L’Europa scopre l’Islanda del calcio sotto zero. Ecco come nasce il miracolo nella terra dei ghiacci

‹‹Amore, stasera vado a giocare a calcetto con gli amici››. Non proprio la tipica frase del cittadino medio islandese. Temperature raramente al di sopra dello zero, una terra selvaggia a ridosso del circolo polare artico, fatta di vulcani e di immense distese ghiacciate, fanno dell’Islanda uno dei paesi meno adatti per fare quattro sgambate all’aria aperta. Eppure a dispetto del clima e di una cultura che soltanto in tempi recenti ha imparato ad amare il calcio, la nazionale islandese ha raggiunto un traguardo all’apparenza fuori da ogni logica, ma che è il frutto di una programmazione esemplare. Prima la sfiorata qualificazione ai mondiali in Brasile, sfumata in uno spareggio beffardo con la Croazia (0-0 all’andata e 0-2 in quel di Zagabria) e adesso l’accesso ad Euro 2016, epilogo di un cammino autoritario che riflette il cinismo di chi ha saputo domare la Natura più ostile: la nazionale allenata da Lars Lagerbäck ha ottenuto il secondo posto nel girone A, a due lunghezze dalla Repubblica Ceca e davanti a Turchia e Olanda, quest’ultima estromessa dalla kermesse continentale proprio dagli uomini provenienti dalla terra dei ghiacci. A livello internazionale la crescita dell’Islanda non è passata inosservata. Nel giugno del 2012 la nazionale isolana galleggiava al 131° posto del ranking Fifa (peggior risultato della storia), per poi ascendere vorticosamente fino alla 23° posizione nel luglio 2015, miglior piazzamento mai raggiunto. E ieri l’ultima clamorosa impresa: un pareggio storico contro il Portogallo di Cristiano Ronaldo. Lui che da solo guadagna 20 milioni all’anno, è stato gelato da una squadra che in tutto, di milioni, ne vale 30. Dall’inferno al paradiso, il segreto di una crescita così fulminante sta tutto nel compromesso di una finissima equazione. Esaminiamo le variabili che hanno consentito alla più piccola nazionale d’Europa di entrare a far parte del calcio che conta.

Il biondo di Reykjavík

Fino a tre decadi fa il calcio in Islanda aveva poco seguito. Le televisioni trasmettevano soltanto alcune partite dei maggiori campionati europei, e non di rado chiedere ad un islandese chi fossero Baggio, Maradona o Van Basten significava evocare una reazione di assoluta perplessità. Il calcio, laddove praticato, era relegato ad una dimensione di folklore e dilettantismo. Ma a partire dagli anni novanta, un significativo boom economico e la parabola ascendente di un ragazzo dai capelli biondi, ne alimentarono l’interesse.
Tallin, 24 aprile 1996. Amichevole tra Estonia e Islanda. I piedi che solcavano il manto del Kadriorg Stadium non erano proprio tra i più educati in circolazione. L’Islanda faticava a rendersi pericolosa sotto porta, e così si optò per una maggiore freschezza in avanti: nella ripresa del match Arnòr Guðjohnsen lasciò il posto al figlio Eiður, appena diciassettenne. Senza volerlo si scrisse un record: si trattò di fatto del primo giocatore al mondo subentrato al padre in una partita internazionale.
Solo in pochi potevano immaginare che quel giovane attaccante di Reykjavík avrebbe segnato in maniera indelebile la passione di un’intera nazione. Una carriera gloriosa in giro per l’Europa, la consacrazione con Chelsea e Barcellona (con cui ha collezionato tre titoli nazionali), diventando nel frattempo primatista di reti con la maglia della sua selezione (26): la storia di Eiður Guðjohnsen si intreccia non a caso con l’affermazione dell’Islanda tra le più dolci sorprese del calcio europeo. Con i suoi gol ha ispirato una rivoluzione, dimostrando che anche tra geyser e neve è possibile far rotolare un pallone. Il 24 aprile 1996 è lo spartiacque della storia del calcio islandese. Eiður Guðjohnsen è il calcio islandese. Ai microfoni della BBC, chiamato a definire il rapporto con i compagni di squadra, ha rilasciato una dichiarazione che ne esalta la leggenda: ‹‹Ho la sensazione che diversi di loro mi guardino dal basso verso l’alto. Probabilmente sono cresciuti guardandomi giocare, forse mi hanno pure scelto come giocatore alla PlayStation».

La programmazione della Knattspyrnusamband

Come già ampiamente anticipato, il più grande ostacolo alla diffusione del calcio in Islanda è stato il clima. In una terra in cui è già di per sé complicato vivere, trascorrere anche soltanto un’ora all’aperto durante i rigidi inverni polari non è sicuramente una delle esperienze più gradevoli. La Knattspyrnusamband (KSI, la federazione islandese) al tramonto del vecchio millennio, sulla scia del crescente interesse verso il calcio, ha pianificato la realizzazione di undici football house. Si tratta letteralmente di case pensate per il calcio (e in quanto case, provviste di un tetto), dotate di campi regolari, spalti, spogliatoi, zone ristoro e quant’altro possa servire a rendere la pratica dello sport più confortevole. I campi indoor sono aperti a tutti, uomini e donne, e non soltanto ai professionisti: il progetto portato avanti dalla federazione passa attraverso un messaggio di una vera e propria istruzione al calcio. A seguito dell’imponente programmazione edilizia si conta un impianto ogni 50mila abitanti, la media più alta d’Europa. Fino a vent’anni fa giocare a pallone significava quasi rischiare la vita. Oggi l’Islanda è uno dei paesi più ospitali per il calcio. Quando si dice fare di necessità virtù

Eiður Guðjohnsen Iceland Euro 2016

Un paese di allenatori

In Islanda nel gennaio del 2016 si contavano 184 allenatori muniti di patentino A riconosciuto dalla UEFA (che in Italia consente di allenare fino alla Lega Pro) e 594 allenatori con il patentino B. Praticamente un tecnico qualificato ogni 500 abitanti, una media sconvolgente che testimonia quanto il calcio sia diventato elemento imprescindibile del DNA islandese. In Inghilterra, dove gli effetti mediatici ed economici indotti dalla Premier League sono decisamente superiori, il rapporto è di uno a diecimila. Una tale abbondanza di allenatori ha consentito l’applicazione qualificata del sapere calcistico ad ogni livello, a cominciare dai settori giovanili. L’eccellenza tra i centri di formazione, costruito nel segno della oculata pianificazione federale, è il Breiðablik, situato a pochi chilometri dalla capitale. Nei campi della periferia di Reykjavík sono cresciuti alcune delle icone del moderno calcio islandese, tra cui il centrocampista dello Swansea Gylfi Sigurðsson e l’attaccante dell’Augsburg (in prestito dal Real Sociedad) Alfreð Finnbogason. La programmazione della KSI si fonda su una componente pedagogica non indifferente, e educare al calcio è una missione che sta pagando fin da subito dividendi ampissimi: oggi il 7% della popolazione islandese è di fatto un calciatore tesserato.

Redivivo

Tabagismo e alcolismo dilagavano tra le nuove generazioni a cavallo degli anni novanta. Il governo isolano ha così varato a partire dal nuovo millennio una serie di provvedimenti volti a limitare rigidamente la fruizione di alcol e fumo, specie tra i giovanissimi, e ha sfruttato la crescente passione per il calcio a proprio favore. Gli investimenti, in termini di infrastrutture e di indottrinamento al calcio, sono stati mirati per convogliare gli interessi verso un fenomeno nuovo, nel tentativo di debellare le dipendenze. La pianificazione federale si è unita alla missione di uno stato intero e i risultati sono stati sconvolgenti: L’Islanda oggi gode dei più bassi tassi di mortalità maschile in Europa per alcol e fumo, pari rispettivamente a 29 morti ogni 100.000 uomini e 97 decessi ogni 100.000 uomini. Il calcio ha rappresentato per l’Islanda uno strumento di redenzione da una terribile piaga sociale.

La falla nel sistema

Nonostante la massiccia opera di predisposizione al calcio, il campionato nazionale islandese rimane uno tra i meno interessanti di tutto il panorama europeo. La massima divisione, la Úrvalsdeild Karla, è un girone all’italiana composto da dodici squadre in cui è prevista una fase d’andata e una di ritorno. Procedendo gerarchicamente verso il basso ci sono altre tre divisioni, sempre di livello nazionale, e quattro leghe provinciali, ricondotte ad un ambito di vero e proprio dilettantismo. Non è un caso che tra i ventitré scelti da Lagerbäck nessuno militi nel campionato di casa. La KSI ha intuito che per accrescere il movimento interno fosse necessario aprirsi alla cultura del vecchio continente. Da qui la scelta di favorire la migrazione dei prospetti più talentuosi (una volta terminata la trafila nei centri di formazione), consci di quanto la preparazione fornita al di là dell’Atlantico fosse ben più valida di quella offerta in patria. In Islanda nessuno ne fa un dramma. L’assetto demografico impone che l’unica vera squadra da tifare sia la nazionale di calcio.

Bjarnason Iceland Euro 2016

La parabola di un profeta

Nel gennaio 2013 la popolazione islandese ammontava a 321 857 abitanti, due terzi dei quali concentrati peraltro nell’area urbana della capitale. Dati alla mano l’Islanda è il paese meno popolato d’Europa (escludendo i così detti microstati). Vien da sé che le relazioni interpersonali e i rapporti tra cittadini e istituzioni abbiano un tenore decisamente particolare. E’ come se venissero a mancare le tipiche barriere della moderna società capitalistica, tutta proiettata ad una gestione gerarchica delle vicende statali. Non ci sono filtri tra stato e cittadini. E’ tutto diretto e immediato, nel segno di una visione orizzontale, tanto nella vita politica così come nel calcio. Heimir Hallgrímsson, vice allenatore della selezione islandese, è la testimonianza vivente di come nella terra dei ghiacci si badi poco ai formalismi. Su Howler, famosa rivista anglosassone, il giornalista britannico Devis Harper ha spiegato come il tecnico delle Westman Islands, un arcipelago al largo della costa meridionale, sia di fatto lo specchio del successo del calcio islandese. Una vita passata a masticare calcio, in una realtà ai margini del professionismo, che si è declinata nella più atipica delle evangelizzazioni. Hallgrímsson ha speso la sua intera esistenza a promuovere e a diffondere il Verbo del pallone, contagiando un intero popolo con la sua passione infinita. Più che un allenatore, quasi un profeta d’altri tempi: Hallgrímsson raffigura l’essenza di un calcio fuori dagli schemi, lontano dai canoni dell’establishment, votato alla purezza. Pare che a poche ore dalle gare, sia solito sedersi da Ölver , il pub di fiducia, per discutere delle scelte tattiche, rispondere a domande e rivelare gli undici in campo. Il tutto rigorosamente davanti ad una pinta di birra, con gli amici di una vita. Nelle lunghe pause dalla nazionale, potete trovarlo nel suo paese natale, dove esercita tutt’ora la professione di dentista.

Il duo che non ti aspetti

C’erano una volta uno svedese e un islandese, chiamati a guidare una nazionale di calcio a pochi chilometri dal circolo polare artico. Sembra quasi una barzelletta. Eppure la federazione islandese non ha avuto dubbi su chi dovesse gestire l’ascesa del calcio nella terra dei ghiacci. Lars Lagerbäck e il già citato Heimir Hallgrímsson, sono lo svedese e l’islandese in questione. Lars Lagerbäck, meglio conosciuto con il nome di Lasse, ha preso le redini della nazionale islandese nel 2012, dopo una breve e deludente parentesi con la Nigeria. Alle spalle una carriera pluriventennale in patria come allenatore della selezione svedese (a partire dal 1990 non ha più allenato in nessun club), in una trafila lunghissima tra giovanili e nazionale maggiore. Il suo lavoro è diventato una missione, l’immensa esperienza il biglietto da visita più intrigante. Il desiderio di approdare nel calcio che conta e la voglia di rimettersi in gioco hanno così intrecciato i destini dell’Islanda e di Lars “Lasse” Lagerbäck. Il sodalizio, come detto in precedenza, è stato dei più fertili: dalla qualificazione per Brasile 2014, sfuggita per un soffio, all’accesso ad Euro 2016, sotto il segno di una costante maturazione. Al di là dei risultati, il tecnico svedese ha svolto alla perfezione un compito delicatissimo: guidare il movimento calcistico di una nazione intera, correggendone i vizi ed esaltandone le virtù. L’immensa umiltà di Lagerbäck ha determinato un ruolo fondamentale nella scelta del vice-commissario tecnico. L’allenatore svedese, fin dall’inizio del suo mandato, ha potuto contare su Heimir Hallgrímsson e sulla sua viscerale conoscenza del calcio isolano. La rivoluzione islandese passa dalle menti di chi sa come educare al calcio, e di chi porta con sé i segreti di una terra difficile da domare. Al termine della kermesse francese, Lagerbäck (68 anni e la voglia di godersi una sereno pensionamento) lascerà la guida della nazionale a Hallgrímsson. Probabilmente la sua missione è finita: l’Islanda può ora badare a sé stessa.