Perchè non ho scritto niente di Carlo Mazzone

Domenica scorsa, il 19 marzo 2017, Carletto Mazzone ha compiuto ottant’anni, e io non ho scritto niente. Nessun ritratto sull’allenatore ruspante che ispira la Gialappa’s Band e che corre sotto la curva dell’Atalanta gridando improperi, nessun elenco delle frasi più celebri. Domenica ho capito che non volevo scrivere, volevo soltanto leggere, guardare e ascoltare. Volevo capire perché Carlo Mazzone, questo allenatore dalla carriera numericamente poco vincente, mi suscitava nell’età dell’infanzia e dell’adolescenza un immaginario fatto di scenari mitologici e di storie sotterranee, il tutto mescolato a vicende quotidiane curiose e pantagrueliche di cui non sarei mai venuto a conoscenza. Eppure Mazzone era lì, dentro il televisore come tutti gli altri. Durante 90° minuto, però, l’attenzione si trasformava in religioso silenzio solo quando appariva Carletto, quel mister buffo, divertente e misterioso che avrei tanto voluto fosse il mio allenatore di calcio almeno per un giorno. Per questo non ho scritto, perché volevo imparare chi è stato lui e chi ero io.

Cosa ho pensato guardando Carletto

Carlo Mazzone nasce a Roma, luogo incredibile ed infinito che trascende dal significato del vocabolo “città”: non per niente venne chiamata tra gli altri appellativi caput mundi, o semplicemente Urbe. Mazzone però non cresce in una Roma metropolitana, centro del mondo, arricchita dalle contaminazioni del fermento culturale del massimo splendore. A cavallo tra gli anni Quaranta e Cinquanta, Roma è la capitale di una nazione da poco uscita dall’autarchia, invasa due volte, in cui lo scenario più comune in cui crescono i ragazzini sono le borgate descritte con maestria nei libri di Pierpaolo Pasolini. Carletto vive in una Roma provinciale, ricca di intellettuali che non arrivano in periferia, non prima dei palazzinari che trasformeranno ancora una volta la morfologia della capitale. Negli occhi porta ancora la vispezza di chi ha vissuto per strada, di chi ha dovuto cavarsela da solo, e di chi nonostante tutto non ha mai perso l’amore per la vita. L’humanitas che porta dentro Mazzone non la impara sui banchi di scuola, la trova per terra, tra il fango e la polvere delle strade sterrate in cui sopravvive e si diverte quotidianamente insieme a migliaia di ragazzini come lui. Come si fa a convincere un italiano che ha trascorso la prima parte della vita ad adattarsi alle circostanze, che non si può giocare a calcio senza un modulo prestabilito, che la tattica viene prima delle caratteristiche individuali, che è più efficace lasciare un avversario in fuorigioco che respirargli sul collo tenendolo per la maglietta? Impossibile. Infatti Carlo Mazzone quelli “forti”, i talentuosi, li tiene in campo sempre e comunque, la fantasia non sta in panchina; gli schemi si adattino all’elemento umano. E’ da questo principio universale, da questa cultura concreta e passionale, che ha preso vita l’idea di spostare nel ruolo di mediano Andrea Pirlo, quando sulla tre quarti non poteva reggere la concorrenza del Divin Codino Roberto Baggio. A questo ho pensato guardandolo che incitava i suoi dalla panchina, li “cazziava”, e raramente dava loro consigli tecnici.

Cosa ho imparato leggendo di Carletto

Da nord a sud, dal 1968 al 2001, Carlo Mazzone detiene il record di panchine in serie A: settecentonovantacinque. Da Nixon a George W. Bush, dalle proteste studentesche al Nokia 3310. Carlo Mazzone ha attraversato lo Stivale nello spazio e nel tempo, in lungo e in largo, più a sud che a nord, si intende, ma dando il meglio a Brescia e deludendo a Roma (sempre se si può chiamare delusione lanciare un prospetto chiamato Francesco Totti). Ha allenato molti allenatori tra i più vincenti di oggi, tra cui Conte, Guardiola e Ranieri. Gli unici trofei conquistati da Carlo Mazzone oggi non esistono più, come non esiste più chi proponga un calcio tatticamente arretrato e casuale come quello delle sue squadre. Da romano ha favorito, insieme alla pioggia battente e al protagonismo di Collina, il secondo scudetto della Lazio, battendo la Juventus per 1-0 all’ultima giornata sotto il diluvio del Curi di Perugia. In tanti hanno discusso animatamente con lui ma nessuno ne parla male. In molti si sono ricordati di lui, da Totti a Baggio, non c’è calciatore intervistato che non conservi uno splendido legame affettivo con l’allenatore e amico di un tempo. Mazzone come Roma si è reso universale nel tempo: così come tutti proveniamo dall’Urbe ogni protagonista del calcio moderno si sente ispirato da Carletto. Perfino Guardiola, geolocalizzato all’altezza del polo diametralmente opposto della teoria del calcio, lo ha invitato allo stadio in occasione della sua prima finale di Champions, dedicandogliela una volta vinta, e dichiarandosi ispirato dal suo calcio.

Cosa mi rimarrà sempre di Carletto Mazzone

Gli occhi di chi è cresciuto presto, la spontanea volgarità di chi è in buona fede, la comicità farsesca delle interviste, le sopracciglia lunghe e spettinate, la voce sgradevole e potente, la corsa sotto la curva, la sconclusionatezza delle massime inventate seduta stante, l’italiano stentato, il romanesco ostentato, le incazzature incontrollate, il Bologna che vince l’Intertoto, la capacità di essere autorevole, le tute con la cerniera.

I miei auguri a Carletto Mazzone sono gli auguri al calcio italiano: di ricordare le proprie origini e di farne tesoro, di conservarsi autentico e misterioso, di non arrendersi ad interessi particolari, di sapersi divertire ancora, di continuare a stupire.

Filippo Rovani

Filippo Rovani

Per raccontare qualcosa di significativo in così poco spazio servirebbe l'incisività di Lucio Fontana o la capacità di sintesi di Boskov. Fondatore di Ordinary Legends.

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