Beppe Signori

Si chiama Beppe Signori

Beppe Signori è la mia prima memoria attiva di Lazio. È lo slalom ubriacante che manda al bar Ferri e Bergomi in quel Lazio-Inter 3-1 del 13 dicembre 1992, la mia prima partita allo stadio. Con mio padre, ovvio!

Per me Beppe Signori è quello cresciuto (si fa per dire) con la bistecca alle sei di mattina prima di andare a scuola. Il gigante per caratura tra i giganti per natura. Quello dei rigori da fermo. È la tripletta su punizione all’Atalanta prima di quella di Sinisa Mihajlovic alla Sampdoria. È il gol di destro al volo nella nebbia artificiale dei fumogeni in un Lazio-Roma 1-0. È il motivo per cui iniziando a giocare a calcio sognavo l’11 anziché il 10.

Beppe Signori è il vanto di un lustro abbondante di duelli dialettici con i tifosi dell’altra squadra della capitale. È quello dei cinquemila in piazza perché non venisse ceduto al Parma. È quello svendutosi alla Sampdoria perché in una notte dal profumo europeo a Vienna ha deciso di non accettare di essere comparsa in una squadra ormai all’alba di un triennio di trionfi.

Per me Beppe Signori è quello che ha scioccamente preferito relegare a quel paese Arrigo Sacchi a USA ’94 piuttosto che giocarsi un Mondiale da protagonista; ed è quello che non c’era quando la Lazio sollevava trofei in giro per l’Italia e l’Europa. È quello che si è trovato coinvolto in qualcosa più grande di lui. Ed è quello che oggi, forse memore di tutto ciò, piangeva sotto la curva del Dall’Ara che gli rendeva omaggio per l’anagrafica metà di secolo raggiunta. Anche per questo per me Beppe Signori è uno di quelli impossibili da dimenticare. Anche per questo Beppe Signori è uno che si è fatto voler bene. Lo hanno amato anche a Foggia e Bologna. Si, vero; ma lasciatemi pensare che noi lo abbiamo amato di più!

Per me, e per una tifoseria intera, Beppe Signori è stato il nono Re di Roma. Il primo dopo Re Cecconi. Ricordo chiaramente, perché c’ero, la sua incoronazione al principio di un Lazio-Torino dell’11 settembre 1994 che 90’ minuti più tardi si sarebbe chiuso sul 3-0. Ovviamente grazie anche ad una sua doppietta. Diffidate, quindi, dalle imitazioni a tinte giallorosse; perché il Pupone, volendo essere magnanimi, può essere al massimo annoverato come decimo sovrano nella storia capitale.

Per me Beppe Signori è quell’indice alzato al cielo dopo ogni gol. Un gesto ripetuto 127 volte in 195 presenze con la maglia della Lazio (275 volte su 607 occasioni in totale). È il primo idolo della mia infanzia calcistica. Quello che, anche quando con la maturità sportiva e non è giunta la disillusione, è rimasto sempre sul gradino più alto del mio personalissimo podio.

Perché il primo amore non si scorda mai e quando si è piccoli è certamente più facile innamorarsi di chi fa gol. Ed in quella Lazio di cui mi innamorai perdutamente 26 anni fa, a segnare era sempre il numero 11; sempre lui! Si chiamava Beppe Signori…si chiama Beppe Signori.