Ho aspettato tanto per vederti ma non è servito a niente

Fino alla sentenza Bosman uno degli aspetti più amabili del calcio era forse l’assoluta imprevidibilità dei pronostici. Le sorprese erano spesso dietro l’angolo e accadeva frequentemente che squadre etichettate sulla carta come schiacciasassi finissero per fallire miseramente sul più bello. Soprattutto nelle notti europee. Come accadde ad esempio all’Olympique Marsiglia di Jean-Pierre Papin che nella finale di Coppa Campioni del 1991, forte dei favori del pronostico, finì per cedere alla Stella Rossa di Belgrado in quella che, senza timore alcuno di smentita, è stata consegnata agli annali come la finale più brutta nella storia della coppa dalle grandi orecchie.

La più alta espressione che il calcio dei balcani abbia mai avuto

Fondata nel 1945 da alcuni studenti universitari antifascisti dell’Università di Belgrado, la Stella Rossa prese i colori (bianco e rosso) di un vecchio club della città, l’SK Jugoslavija, fondato nel 1911 e bandito poi dalle autorità comuniste perché accusato di collaborazionismo con i nazifascisti. Col tempo la Stella Rossa aggiunse anche l’epiteto di squadra popolare, punto di riferimento per la parte più povera della società e distante anni luce dalle idee del regime; un po’ come lo Spartak in quel di Mosca.

Un modus vivendi quello della Stella Rossa diametralmente opposto ad esempio a quello dei cugini del Partizan, club fondato nel 1945 dall’Armata Popolare Jugoslava ed espressione dell’identità jugoslava e federativa così come concepita dal Maresciallo Tito. Entrambe le belgradesi duellarono contro le (oggi) croate Dinamo Zagrabria e Hajduk Spalato, spartendosi in quattro ben 41 dei 46 campionati complessivi dal 1947 al 1992.

Fu però la sola Stella Rossa a compiere l’impresa di affermarsi al di fuori dei confini nazionali. E lo fece con una rosa composta esclusivamente da giocatori provenienti dalle varie regioni della Jugoslavia, con l’eccezione del difensore Belodedici, padre serbo e madre romena, nato al confine fra i due stati e voglioso nel 1989 di trasferirsi nella squadra che tifava fin da bambino.

In un’area geografica pronta ad esplodere da un momento all’altro, la finale della Stella Rossa fu il canto del cigno di quell’identità jugoslava che a fine stagione si sarebbe frantumata con la separazione di Croazia e Slovenia che andarono a creare nuove nazioni e quindi nuovi campionati. La fine di un Paese e di un ecosistema di idee, doti ed etnie che non avrebbe più avuto eguali. La fine della più alta espressione che il calcio dei balcani abbia mai avuto. E non solo.

Ad esempio in quell’epoca la Jugoslavia la faceva da padrona anche nel basket con la Nazionale che aveva appena vinto il mondiale del 1990. Ed è forse proprio dal basket che è possibile pescare una di quelle storie che spiegano la drammaticità dell’odio etnico: quella della difficile convivenza tra il serbo-ortodosso Vlade Divac ed il croato-cattolico Drazen Petrovic, stelle di quella nazionale. Una storia che è diventata anche un documentario “Once Brothers“. Una vicenda narrata in Italia anche da Federico Buffa. Comunque un’altra storia rispetto a quella della Stella Rossa e della finale più brutta della storia della Coppa dei Campioni.

Da Monaco a Bari…senza ritorno

Messa alle spalle la delusione di Italia ’90, con l’eliminazione ai rigori contro l’Argentina di Maradona, e visto il clima di tensione che si respirava giorno dopo giorno (famosi gli scontri nel Maggio del 1990 fra Dinamo e Stella Rossa con il calcio di Zvonimir Boban ad un poliziotto serbo che, secondo alcuni, fu la goccia che fece traboccare il vaso e diede inizio alle ostilità che si sarebbero protratte fino al 1995 con la Crozia e Serbia) era difficile prospettare un futuro radioso.

La Crvena Zvezda (“Stella Rossa” in serbo) ci riuscì, racchiudendo in sé l’ideale della Repubblica socialista nonché l’unione di popoli, religioni e culture diverse, durante le giornate in cui il paese si sgretolava piano piano. Una rosa costruita nel tempo che in quell’annata partì con un’ossatura già ben consolidata.

La grande novità però fu il pragmatismo di Ljupko Petrovic, che plasmò una corazzata capace che segnare gol a grappoli (88 in campionato, a fronte dei 35 subiti, e 18 in Coppa Campioni, anche il 2-1 dalla Dinamo Dresda divenne un 3-0 a tavolino) nonostante l’assenza di Dragan Stojkovic che, per ironia della sorte, finì proprio a quell’Olympique Marsiglia contro cui poi la Stella Rossa si giocò la finale.

Gara simbolo di quell’annata fu la trasferta in Baviera contro il Bayern, con una pazzesca rimonta firmata Darko Pancev-Dejan Savicevic, rivali negli anni successivi a Milano con sentimenti opposti nei loro confronti da parte dei tifosi milanesi. Il primo gol della Stella è un’azione spettacolare in velocità: tre tocchi compreso quello finale di Pancev che ristabilisce la parità dopo il gol di Wohlfarth che con un morbido tocco sotto aveva sbloccato l’incontro al termine di una magistrale manovra dei bavaresi. Il gol del definitivo 1-2 è invece un contropiede che il Genio finalizza mandando in visibilio i tifosi biancorossi presenti quella notte all’Olympiastadion. Con la vittoria in Germania il passaggio del turno sembra cosa fatta.

Invece la gara di ritorno è un supplizio. Nonostante il gol su punizione di un giovanissimo Sinisa Mihajlovic, prelevato a gennaio dal Vojvodina, il Bayern riesce a siglare i due gol che basterebbero quanto meno per trascinare la gara ai supplementari. Il Marakana è una bolgia e quando allo scadere dei tempi regolamentari il Bayern colpisce il palo non c’è neanche tempo di pensare allo scampato pericolo perché è ora di festeggiare: sul rovesciamento di fronte, infatti, arriva l’autogol di Augenthaler che vuol dire 2-2 e niente extra-time. La Stella Rossa di Belgrado è in finale. Celebre la dichiarazione di mister Petrovic a fine gara: “Durante questo incontro sono morto e resuscitato più volte“.

Si gioca al San Nicola di Bari; una città che sarebbe da lì a breve diventata porto di approdo di molteplici profughi dai balcani (anche se in tal caso parliamo principalmente di albanesi, kosovari e macedoni). Avversario, il temibilissimo Olympique Marsiglia.

Il club di Bernard Tapie, allenato da Raymond Goethals e composto di giocatori del calibro di Jean-Pierre Papin, Abedi Pelé, Philippe Vercruysse o Chris Waddle, aveva strapazzato nei quarti il Milan di Arrigo Sacchi campione d’Europa in carica e si candidava prepotentemente a portare la coppa sul suolo francese. L’OM aveva già il merito di aver riportato una squadra transalpina in finale dopo 16 anni (l’ultima volta era toccato al Saint Etienne nel 1975) in un’epoca dove il movimento francese non era certo ai suoi massimi livelli con l’assenza della nazionale nel Mondiale del 1990 che sarebbe stata bissata anche in USA ’94.

Ma tanto per la Stella Rossa che, inaspettatamente, per l’Olympique Marsiglia, la paura di perdere prevalse sulla voglia di vincere. I tempi regolamentari si risolsero in 120 minuti di noiosa fase di studio con rarissime occasioni da gol. Entrambe le squadre restarono coperte nella speranza di poter eventualmente approfittare in ripartenza su qualche errore dell’avversario. Ma rinunciando a giocare è anche difficile cadere in errore. Così decisivi risultarono i rigori.

Che premiarono gli slavi che andarono a segno con Prosinecki (unico della rosa ad aver vinto il Mondiale under 20 in Cile nel 1987, ultimo trofeo di una selezione calcistica yugoslava), Binic, Belodedici, Mihajlovic e Pancev. Nelle fila francesi sbagliò soltanto il primo rigorista Amoros (a segno invece Casoni, Papin e Mozer) che si fece parare il tiro da Stojanovic. Leggenda vuole che Dragan Stojkovic si rifiutò di calciare l’ultimo rigore contro i propri ex compagni. Forse per timore di essere etichettato a vita come colui che aveva scatenato o rovinato la festa agli oltre 20mila serbi che quel giorno invasero la Puglia.

Ho aspettato tanto per vederti ma non è servito a niente

“Ho aspettato tanto per vederti ma non è servito a niente” cantava Franco Califano in La musica è finita.

Un mese dopo la notte di Bari esplode il conflitto dei Balcani. Molti giocatori, già in estate, lasciarono la Stella Rossa in cerca di lidi più tranquilli. Il club perse la Supercoppa Europea (1-0 contro il Manchester United), non riuscì a qualificarsi per la fase finale della prima storica edizione della Champions League, ma l’8 dicembre del 1992, a Tokyo, sollevò la Coppa Intercontinentale (3-0 al Colo Colo con doppietta di Jugovic e rete di Pancev).

Per festeggiare l’occasione Arkan “donò” ad ognuno dei giocatori della Stella Rossa rientrati dalla vittoriosa trasferta nipponica un pezzetto di Slavonia appena liberata ad ogni giocatore, con la promessa che sarebbe stata conquistata totalmente. Un tentativo per cercare di amicarsi giocatori e tifosi, elementi fondamentali per la propaganda ideologica in tempi guerra. Propaganda, appunto.

La vittoria di Tokyo fu infatti l’ultimo colpo di coda di una squadra che, già costretta ad abbandonare una Belgrado distrutta dai bombardamenti per giocare sui campi neutri di Sofia e Szeged, avrebbe salutato di lì a poco anche gli ultimi artefici del miracolo di Bari. Un’impresa che valse alla generazione del ’91, tra le più talentuose di sempre, il titolo di Zvezdine Zvedza: Stella della Stella.

Chissà dove sarebbe potuta arrivare quella generazione senza quell’assurda guerra fratricida. Provate anche solo per un istante ad immaginare ancora oggi cosa potrebbe venire fuori, calcisticamente parlando, pescando tra le nazionali di Croazia, Jugoslavia, Slovenia, Serbia, Bosnia e Macedonia.

E’ assurdo a volte pensare a quanto tempo serva per costruire qualcosa ed a quanto poco basti perché tutto si dissolva come nulla fosse nel vento. Fortuna che resta almeno la memoria.

Marco Aurelio Stefanini

La sobrietà non mi appartiene. Spinto dal Leitmotiv “Chi sa solo di calcio non sa niente di calcio”.