Marino Bartoletti

A tu per tu con Marino Bartoletti

Spulciando tra le carte di Marino Bartoletti sono rimasto interdetto dal suo stacanovismo: sono più le esperienze accumulate di quelle che, in una carriera piena e multidirezionale, si è dovuto negare. Ideatore di programmi tv, direttore di numerose testate, inviato, redattore, conduttore, opinionista, e perfino direttore scientifico della sezione sportiva dell’Enciclopedia Treccani: Marino Bartoletti ha ridefinito la professione del giornalismo con fare umile, sommesso, ma competente. Aprendo nuovi orizzonti, stando sempre al passo coi tempi.

Quando l’ho chiamato per intervistarlo, in attesa che rispondesse, ho improvvisamente realizzato cosa una semplice chiacchierata al telefono mi avrebbe negato. Di lì a poco avrei parlato con uno dei miei idoli senza però poter posare lo sguardo su quella parte del corpo che, negli anni, è diventata icona del suo stesso stile: i baffi. Folti e rassicuranti come quelli di un lontano zio delle campagne, sempre uguali a loro stessi, sottratti alla crudeltà del tempo.

Un saluto, presentazioni di rito, e via con la conversazione. Tutto sommato piacevole nonostante i 40° all’ombra di una città deserta.

Marino, è possibile considerarti a tutti gli effetti uno dei padri della televisione italiana, quanto meno per quel che riguarda il filone dei talk-show a carattere sportivo. “Quelli che il calcio”, programma da te ideato nel 1993, ha accompagnato con simpatia e leggerezza le domeniche di milioni di italiani. Un’idea semplice ma rivoluzionaria rispetto alla tradizione. Com’è nata?

«Alla base c’era un bambino che guardava la radio. A me la radio piaceva guardarla, non ascoltarla. Mi piaceva immaginare quello che c’era dietro. Sono fermamente convinto che alle volte è più forte quello che immaginiamo di quello che riusciamo a vedere. Da questa mia piccola fissazione ecco l’idea di fare un programma televisivo dal sapore, per così dire, radiofonico. E quindi, pur continuando a non far vedere le partite, la sfida era farle immaginare. Riprendevamo le persone che guardavano gli incontri e ci rendemmo conto che nei loro occhi c’erano la passione e le emozioni necessarie a raccontarli a chi per il momento guardava altrove. A pensarci, noi con Quelli che il calcio, abbiamo dato un’immagine del calcio forse più bella di quanto non l’abbia realmente. Perché il calcio veniva narrato con drammatizzazione, poi magari uno andava allo stadio e si accorgeva che non era esattamente così. Quello era il nostro calcio, era il calcio di Suor Paola, di tutte le persone che ruotavano intorno alla trasmissione conferendogli leggerezza e allo stesso tempo serietà. Avendo alle spalle “Tutto il calcio minuto per minuto” e Carlo Sassi, che era il re della moviola, riuscimmo a coinvolgere due fette di pubblico tra loro apparentemente incompatibili: da un lato chi amava il calcio e voleva sapere esattamente quello che accadeva, dall’altro chi non avrebbe mai neanche pensato di vedere una partita. E che però attraverso i nostri racconti s’innamorava del pallone».

Un esperimento riuscito, direi.

«Credo che il risultato sia stato epocale, facemmo anche dei numeri che non sono stati mai più ripetuti. Figurati che dovemmo spostarci da Rai 3 a Rai 2 perché l’ecostistema del palinsesto non permetteva che Rai 3 fosse più forte degli altri canali. Ci guardavano in cagnesco perché un italiano su tre seguiva “Quelli che il calcio”. Ma non sono i numeri il nostro orgoglio: sono le famiglie riunite davanti un focolare che per qualche strana magia riusciva a polarizzare l’attenzione alla domenica pomeriggio».

Tv a parte sei un giornalista vecchio stampo, forgiato e temprato nelle grandi redazioni degli anni 70’: Resto del Carlino, Il Giorno, L’Occhio e ancor prima il Guerin Sportivo con Gianni Brera direttore. Che aria si respirava in un contesto che ha dato vita ad una folta schiera di giornalisti italiani?

«Se fossi tra i giovani giornalisti di adesso invidierei molto chi ha avuto la fortuna di respirare quell’aria perché più che redazioni erano dei laboratori artigianali di grandissima qualità. Quando io a poco più di vent’anni lasciai la mia piccola città (Forlì, nda), dove avevo fatto le mie prime esperienze al Resto del Carlino, e andai a Milano al Guerin Sportivo, già quello era un sogno che si realizzava. La prima persona che vidi fu Gianni Brera e già lì potevo morire felice. Se fossi stato il Dottor Faust avrei venduto l’anima al diavolo per la decima parte di quello che ho avuto. Mai avrei pensato poi di diventare io il successore di Brera, alla guida del Guerin Sportivo, e tutto il resto che ne è venuto. Non ho incontrato il diavolo, né gli ho venduto l’anima, perché mi serviva. D’altro canto è difficile raccontare adesso i sacrifici che si facevano allora: panini che si mangiavano tra una pausa e l’altra, la fatica, sembrano quasi un racconto di retroguardia. Dio benedica quella parte della mia vita, quelle notti passate a battere le cartelle della macchina da scrivere. Bisognava essere bravi perché la carta non si sprecava. Adesso mi trovo anche impigrito perché si usa il correttore automatico. Quando scrivi qualcosa che non va basta premere cancella e lo rifai. Alla base della mia fortuna professionale c’è quella cosa che si chiamava gavetta e ora non so più come si chiami. Però insomma, la rimpiango con tanto affetto e con un po’ di nostalgia».

Considerando che ti sei mosso con disinvoltura ed eleganza attraverso entrambi i mezzi, cosa in cui davvero pochi riescono, è giusto chiederti: tv o carta stampata, dove ti senti più a tuo agio?

«Mah, guarda, quando ho iniziato a lavorare in tv i miei figli dicevano: “Papà non fa più il giornalista”. Per loro, e anche per me in fondo, il giornalista era quello che andava in giro con la macchina da scrivere, viaggi su viaggi per seguire lo sport in tutte le sue manifestazioni. Diciamo che tra le mie aspirazioni non c’era nient’altro che questo. Poi è arrivata per caso questa vocazione televisiva che ad essere sinceri non è riuscita proprio malissimo. Devo dire che entrando in televisione ho perso un po’ il piacere e il gusto di scrivere. Tutte cose che ho ritrovato, per allinearmi con la contemporaneità, un anno fa quando sono entrato su Facebook. Ci ho scritto addirittura un libro. In tanti mi chiedevano perché non scrivessi più nulla, e io rispondevo che non ne avevo voglia, che non avevo tempo. Poi mi sono accorto che il libro l’avevo già scritto. Grazie a Facebook mi sto divertendo come mi divertivo una volta e forse anche di più».

Proprio qui volevo arrivare: i social che, in una costante ingerenza nella vita quotidiana, hanno stravolto il modo di veicolare l’informazione. Si vive in un limbo tra reazionarismo e avanguardia: c’è chi vede un’occasione nel cambiamento e chi invece ne annusa la morte del giornalismo propriamente detto. A giudicare dal tuo ultimo libro BarToletti, così ho sfidato Facebook (edito da Minerva Edizioni), la tua corrente di pensiero mi sembra abbastanza chiara.

«C’è un’apertura, ma rimanendo se stessi. Non ho cambiato di una virgola quello che sono. A me piace raccontare storie ed emozioni, cose che ho sempre fatto nella mia vita, e motivo per cui ho iniziato a fare questo mestiere. Non me le nego. Se devo aggiungere due righe e una foto le aggiungo, importandomene poco di quelle che sono le regole dei social: scrivere post brevi, fatti in un certo modo, con tutte le istruzioni per l’uso. Anzi, attraverso questo mio modo di fare, ho creato una comunità di cui vado molto orgoglioso: ci sono persone affamate di racconti, affamate di favole, che mi seguono in maniera civile. La cosa colpisce parecchio. Se guardi il profilo della mia pagina vedi la partecipazione di gente che come minimo conosce l’educazione. Tant’è vero che se qualcuno va fuori strada viene immediatamente redarguito dagli stessi followers».

La tua pagina Facebook, un calderone d’affetto e di stima da parte di chi ti segue, accoglie i visitatori in un modo che credo ti si addica molto: “Cedo, con un po’ di timidezza, ai tanti amici che mi hanno chiesto di affacciarmi a Facebook. Grazie a chi mi vorrà fare compagnia”. Questa la didascalia sulla tua copertina.

«Così era cominciata e così prosegue. Il clima è quello. Io poi davvero non rinuncio a nessuna riflessione, e mi piace pensare che riesca a rappresentare le opinioni di tante persone. Non è perbenismo fine a se stesso. Mi permetto di richiamare a un po’ di civiltà, un po’ di educazione, un po’ di rispetto. Delle piccole regole che poi sono alla base della vita. Dopodiché aggiungiamo pure qualche congiuntivo e qualche consecutio temporum azzeccata. Ne vado orgoglioso ma quello non è merito mio, quanto della mia professoressa del liceo che spese cinque anni a tormentarmi. Alla fine è stata la mia fortuna».

Forse, l’aspetto che mi ha sempre affascinato è il tuo modo di importi senza alzare la voce. Umile, poco appariscente, essenziale. Eppure così autorevole nonostante nella tua carriera non ti sia mai fatto mancare la boutade. Penso a te e il sostantivo che mi viene in mente è “leggerezza”. Intesa non come superficialità ma come capacità di arrivare a tutti, generando empatia.

«Guarda, io propendo per “franchezza”. Penso di dire sempre quello che penso, nel limite del possibile con educazione, qualche volta con ironia. Se devo dire una cosa veramente la dico cercando di guardare in faccia le persone alle quali parlo e di cui parlo. Poi come dici tu si può essere leggeri, ma l’importante è essere corretti. Io stesso so cosa significa essere oggetto di conversazione giornalistica e quindi so il male che ti può fare qualcuno quando perde il senso delle proporzioni, o quando non conosce il senso delle parole, o quando non è onesto intellettualmente. Quindi quando parlo di qualcuno cerco sempre di capire le sue ragioni. Quello che devo dire lo dico, uso sì leggerezza. Che poi è vicina parente di quella onestà intellettuale che ciascun giornalista dovrebbe avere».

Motori, ciclismo ma soprattutto calcio. Hai assistito all’evoluzione trentennale di uno sport che, confrontandosi in giro, viene sempre più spesso avvolto da un alone nostalgico. Anche sui social, non se se hai avuto modo di conoscerle, ci sono diverse pagine a tema calcistico che guardano al passato con rimpianto. Forse una delle locuzioni più pericolose, non solo nello sport, è proprio: “Ai miei tempi”. Ti è mai capitato di avere questo approccio negli anni?

«Cerco di guardare alla fertilità del passato. Li vedo anch’io questi siti, mi diverto anche a indovinare chi sia il personaggio in questione quando vengono pubblicati sondaggi di squadre del passato. A volte ci riesco, a volte no. Leggo quello che scrivono gli altri, a volte ne so di più, e delle volte mi ritrovo disarmato quando non riesco a ricostruire una vicenda pur avendola vissuta in prima persona. Non disprezzo la nostalgia, cerco di prendere le parti più belle del tempo andato. L’importante è non abbandonarsi alla nostalgia. Per me è quasi impossibile perché ci sono tante persone, a cominciare dai giovani componenti della mia famiglia, che mi riportano sempre al qui ed ora. E questo mi è molto utile perché mi forza a stare al passo coi tempi».

Difficile farlo in pochi minuti, ma vorrei ugualmente un tuo parere sul calcio di oggi, specie alla luce delle trattative plurimilionarie delle ultime settimane. Il messaggio che passa è l’inseguimento di un’equazione matematica: vince chi ha più soldi. E’ giusto così? Mi chiedo, secondo questa logica, qual è il margine di realizzazione delle favole?

«Sì, le favole sportive sono decisamente ghettizzate. Nel campionato italiano fino a qualche tempo fa si distribuiva una wild card: ogni tanto vincevano squadre come la Sampdoria, il Verona o il Cagliari. Adesso è un po’ più difficile che questi miracoli accadano. Direi che dobbiamo accontentarci di quello che ha fatto l’Atalanta in Italia o, in Inghilterra, il Leicester. Quest’ultima è un po’ la nostra stella cometa perché la situazione in Premier non è che poi sia così diversa da quella della Serie A. Anzi, la vittoria del Leicester, che è un po’ la vittoria di Spartacus, deve in qualche modo far sperare che la stessa cosa possa succedere anche da noi. Serviranno congiunzioni astrali difficilmente ripetibili ovviamente. E’ giusto parlare di un contesto di miracoli ma è altrettanto lecito sognare che le favole possano realizzarsi».

Con la vittoria del Leicester s’è parlato tanto del concetto di “delocalizzazione emotiva”. Ci siamo sentiti un po’ tutti parte di quella vittoria, pur non vivendola direttamente, ma seguendola da lontano.

«Anche perché eravamo rappresentati da un uomo che non è un buffone, né un istrione, né un capopopolo. Tutte immagini che spesso rivelano il modo in cui è percepito il percorso di alcuni italiani all’estero. C’è chi si lamenta perché la propria società ha fatto una campagna acquisti da soli 240 milioni di euro (Marino si riferisce a mercato faraonico del Manchester City, nda), e chi nel silenzio scrive la storia. Chiusa parentesi, diciamo che Ranieri era l’uomo giusto per incarnare la favola».

A proposito, un nuovo campionato alle porte: confidi nelle solite gerarchie oppure il nuovo corso del Milan potrà creare qualche sorpresa?

«Questo campionato, a differenza di quello passato, non sarà un campionato noioso. Se ci pensi quello passato è stato perfettamente inutile giocarlo: la Juventus ha dato agli altri l’illusione che potessero avvicinarsi e questi ci hanno pure creduto. Quello che sta per iniziare sarà un campionato vero perché, è chiaro che la Juventus resta favorita, però ci sono almeno altre tre o quattro contendenti. Se immaginiamo una griglia stile Moto Gp, nella prima fila metterei Juventus, Napoli e Milan. La Juventus è ancora la più forte malgrado qualche piccola erosione di organico e forse anche morale; il Napoli è molto frizzante e può intimidire con cinismo ed esperienza la Juve; il Milan non può non fare il ruolo di terzo incomodo con tutto quello che ha investito».

Poi ci sono Roma, Inter e Lazio, senza dimenticare le meno blasonate Atalanta e Fiorentina che l’anno scorso hanno dato più di un filo da torcere alle grandi. Pronostici per la zona Champions?

«La Roma e l’Inter stanno lì dietro, in ballo per il discorso scudetto e sempre pronte a regalare qualche sorpresa. L’Atalanta riprende un po’ il discorso delle favole di prima, le altre le vedo meno».

Un’ultima domanda, che c’entra poco con il resto. Mettiamo caso che una mattina ti alzi, ti guardi allo specchio e non hai più i baffi. Ti disperi o sorridi?

«Sarei molto stupito, i baffi li ho difesi contro tutto e contro tutti. Tito Stagno me li voleva far tagliare quando facevo la Domenica Sportiva, Berlusconi mi faceva arrivare le fotografie ritoccate con i primi Photoshop quando ero direttore dei Servizi Sportivi di Mediaset. Li ho difesi fino ad adesso. Se proprio qualcuno me li tagliasse quel qualcuno sarebbe Marino Bartoletti. Anzi credo proprio che ci morirò coi baffi. Nel caso in cui non ci morirò vorrà dire che me li sono tagliati io una mattina, e non che qualcuno ha deciso per me. Come grosso modo è avvenuto per tutte le altre cose della mia vita».

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