Pillole di PSV che forse non conosci

Pillole di PSV che forse non conosci

9 Dicembre 2019 Off Di Matteo Albanese

Pari al Philips Stadion di Eindhoven il 24 febbraio 2016 (0-0), stesso risultato al Calderón di Madrid con calci di rigore conseguenti. Alla fine, la sera del 15 marzo 2016 lanciò l’Atlético e il Cholismo verso la finale di Milano: i quarti contro il Barcellona e la semifinale col Bayern Monaco prima della sconfitta di San Siro patita per mano del Real allenato da Zidane. E via coi ricordi, con Juanfran che sbagliò il rigore decisivo scoppiando in lacrime asciugate dagli occhi caritatevoli di chi – pur perdendo in circostanze drammatiche come a Lisbona due anni prima – non mancava di sostenere una colonna portante dei Colchoneros. Lo stesso Juanfran che in quell’8-7 segnò il penalty decisivo, dopo che s’era andati a oltranza e Luciano Narsingh aveva appena calciato sulla traversa il suo slot dagli undici metri.

Se quella fu storia per l’Atlético, nonché un impegno ben più ostico rispetto ai sulla carta ardui confronti contro catalani e bavaresi, per il PSV resta un innegabile rimpianto mischiato a irrepetibilità. Nella sezione dei memorabilia ci sarà spazio per i Boeren, i “contadini” dal retroscena intrigante, dal passato da retrobottega fatto di club creato per i dipendenti della Philips, con l’azienda tecnologica invischiata nel club tanto da sponsorizzarne le maglie per oltre tre decenni (dal 1892 al 2016).


PSV celebrates 2016 league
Fonte: Corriere dello Sport

L’assurdo titolo 2016 al PSV

Quella stessa primavera 2016 però non andò malissimo: domenica 8 maggio 2016 infatti il PSV batté il PEC Zwolle per 3-1 dovendosi poi limitare a gufare affinché l’Ajax non vincesse contro il De Graafschap. Allo Stadion De Vijverberg di Doetinchem si giocava in effetti una gara dall’esito scontato (prima in classifica contro penultima), ma in barba ai pronostici qualcosa andò storto. Prima dell’ultima giornata i biancorossi erano appaiati al primo posto in classifica con 81 punti e gli ajacidi erano appaiati ma potevano contare su una miglior differenza reti. Così Amin Younes inaugurò le marcature a Doetinchem al 16’ e il PSV – cui servivano sette reti per pareggiare la differenza – si mise in carreggiata: al 34’ Jürgen Locadia e al 43’ Luuk De Jong segnarono prima della fine del primo tempo, la ripresa al IJsseldeltastadion di Zwolle vide la rete di Ouasim Bouy al 66’ e l’immediata risposta nuovamente di De Jong. A quel punto, con meno di trenta minuti da giocarsi sul cronometro, le residue speranze di agguantare il titolo passavano per le macumbe dirette a Doetinchem – una settantina di chilometri più a sud – dove l’Ajax stava stabilmente conducendo e così avrebbe vinto il titolo per la miglior differenza reti, probabilmente il criterio più difficile da digerire per chi conclude la stagione al secondo posto con 83 punti.

Il discorso è che poco prima però, al 55’, Bryan Smeets – centrocampista classe 1992 nato a Maastricht e senza particolari lodi – aveva deciso di segnare il primo suo gol in carriera col De Graafschap proprio contro l’Ajax. Per Smeets quella rete segnò il punto più alto della carriera, visto che oggi milita nel TOP Oss, in Eerste Divisie (la Serie B olandese), e la sua pagina Wikipedia in inglese recita: «He is best known for scoring the equaliser against Ajax Amsterdam in 2016, which dramatically decided the winner of the Eredivisie title to be PSV Eindhoven». Peraltro si può riscontrare in tutto questo un sottile filo conduttore. Se calciatori e tifosi del PSV sono soprannominati “Boeren” (“contadini”), l’ambiente gravitante intorno al De Graafschap vanta il nomignolo di “De Superboeren” (“il superagricoltore”). Insomma, l’Eredivisie 2015/16 è stata segnata da una componente agricola non indifferente e quel 23° titolo sollevato da Phillip Cocu avrà sempre un sapore speciale.


Graffiti "Frits" Philips
Fonte: Twitter

Il legame con la Philips

Ironia a parte, l’esistenza del Philips Sport Vereniging (abbreviato in PSV) è indissolubilmente segnata dal territorio. L’appartenenza alla provincia del Brabante Settentrionale compare pure nella scelta dei colori biancorossi ed è segnata da una spinta biforcata: mentre Tilburg crebbe sotto l’impulso dell’industria tessile, Eindhoven deve infatti la sua peculiarità all’economia tecnologica e in particolar modo alla Philips, fondata da Gerard Philips nel 1891 e specializzata allora nella produzione di lampadine. Anche per questo oggi il PSV non ha solo “boeren” come soprannome bensì pure “lampen” o “gloeilampen” (“lampadine”). Frutto di una rivoluzione che prese piede all’inizio del XX secolo, quando l’industria del tabacco non offriva più i profitti di una volta e dunque fu soppiantata dall’ingegneria e dall’elettronica: partì il rilancio e la successiva segmentazione della città nei sette distretti che oggi la compongono, poi la preminenza dell’economia della conoscenza e il forte impulso proteso all’innovazione che accompagna oggi Eindhoven.

Fondato ufficialmente il 31 agosto 1913, al termine di una grande festa sportiva per celebrare il centenario dell’indipendenza olandese ottenuta dalla Francia, il PSV esisteva già prima. Il 12 dicembre 1910 un gruppo di dipendenti della Philips si organizzò a livello amatoriale e l’11 gennaio dell’anno successivo la neonata squadra mosse i primi passi nel quartiere di Frederiklaan, dove oggi è stato eretto il colossale Philips Stadion che vanta una storia particolarmente curiosa. Frederik Jacques “Frits” Philips, figlio del fondatore dell’azienda di famiglia, era solito guardare le partite del PSV non dalla tribuna vip bensì in mezzo ai tifosi. Così, una volta scomparso – nel dicembre 2005, a 100 anni – il club ha mantenuto il suo posto vuoto e ancor oggi, il numero 43 alla fila 22 della sezione D, è riservato costantemente alla sua memoria.


Psv History Museum
Fonte: Psv.nl

Un poco di storia del PSV

Ronaldo, Ruud van Nistelrooy, Arjen Robben, Mark van Bommel, Phillip Cocu, Memphis Depay, Romário e Kevin Strootman. Tutti sono passati per la squadra degli operai, 24 volte campione d’Olanda, capace di mettere a referto uno storico Triplete (nel 1988) e toccar le semifinali di Champions League 2005. L’identità unica di un club sta a metà tra il lifestyle borghese tastabile a Septemberplein e la movida chic che si respira a Stratumseind, perché fino al 1928 la politica societaria era strettissima e solo i dipendenti della Philips Gloeilampenfabrieken (letteralmente “la fabbrica di lampadine”) potevano partecipare alle attività ricreative promosse dal club. Poi l’apertura ai professionisti, che secondo alcuni avrebbe cancellato i tratti proletari dal club mentre invece paiono rimasti nella mística che accompagna la storia del PSV.

Il resto è un susseguirsi di cartoline, legate da un collante consistente nella salute dell’economia cittadina. L’eredità delle fabbriche ha marchiato il territorio, l’energia e l’entusiasmo accumulati dalla comunità di lavoratori della Philips avrebbe sostenuto dal basso l’ascesa del PSV, tra i quattro campionati vinti prima del 1974 e i venti successivi. Tra gli anni Settanta del rilancio, la Coppa Uefa 1978 ottenuta contro il Bastia, il decennio targato Guus Hiddink (1979-1989) e impreziosito vistosamente dalla Champions League che Ronald Koeman e compagni ottennero il 25 maggio 1988 a Stoccarda, quando ai rigori fu matato il Benfica. Anni travagliati poi la ripresa, il nuovo millennio aperto coi gol di Mateja Kežman e una voglia mal celata di restare in alto. Dall’obbligo di fornire opportunità ricreative nel dopolavoro al connubio con la Philips stessa. Oggi non si parla più di jersey sponsorship ma di un forte coinvolgimento per quanto concerne logo, colori, nome, ruolo e politiche giovanili. Il PSV è Philips e lo ribadì il dg Tiny Sanders: «Siamo un’azienda che ha vissuto un lungo periodi di sviluppo, siamo estremamente orgogliosi della nostra relazione unica con loro, durata 90 anni prima di diventare autosufficienti. Si tratta di qualcosa di unico, ininterrotto».

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