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Eppur si muove. Qualcosa si muove. Finalmente, possiamo pure dire. Dopo anni di imbarazzi, lunghi silenzi e diatribe su ciò che quotidianamente accade fuori dal campo, il Qatar ha saputo dire la sua finalmente in campo calcistico. Quello che spicca maggiormente all’occhio è che la vittoria della Coppa d’Asia è soltanto il primo traguardo di un lungo piano lungimirante che il paese vuole attuare attraverso il calcio: un primo bilancio che si sarebbe dovuto chiudere al 2022 per ovvi motivi ma che sembra aver dato più velocemente i risultati sperati. E il Mondiale, da catalizzatore mondiale d’attenzione sul paese stigmatizzato negli stereotipi, diventa all’improvviso una concreta opportunità passante per il rilancio calcistico del paese. Che intanto, avendo vinto la Coppa d’Asia, è salito di ben 38 posizioni nel ranking FIFA e ora occupa un 55° posto che ragionevolmente ha motivo di crescere ancora.

Qatar tra le delusioni

La trionfale cavalcata, marcia che non ha conosciuto sconfitta alcuna alla luce delle 7 partite vinte dai qatarioti, presenta diversi lati sui quali si può individuare una prospettiva di crescita importante. Si parte dal solo gol subito in finale dal giapponese Minamino, unico neo di una difesa pressoché perfetta, si conclude con un gioco ben definito malgrado non vi siano troppe individualità in rosa e soprattutto si sottolineano le 9 reti di Almoez Ali, al secolo Almoez Ali Zainalabiddin Abdullah, classe ’96 nato in Sudan ma emigrato in tenera età nel paese col quale avrebbe deciso di giocare. E a chi risponde che si sarebbe giustamente aspettato qualcosa in più dal Giappone, non solo per via delle potenzialità in rosa ma piuttosto la macroscopica sottovalutazione dell’avversario incontrato in finale, si può tirar fuori il rovescio della medaglia: il Qatar ha palesato i limiti caratteriali di un Giappone che è parso una timida copia di quella nazionale sconfitta dal Belgio dopo esser stata avanti di due reti. Vero che il 3-0 con cui i nipponici avevano regolato l’Iran – altra potenziale seria candidata alla vittoria finale – sembrava presupporre che anche la coppa sarebbe finita a Tokyo, eppure non è bastato liberarsi di Azmoun e soci per averla vinta.

Sarà rimasto deluso chi pensava sarebbe stata la Coppa d’Asia di Sardar Azmoun, il Messi iraniano ex Rubin Kazan’ (dal 2013 al 2015 e dal 2017 al 2019, con un intermezzo biennale al Rostov) oggi accasatosi all’ombra dell’Hermitage di San Pietroburgo sull’onda lunga di una kermesse comunque giocata ad alti livelli. Azmoun ha sfruttato il torneo per mettersi ulteriormente in mostra, ora si metterà in gioco in Prem’er Liha e chissà che non possa festeggiare il titolo di Russia per smaltire la delusione patita con la sua nazionale. Deluso è stato pure chi credeva in un exploit degli Emirati Arabi Uniti, compatti per quanto lontani dall’esser favoriti e capaci di eliminare la blasonata Australia per l’ennesimo colpo di scena di questa Coppa d’Asia. E ancora, sul podio non c’è finita la Cina di Marcello Lippi uscita ben ridimensionata dal confronto con l’Iran ai quarti, mentre la Corea del Sud di Son ha mostrato sprazzi di gioco concertato e anzi ha pagato forse una dipendenza sostanziale dall’estroso trequartista del Tottenham. In ogni caso, eliminata dal Qatar, sono partite le riflessioni. Che dietro il successo del Qatar ci sia una legittimazione più profonda?

Il futuro del Qatar

Dovendo tracciare qualche direttrice temporale, si può affermare che il lavoro qatariota cominci nel 2004 con una spire academy promossa dall’iniziativa degli sceicchi ai fini di preparare al meglio la Coppa d’Asia 2011 che sarebbe appunto stata da loro ospitata. Alla fine la modernizzazione vi fu e diede un impulso non da poco all’intero movimento, dunque la nazionale arrivò agli ottavi e qui fu eliminata dal Giappone. Nel mentre però non fu arrestata la crescita: nuovi centri sportivi all’avanguardia videro la luce, una linea collaborazionista con l’Europa fu portata avanti per uno sviluppo sostenibile, gli sceicchi qatarioti cominciarono a investire in modo massiccio sul calcio europeo e pure i trasferimenti videro un incremento. Si diffusero i modelli di Eupen, Lask Linz e Cultural Leonesa come empori presso cui parcheggiare i talenti per sei mesi, affinché potessero accumulare esperienza, poi tornando a casa e contribuendo allo sviluppo in loco del campionato. Così vien fuori che oggi la rosa del Qatar gioca interamente in patria eccezion fatta per il centrocampista Kahled Mohamed. E i talenti non mancano: l’Almoez Ali sopracitato (giovanili all’Eupen, professionismo tra Linz e Leonesa e il rientro all’Al-Duhail), il terzino-mediano Abdulaziz Hatem – meraviglioso il suo gol dai 25 metri nella finale – e la qualità di Akram Afif (10 assist nel torneo). Insomma, le prospettive sono ottime malgrado le polemiche sulle facili naturalizzazioni africane e sudamericane. Sono solo 6 in rosa, in fondo…

La sobrietà non mi appartiene. Spinto dal Leitmotiv "Chi sa solo di calcio non sa niente di calcio".

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