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Dal calcio spensierato tra i vicoli di Châtillon alla ferrea programmazione del Sassuolo. il cammino di Grégoire Defrel è un elogio all’insensatezza.

L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DELLA BANLIEUE

Quando il vento soffia da levante tutti gli umori di Parigi si condensano nei sobborghi dell’Hauts-de-Seine, il dipartimento occidentale dell’area metropolitana. Gli odori della capitale che impregnano le strade della banlieue, seppur vividi e intensi, non turbano le narici di chi è devoto ad una quotidianità incorruttibile, laddove ogni ingranaggio s’incastra alla perfezione l’uno con l’altro, e la reiterazione di ogni passaggio garantisce il funzionamento di una macchina zelante che non contempla il riposo.

E’ difficile stravolgere determinati automatismi se la vita scorre in maniera quasi inconsapevole. Quando la coscienza lascia il posto alla necessità, l’olfatto e il resto dei sensi divengono pressoché impermeabili ad ogni deviazione dall’ordinario. E’ l’illusione di una linea che sembra retta, ma che in realtà si contorce su se stessa disegnando un cerchio perfetto. Un eterno ritorno che non ammette distorsioni, votato alla costante epurazione di ciò che non è conforme.

La strana storia di Grégoire Defrel ha il suo incipit il 17 giugno del 1991 a Meudon, un piccolo centro situato a dodici chilometri da Parigi, in un contesto che asseconda l’indifferenza. Nessuno ha notato le luci di un ragazzo cresciuto tra i campi della periferia parigina, forse perché troppo sgargianti rispetto al grigiore dell’asfalto su cui si depositano odori che non possono essere annusati. Perfino lo stesso Defrel si è mostrato talmente imbevuto del pragmatismo sub-urbano da recalcitrare di fronte a una prospettiva alternativa. E’ servito un occhio esterno per scardinare, almeno per una volta, i codici di un mondo che ha disimparato a perdersi nella sua bellezza.

Grégoire Defrel è sempre stato un tipo tranquillo. Lo si intuisce dai suoi occhi limpidi, e da quella istintuale tendenza ad arricciare gli angoli della bocca che si traduce in una costante predisposizione al sorriso. Innocenza allo stato puro. Durante il tragitto da Meudon a Châtillon, il paese della società che lo ha tesserato quand’era poco più che un adolescente – una quindicina di minuti in macchina, traffico permettendo –pensava soltanto che di lì a poco avrebbe finalmente riabbracciato i suoi amici dopo una tediosa giornata di scuola. Nessun sogno da rincorrere, nessun dramma da cui fuggire. Soltanto la sacrosanta voglia di dare due calci al pallone. A livello probabilistico, riuscire a trasformare il calcio in una professione è un’impresa quasi impossibile. E se diventare un calciatore da grande è difficile, lo è molto di più diventare un grande calciatore. In un processo di selezione durissimo che inizia nel pieno dell’infanzia e perdura senza sosta nel corso dell’intera carriera, la variabile che fa la differenza è la voglia di emergere. Della serie “Uno su mille ce la fa”. Ma nel caso di Defrel, quell’uno non ha mai mosso un dito, né fronteggiato chissà quali peripezie o turbamenti, per sbarcare nel calcio che conta. Alla faccia di Gianni Morandi, Defrel ci si è ritrovato quasi per caso. O almeno così sembra.

LE LUCI E LE OMBRE TRA I VICOLI DI CHÂTILLON

Prima di sbarcare in Italia all’età di diciott’anni, Defrel giocava nell’équipe de football du SCMC, la selezione locale di Châtillon. Un paio di allenamenti a settimana e la partita domenicale costituivano una distrazione sufficiente agli studi, che per sua stessa ammissione, erano l’obiettivo principale da perseguire. Nonostante una capacità di puntare l’uomo decisamente sopra la media – che gli era valsa l’interessamento di alcune squadre locali – Defrel vedeva il calcio come un mondo incerto, perfino crudele in quella capacità di fagocitare senza restituire nulla in cambio. L’ambiente familiare, che si estendeva dalla casa al campo, era solidale a questa visione ortodossa, e costituiva un involucro sano in cui si rispecchiavano i valori autentici della banlieue. Ma per quanto fosse sano, si trattava pur sempre un involucro che si esauriva nel raggio di quindici chilometri, una bolla fisica ed emotiva che ne condizionava la crescita in ogni sfumatura. Stando alle dichiarazioni di Philippe Ramillon, ex capo-allenatore della SCMC, Grégoire disponeva di un’accelerazione nel breve fuori dal comune, tale da renderlo sistematicamente immarcabile nei primi due o tre metri. Scartava gli avversari uno dietro l’altro senza sosta- come racconta in una lunga intervista rilasciata a So Foot – finché non stramazzava esausto al suolo. Una tendenza confermata da un altro dei suoi allenatori a Châtillon, Séraphin Pucetti, il quale intravedeva in quella straordinaria attitudine al dribbling un inestimabile punto di forza, ma allo stesso tempo la più snervante delle debolezze. In tutto l’arrondissement riecheggiavano le sue urla condite da una vaga cadenza italiana: “Mais donne ta balle!”, “Gregorio passa la palla!”. Ma Defrel, in una tensione quasi erotica che lo legava al pallone, continuava imperterrito a sgroppare in lungo e in largo. Dopo alcune settimane di militanza nella formazione under 19 del club, a seguito di uno screzio con l’allenatore dovuto ad alcune divergenze tattiche – Defrel era un giocatore tutt’altro che zelante quando c’era da eseguire specifiche consegne – decise di abbandonare la squadra. Cambiò parere pochi giorni più tardi, perché il campo di Châtillon era decisamente troppo importante per potersene affrancare. Al suo ritorno – racconta mister Pucetti – parso quasi redento, cambiò da solo le sorti di una partita: sotto 2-0 contro il Fontenay, non appena mise piede in campo saltò cinque avversari con un’accelerazione delle sue, condusse la palla fino alla linea di porta facendo secco anche il portiere. Diede la scossa con cui iniziò una clamorosa rimonta. Nel suo stile, fuggendo da ogni compromesso. Non si trattava di irriverenza, ma di un modo assolutamente genuino di vivere il calcio, immerso anch’esso in una bolla impermeabile ad ogni condizionamento esterno. Era palese come il contesto amatoriale in cui si trovava gli stesse stretto, ma non aveva alcuna intenzione di guardare altrove. La sua casa, Châtillon, le urla di Pucetti, i sorrisi con i compagni di una vita. Questo era tutto ciò di cui aveva bisogno.

Al di là dell’intolleranza ad ogni consiglio elargito con il solo intento di affinarne le doti, il più grande limite di Defrel era una tenuta fisica non proprio impeccabile. Séraphin gli ricordava spesso che per diventare un vero giocatore avrebbe dovuto curare non soltanto il suo talento, ma anche la vasta gamma di difetti che gli avrebbero precluso un eventuale salto di categoria. Defrel appariva quasi pigro, svogliato ed esauriva presto le sue energie. La predisposizione mentale non lo aiutava di certo – lo stesso Ramillon lo accusava di soffrire di bringuite acuta, la sindrome da weekend molesto, alcool e baldoria a più non posso – ma i limiti fisici di Defrel dipendevano in gran parte da una sindrome asmatica. Vederlo giocare la domenica mattina, tra i postumi di una sbornia e qualche soffio di Ventolin, non era proprio lo spettacolo più gradevole. Era quasi una prassi consolidata che, dopo una notte balorda, lui e i suoi amici arrivassero al campo incapaci di reggersi in piedi, in procinto di vomitare fin dal riscaldamento.

Nonostante le molte ombre, diverse squadre semi-professionistiche spinsero più volte per assicurarsene la prestazioni, incantate dalla sua capacità poco ordinaria di trattare il pallone. Defrel rifiutò perentoriamente ogni proposta, ribadendo di non voler abbandonare i luoghi della sua infanzia. Quand’era poco più che maggiorenne, un suo amico, che aveva maturato dei contatti con il calcio italiano, combinò un incontro con Francesco Palmieri, direttore del settore giovanile del Parma. Fu più difficile convincere Grégoire che la sua famiglia, ma alla fine il nativo di Meudon decise di partire. D’altronde un provino di tre giorni era un compromesso accettabile, una fuga calcolata che non avrebbe sconvolto più di tanto i rassicuranti canoni della banlieue. Ma i tre giorni divennero una settimana, la settimana un mese finché non fece più ritorno.

LA CONVERSIONE ITALIANA

Il primo periodo di permanenza a Parma fu emotivamente difficile. La nostalgia di casa, i nuovi volti ed una lingua sconosciuta, in un contesto che per la prima volta considerava il calcio come una professione e non come un semplice passatempo tra amici. Ecco, probabilmente la necessità indotta da quello scenario di reinterpretare il calcio in una versione più impegnata fu lo scoglio più difficile da arginare. Quelle accelerazioni brucianti non erano più soltanto un contorno con cui riempire la monotonia sub-urbana di Châtillon, ma lo strumento più prezioso per ricucire, almeno virtualmente, la distanza dalle strade in cui era cresciuto. Questa volta sì, il calcio come una via di fuga. Come lo stesso Defrel ha raccontato durante un’intervista rilasciata a Goal.com, il padre lo andava a trovare spesso al centro sportivo in cui alloggiava, portandogli i vestiti e le notizie più recenti della sua Hauts-de-Seine. Ma con il passare delle settimane sentì sempre meno il bisogno di tener vivo il legame con il passato. I dubbi e le incertezze sul suo futuro lasciarono il posto alla fiducia di un ambiente che vedeva in lui un gran potenziale. Tagliò definitivamente il cordone ombelicale non appena le parole di Séraphin iniziarono a prendere significato. Voleva migliorarsi, e per la prima volta relazionarsi da adulto con un mondo che fin lì aveva guardato con gli occhi di un bambino.

A Parma la crescita fu esponenziale. Migliorò soprattutto da un punto di vista atletico, raggiungendo una condizione fisica che gli consentì progressivamente di reggere l’urto con il professionismo. La vera svolta però avvenne a livello mentale: si applicò con dedizione per colmare le evidenti lacune tattiche, compensando l’assenza di una formazione convenzionale – i suoi compagni avevano anni di scolarizzazione nelle varie accademie alle spalle – con l’istinto maturato tra i vicoli della sua Châtillon. Sforzi ampiamente ripagati dato che il 22 maggio 2011 arrivò a debuttare in Serie A, subentrando all’81’ a Francesco Modesto nella gara terminata 1-1 contro il Cagliari.

Dopo due anni in terra emiliana, il Parma decise di girarlo al Foggia in Lega Pro per concedergli un maggiore minutaggio. Con i rossoneri Defrel chiuse la stagione con 4 reti in 23 presenze, ritagliandosi i suoi spazi. Agendo da attaccante esterno o da trequartista atipico, abbinava l’innata attitudine alla corsa ad un sorprendente spirito di sacrificio in fase di non possesso. L’inquadramento tattico, che fino ad allora aveva costituito la sua più grande debolezza, divenne un punto di forza inestimabile, se non addirittura il tratto distintivo più evidente del centravanti che siamo abituati a vedere oggi. Quello scatto bruciante non si estingueva più in un girovagare insensato, ma si declinava nella costante ricerca del compagno libero, tanto da ridefinire Defrel come un calciatore che prediligeva l’assist alla marcatura.

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L’approdo al Cesena l’anno successivo gli servì per aggiungere un altro tassello fondamentale al suo upgrade calcistico. Sotto la guida di Bisoli prima e di Di Carlo poi mise a punto l’ennesima metamorfosi, trasformandosi da attaccante esterno a punta centrale. Nelle due stagioni in serie B collezionò 6 gol e 7 assist, agendo prevalentemente da ala sinistra, anche se la duttilità maturata negli anni di Parma gli consentiva di ricoprire praticamente qualsiasi posizione in campo, svariando dal fronte offensivo alla mediana, dalle fasce alla trequarti avversaria. Fu però la terza stagione al Cesena, sotto la guida di Di Carlo, a plasmarne i tratti del centravanti moderno. Il progressivo slittamento verso il centro dell’attacco si tradusse in 6 assist e 9 marcature al suo primo anno in serie A, ma soprattutto in un modo rivoluzionario di interpretare il ruolo della prima punta. Pur restando svincolato dai tradizionali canoni del numero nove, Defrel risultò particolarmente prolifico grazie all’inusuale capacità di interagire con il resto dei terminali offensivi. In un sistema apparentemente caotico, improntato sull’interscambiabilità delle posizioni e sul riempimento degli spazi, Defrel raggiungeva un finissimo compromesso tra il rigore tattico costruito durante la tardiva formazione accademica e l’estro coltivato tra i campi dell’ Hauts-de-Seine. Le parole di Séraphine non soltanto aveva imparato a comprenderle, ma adesso costituivano un mantra da declinare sull’erba.

Il potenziale espresso a Cesena convinse il Sassuolo, in cerca di un centravanti dopo la partenza di Zaza, ad investire sul nativo di Meudon. Nel frattempo la storia di Defrel iniziava a rendersi nota anche in terra francese, alimentando pesanti interrogativi su un sistema di scouting che se l’era inspiegabilmente lasciato sfuggire. I radar d’Oltralpe non erano stati in grado di rilevarne il potenziale e all’alba dei ventiquattro anni lo scarto tra la decima categoria in cui militava con il Chantillon e la Serie A, dove veniva rilanciato da protagonista, appariva un abisso inspiegabile.

Oggi, Defrel

Il lavoro preteso da mister Di Francesco in questi due anni è stato leggermente diverso rispetto a quello svolto a Cesena. Il sistema di gioco dei neroverdi, decisamente più organizzato e fondato su un costante bilanciamento delle forze in campo, ha imposto a Defrel di riqualificarsi ancora una volta nel ruolo di centravanti. Nell’ennesimo turning point della sua carriera ha imparato a dosare sempre più quell’istintuale tendenza all’improvvisazione, razionalizzando lo slancio creativo in favore di un inquadramento tattico ancora più ferreo. E’ stato chiamato a coordinare la manovra offensiva, agendo da punto di riferimento nelle triangolazioni, e spostando il suo raggio d’azione più vicino alla porta avversaria. E se la prima annata al Sassuolo è servita da ambientamento – sebbene sia comunque riuscito ad andare a segno per 7 volte – le prime gare di questa nuova stagione ne hanno restituito l’ennesima, versione migliorata.

La varietà dei movimenti offensivi, affinati attraverso un asfissiante lavoro di movimenti senza palla e di ricezioni spalle alla porta, hanno reso Defrel uno dei giocatori più appetibili del panorama europeo. La perfetta integrazione nel sistema di Di Francesco è resa visibile dalle costanti sovrapposizioni trasversali con gli esterni del tridente, dalla capacità di far salire la squadra in transizione, e dalla funzione di raccordo svolta tra i reparti. I sette gol segnati finora (4 in campionato e 3 nel sorprendente cammino in Europa League) hanno acceso le sirene della Premier, con Arsenal e Liverpool già pronte all’assalto nella prossima sessione di mercato.

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Quel che impressiona maggiormente di Defrel non è la trasformazione tattica messa in atto durante gli anni di permanenza in Italia, né tanto meno il fatto che in Francia nessuno abbia deciso di investire seriamente su un talento disorientato, ma capace di mostrare fiammate poco convenzionali. Il paradosso che si lega a Defrel, rendendone la storia così stravagante, s’intreccia con uno straordinario cambiamento interiore. I modi in cui le parole di Séraphine hanno deformato il suo approccio sono diversi e frastagliati, ma perfettamente aderenti al suo percorso di maturazione. Un monito paternalistico d’altri tempi, prima ignorato nell’irriverenza della strada, poi accolto durante la didattica di Parma, e infine posto in atto con l’ingresso nel mondo professionistico.

E così gli anni trascorsi lontano dalla sua Châtillon si sono dilatati nel tempo, fino a diventare una parete invalicabile. E la distanza, distorta dalla metamorfosi, è stata riempita dagli odori trasportati dal vento della scoperta. Odori vividi e intensi, come quelli che dal centro di Parigi si condensano nei sobborghi dell’Hauts-de-Siene. Odori inalati con le narici aperte, quando il vento soffia da levante, ma che nessuno è in grado di riconoscere tra i vicoli angusti della banlieue.

Aspirante giornalista sportivo, gioca a pallacanestro con soddisfacente insuccesso. Nichilista e assiduo divoratore di libri. Ama il mare d'inverno.

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