Kolomoyskyi: «Negli spogliatoi ci ha detto che col senno del poi non avremmo dovuto giocare». I premi previsti in caso di vittoria, o comunque per l’approdo in finale, furono annullati. Markevyč pare invece sia stato obbligato a rinunciarvi e il capitano Ruslan Petrovyč Rotan’ acquistò memorabilmente, di tasca propria, le maglie dei suoi compagni – che erano state messe all’asta a fine partita – pur di donarle nuovamente ai legittimi proprietari. Lo stesso Rotan’ che, nato a Poltava (Полтава, sulla riva destra del fiume Vorskla) e cresciuto nelle giovanili del Dnipro, eccezion fatta per un triennio alla Dinamo Kiev, aveva sin lì dedicato l’intera sua carriera ai biancoblù. Lo stesso Rotan’ che il 27 maggio 2015, nella notte di Varsavia, aveva provvisoriamente pareggiato la partita al 44′, su calcio di punizione. La stessa sera, il gol decisivo del colombiano Carlos Bacca, del Siviglia, incrinò definitivamente l’idillio. Cominciò il crollo verticale che il 29 giugno 2019 ha cancellato dalla storia il Dnipro Dnipropetrovs’k.


Gli highlights della finale (in ucraino).

Smembramento, denaro e una confisca mancata

Che la squadra negli anni precedenti fosse stata oggetto di smantellamento era abbastanza noto, ma la mancata partecipazione del Dnipro Dnipropetrovs’k alla lega amatoriale ucraina l’anno successivo fece più che scalpore La sede societaria, ostaggio di giornali, venne coperta da religioso, o forse imbarazzante, silenzio: ufficiosamente si sapeva che Ihor Valeriyovych Kolomoyskyi avesse interrotto le immissioni di denaro nelle casse del club. L’autogestione aveva allontanato i principali calciatori, i cui stipendi pesavano indubbiamente a libro paga. Dal marzo 2015 lo stesso presidente Kolomoyskyi aveva lasciato l’oblast’ recandosi in esilio forzato in Svizzera, poi Israele, infine Stati Uniti dove, facevano sapere, «le autorità ucraine non possono toccarlo».

Pare che servendosi di una banca cipriota Kolomoyskyi – già fondatore di un istituto bancario ucraino, PrivatBank (ПриватБанк) – avesse girato a sé stesso 4,5 miliardi di dollari per finanziare le truppe filogovernative e acquistare benzina per l’esercito. Ora, la sua PrivatBank aveva erogato prestiti a 42 aziende ma col passare del tempo il conflitto obbligò a una spending review. Kolomoyskyi non era certamente l’unico oligarca a occuparsi di calcio, ma il presidente del Metalist Charkiv – Serhiy Kurchenko, imprenditore nel settore del gas naturale – era fuggito dal paese nel febbraio 2014, non prima di aver accettato l’offerta dell’Atalanta per Papu Gomez, mentre Rinat Leonidovič Akhmetov – a capo dello Šachtar Donetsk, fondatore di un’importante holding finanziaria fondata nel 2000 a Donetsk e filantropo attraverso la fondazione che porta il suo nome (Фонд Ріната Ахметова) – provò a far da mediatore tra le istanze russa e ucraina. Infine, nell’ottobre 2017, la sentenza emessa da un tribunale ucraino confiscava de facto la squadra gialloblù di Kurchenko: il Metalist passava così sotto controllo statale.

A peggiorare la situazione del Dnipro, fu scoperta una marea di inadempienze: emerse come già nel 2015 ci fossero ritardi nei pagamenti di stipendi, compreso quello dell’allenatore Juande Ramos che aveva già lasciato Dnipro nel 2014 per motivi bellico-familiari, poi nell’inverno 2016 la FIFA estromise la squadra dall’Europa League 2016/17 per le retribuzioni ancora non saldate. Quell’anno il Dnipro Dnipropetrovs’k finì terzo in campionato e la fase a gironi di EL gli sarebbe spettata per meriti sportivi. In realtà, adesso, precipitava improvvisamente a peso morto con una doppia retrocessione d’ufficio. In rosa restavano soli 14 giocatori: due portieri, cinque difensori, altrettanti centrocampisti e due attaccanti, in totale, un’età media di 20 anni spaccati e un valore di mercato stimato dall’autorevole Transfermarkt in non oltre 300mila euro. Un salasso. Il patrimonio calcistico personale di Ihor Kolomoyskyi – composto da compagnie aeree, aziende attive nell’estrazione di gas e almeno 8 società operanti nelle telecomunicazioni – sembrava dissolto. Andriy Rusol e Igor Valerievich provarono a tenere in vita il Dnipro Dnipropetrovs’k con l’aiuto di Roman Zozulya, ma non restava che l’autobus del club (e soltanto perché accidentalmente il direttore generale del club Andriy Stetsenko – il giorno del pignoramento – lo stava provvidenzialmente guidando verso Boryspil’, nel nord del Paese, dove ha peraltro sede il principale aeroporto ucraino per movimentazione di passeggero).

Dnipropetrovsk
28 luglio 2015: il tecnico Markevych e una delegazione di calciatori (Fedetskyi, Zozulya) del Dnipro, inieme all’addetto stampa della Nazionale ucraina Oleksandr Hlyvynskyi, in visita ai militari in servizio nella frontiera di Donetsk a Mariupol. Fonte e credits: www.fcdnipro.ua.

Si legge in un comunicato del club (www.fcdnipro.ua/ua/news/2015/07/28/8504): «Dopo aver chiesto ai militari di cosa avessero bisogno, calciatori e volontari hanno raccolto acqua potabile, prodotti per l’igiene personale, pacchetti di cibo e sigarette Hanno anche radunato un sacco di accessori: le maglie di Roman Zozulya e Artem Fedetskyi, gagliardetti e sciarpe delle partite della Nazionale dell’Ucraina e del FC Dnipro. Un posto speciale tra i gadget è stato occupato dai palloni da calcio della finale di Europa League con gli autografi dei nostri calciatori finalisti».
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Урочисте відкриття стадіону «Дніпро» / La cerimonia d’inaugurazione dell’Arena, lo stadio del Dnipro, il 14 settembre 2008. (copyright: WikiMedia Commons)

Dnipro-1, ovvero il fratello “adottato”

Se il coma del Dnipro Dnipropetrovs’k era ormai irreversibile, nel marzo 2017 ne era sorto un gemello. Si chiamava SC Dnipro-1 ed era pressoché la copia esatta del fratello. La maggior parte dei calciatori del Dnipro si distribuì uniformemente tra la squadra Under 19 e l’U21 del neonato Dnipro-1 gestito da Maksym Bereza e Hennadiy Polonskyi – Maksym è figlio del presidente del club, Yuriy, capo del Reggimento Dnipro-1, una delle task force speciali della polizia ucraina, dal cui stemma si è presa ispirazione per il logo della squadra di calcio:

«Nel complesso è la stessa squadra, solo il nome è cambiato. Lo staff tecnico, il materiale organizzativo e la spina dorsale sono rimasti uguali»

Serhiy Politylo, centrocampista

«Molti dicono che il Dnipro-1 sia il successore del Dnipro, è molto difficile dirlo con certezza ma pare davvero che sia lo schema di un riavvio del club per non pagare i debiti. Lo stadio è rimasto quello e il proprietario non era sicuro del suo futuro politico e finanziario, dunque ha ridotto i finanziamenti. Lui è interessato al calcio, ma a differenza di chi sta a capo di Dinamo o Šachtar non ha ambizioni, si sta solo divertendo»

Oleg Fedorchuk, centrocampista

Il 2019 è passato dunque alla storia non solo per la morte del Dnipro Dnipropetrovs’k, ma pure per la prima storica stagione in cui il Dnipro-1 ha militando in Prem’er Liha ucraina. Le sue massime ambizioni sono divenute realtà proprio quando le pendenze del gemello si sono fatte insostenibili e il Dnipro Dnipropetrovs’k è fallito. Dietro a un passaggio di consegne che in Russia richiama a qualcuno l’ascesa del Krasnodar (alle spese del Kuban’ Krasnodar), c’è però di più. La procedura, in casi come questo, prevede la cancellazione dei debiti a livello legale ma la FIFA sentenzia altresì l’impossibilità di utilizzare nome e marchio di un club che non sia non in regola coi pagamenti. Ecco perché, in soldoni, anziché formattare il Dnipro da zero s’è scelto di sovrascriverne uno nuovo.

Il Dnipro-1 naturalmente non può appropriarsi di nome e marchio del Dnipro Dnipropetrovs’k, proprio per quanto detto. E curiosamente non è la prima volta in cui accade un meccanismo simile: nel 1996 il Dnipro di proprietà della PrivatBank (vi dice qualcosa?) fallì e la gestione fu coperta con un club nuovo, il FC-Dnepr-96 LLC. Il nome passò in AOZT FC Dnipro e, quando arrivarono i soldi, furono saldati i debiti e contestualmente riacquistato il nome Dnipro che dura ormai dalla dissoluzione dell’URSS, quando il club non si chiamò più Metallurg. La storia parte dal 1918, col nome di БРІТ (BRIT, acronimo di Брянський робітничий індустріальний технікум, Brianskyi Robitnychyi Industrialnyi Tekhnikum), quindi Petrovets (Петровець) dal 1927, anche se il nome con cui partecipò al campionato sovietico era Stal (Сталь), letteralmente “acciaio”. Al termine della seconda guerra mondiale un nuovo cambio di naming portò a Metalurh (Металург) a testimonianza della vocazione cittadina nella lavorazione del metallo. Infine, nel 1961 – con l’influenza russa – il nuovo sponsor Yuzhmash, un ente statale ucraino operante nella produzione di apparecchiatura aerospaziale, ecco “Dnipro”. Durato fino al 2019, come detto. Malgrado il meccanismo rodato, però, qualcuno ha scosso la testa. Per il presidente onorario del Dnipro-1, il sopracitato Yuriy Bereza, i tifosi si sentirebbero trattati ingiustamente:

«Non mi hanno ascoltato, ho incontrato pure personalmente Kolomoyskyi convincendolo a non interferire col Dnipro-1 ma anche il mio cuore è spezzato. Ho tifato Dnipro per molti anni».

Yuriy Bereza

Sulla falsariga, al corteo luttuoso s’unirono in tanti. L’attaccante croato Nikola Kalinić ha mantenuto un forte legame con città e società, mentre il presidente dello Šachtar – Akhmetov – ricordava l’Europa League raggiunta nel 2015: un successo per ‘l’intero paese, cui Kolomoyskyi dedicava quella finale raggiunta: «Mi congratulo con tutta l’Ucraina. Vorrei poi dedicare questa vittoria a tutti i nostri tifosi, soprattutto a quelli che non potevano e non potranno gioire di questo storico successo, a tutti coloro che stanno difendendo la patria». E nemmeno Ruslan Rotan’, storico capitano nonché uno degli ultimi ad andarsene dal Dnipro prossimo ad affondare, si disperò: «Non faccio una tragedia se il Dnipro non esiste più, verrà il momento in cui tornerà al suo posto. Non scomparirà dalla mappa del calcio ucraino».

Rotan Konoplyanka
Ruslan Rotan’ e Yevhen Konoplyanka, due dei calciatori più rappresentativi del Dnipro. Foto credits e copyright: www.fcdnipro.ua (Sergey Kozin)

‘Solo i codardi pagano i debiti’

A maggio Ihor Valeriyovych Kolomoyskyi, a questo punto noto come l’uomo che salvò e poi “distrusse” il Dnipro, disse di voler tornare nell’oblast’ omonimo. Aveva seguito alla lettera quello che alcune fonti riportano essere il suo motto («solo i codardi pagano i debiti»). A Dnipropetrovs’k, da dove dal 2010 al 2014 Juande Ramos aveva contattato i connazionali Juanfran, Jordi Alba e Juan Mata, non c’erano già più i suoi forti investimenti e anzi, si disse che il presidente dell’Arsenal Kiev citato a inizio articolo (Rabynovych) fosse piuttosto un suo prestanome, sempre connaturato all’investimento massiccio nel calcio alla ricerca del successo. Oggi che i Guerrieri della Luce, soprannome del club, non esistono più, l’altro sopracitato Yevhen Selezn’ov, autore del gol decisivo in semifinale nel 2015 contro il Napoli di Rafa Benítez, non poté che manifestare la sua tristezza. A chi però gli chiese del rapporto col presidente, rispose:

«Arrivato dallo Šachtar, mi diede personalmente il benvenuto. È l’unica volta in cui ha mai incontrato un calciatore. A me chiese se l’allenatore fosse un problema, poi disse al CEO di raddoppiarmi lo stipendio. Anche se non mi ha pagato tutto, resta un grande. Lo adoro»

Yevhen Selezn’ov

Non tutti naturalmente sono soddisfatti della gestione societaria. Yevhen Konoplyanka aveva ad esempio compiuto il percorso inverso, tornando in patria in estate allo Šachtar dopo 9 anni in biancoblù. Il 6 ottobre 2019 era romanticamente rientrato a Dnipropetrovs’k con occhi lucidi, una maglia diversa (quella dei Minatori) e una ferma consapevolezza: «Non sarà una partita fondamentale per me, il Dnipro-1 è un club normale. Solo se fosse il Dnipro Dnipropetrovs’k sarebbe stata una gara importante, perché mi mancano davvero quelle emozioni». Giocò 68′, gli arancioneri vinsero 2-0 in trasferta e quelle emozioni, già allora, erano destinate a essere irripetibili.

Dnipropetrovsk

Ведь недаром шар земной
Сине-бело-голубой!

Dopotutto, non è per caso che il globo terrestre
è blu, bianco e blu!