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Al termine della 15° giornata di Premier League, Pep Guardiola già avrebbe potuto dar ordine ai magazzinieri del suo club affinché si affrettassero a far spazio in bacheca per un nuovo titolo: i Citizens del resto guardavano tutti dall’alto della classifica, con 43 punti, +8 sui concittadini dello United – che pur avevano da risolvere la grana interna con José Mourinho – e con un margine notevole sul resto della concorrenza (+11 sul Chelsea di Sarri, +14 sul Liverpool di Klopp). Problemi sembravano non esserci, visto che anche la pratica Watford – un rivale meno nobile sulla carta ma temibile in virtù della spinta emotiva apportata da un inizio di stagione storico per The Hornets allenati dall’ex Málaga Javi Gracia – era stata sistemata con successo. Non solo: la sera di quel 4 dicembre, Guardiola aveva scacciato definitivamente tutti i demoni appollaiatisi sulle sue spalle. Se in estate ci si chiedeva come sarebbe potuto entrare Riyad Mahrez negli oliati meccanismi del City, l’algerino offrì a Vicarage Road un saggio del suo talento. Regalò un cioccolatino d’assist al dirimpettaio Leroy Sané, al sesto centro stagionale, poi si mise in proprio e toccò quota cinque nella classifica marcatori, rendendo vano il gol dell’1-2 firmato Doucouré. Non solo l’ex Leicester brillava, quella sera: il 4-3-3 di Pep prevedeva trame ariose distillate con leggerezza nel mantice di una fisarmonica. Modulo elastico, s’aggrappava a Fernandinho come pivot ma lasciava ai Silva – David a destra, Bernardo a sinistra – il doppio ruolo di mezzali propositive e aiutanti trequartisti. Perfino Gabriel Jesus, che col Watford non timbrò il cartellino, offrì una prova degna del miglior Agüero. In pochi avrebbero pensato che nelle cinque partite successive il Manchester City avrebbe perso la testa della Premier e quella disarmante tranquillità nel gestire il possesso palla che lo contraddistingueva.

Guardiola, ManCity
Fonte: photo by Clive Brunskill/Getty Images)

Il Manchester City è in crisi

Sì, in City è in crisi e non solo perché nelle ultime cinque gare ha perso in tre occasioni: il Liverpool di Klopp, che su 60 punti disponibili ne ha raccolti 54 pareggiando con Guardiola, Sarri ed Emery – non proprio tre matricole – in compenso non sembra conoscer crolli e dunque in quattro e quattr’otto ha strappato la leadership ai ragazzi di Pep. Così il 22 dicembre i Citizens persero 2-3 in casa col Crystal Palace e quattro giorni dopo uscirono con le ossa rotte pure dal King Power Stadium. Due flop solo apparentemente spiegabili con un progressivo inceppamento dovuto alla perdita di mordente, proprio perché a breve giro di posta e decisivi per un titolo al momento ben complicato. Il City non era ancora abituato alle difficoltà quest’anno, visto che nelle prime 15 gare non aveva conosciuto sconfitta ma solo qualche estemporaneo pari: 1-1 acciuffato col lanciatissimo Wolverhampton al Molineaux, grazie a un colpo di testa dell’acquisto invernale Aymeric Laporte, 0-0 ad Anfield contro il Liverpool allora terzo. Peraltro Agüero e soci avevano messo in mostra prestazioni effervescenti: il 6-1 d’agosto contro l’Huddersfield, lo 0-5 settembrino in casa del Fulham, il 5-0 ottobrino contro il Burnley prima di un novembre scoppiettante (tutto in 20 giorni: 6-1 sul Southampton, 3-1 nel derby con lo United e 0-4 ospitati dal West Ham).

L’importanza del rendersi conto della crisi in atto non è propriamente scontata, visto che in genere il Guardiolismo per certi versi s’insinua mellifluamente tra le certezze della rosa stravolgendo il credo calcistico per improntarne uno nuovo. Dura pensare che questa overdose possa manifestarsi proprio in concomitanza delle festività natalizie, soprattutto perché sono state tirate in ballo le posizioni più disparate: una convivenza difficile tra Gabriel Jesus e Agüero, la posizione in campo di Ilkay Gündogan, più in generale uno stormo di mezzepunte da centellinare con cautela (De Bruyne, i due Silva, Sané, Mahrez e Sterling). Alla fine l’amalgama è stato trovato con Fernandinho a calibrare lo schieramento spiegato a tutte vele verso l’attacco. Dal 4-3-3 si passava a un 4-1-4-1 meno abbottonato e più eclettico. Mossa vincente nell’immediato, forse poco lungimirante, ma mai poco d’effetto. Come d’effetto sono i numeri: in questa stagione Pep ha perso tre gare, in tutta la Premier League 2017/18 due sole.

Guardiola, ManCity
Fonte: www.telegraph.co.uk

Perché il City è in crisi

Sia contro il Crystal Palace che col Leicester non c’era in campo Fernandinho, ago equilibratore di spregiudicatezza da un lato e conservazionismo puro dall’altro. Lungi dal considerar tuttavia il 33enne ex Shakhtar Donetsk una pedina poco decisiva nello scacchiere di Pep – è a Manchester dal 2013 e la sua continua attività da frangiflutti è costata 40 milioni – c’è da dire che è dura affibbiar le colpe di questa mini-crisi alla mancanza di un solo tassello. In un contesto macro l’arcano si risolve in modo molto semplice: col Palace Guardiola ha adottato una difesa a tre sperimentale, sostituendo il mediano verdeoro con John Stones da mediano inedito dinanzi Otamendi e Laporte. Peggio è andata nelle Midlands, con Gündogan al centro e Delph in totale confusione: confermato terzino sinistro ed espulso all’89’ in piena crisi di nervi, dopo che Ricardo Pereira aveva inflitto ai Citizens il terzo ko stagionale. Disquisizione: come mai la prima delle tre sconfitte – quella dell’8 dicembre col Chelsea di Sarri – era arrivata sebbene Fernandinho fosse in campo?

Entrando in ambiente micro, gli infortuni hanno recitato un ruolo importante: le assenze di Gündogan e Agüero, i problemi al ginocchio di De Bruyne e l’operazione cui è stato costretto Benjamin Mendy hanno scompigliato le carte in tavola. Stando ai rumors di calciomercato, peraltro, Guardiola avrebbe chiesto due puntelli a gennaio e i primi dettagli trapelati confermano i due scricchiolii sopracitati: un primo rinforzo riguarderà la difesa (si parla di Ben Chilwell, non a caso terzino sinistro che possa lenire l’assenza di Mendy ed evitare problemi a Delph), un secondo colpo andrebbe a far rifiatare Fernandinho. Tra i motivi della crisi, infine, ne spicca uno empiricamente teorizzato: Guardiola non ha realmente un piano B. Le sue variabili sono molteplici (4-3-3, 4-1-4-1, 4-2-3-1), ma il mantra resta quello. Sarri e Conte ad esempio hanno conferito al Chelsea nelle ultime due stagioni un certo camaleontismo, utilissimo in casi come questo, in cui serva sperimentare.

Guardiola, ManCity
Fonte: Eurosport

Come farà il City a uscire dalla crisi

Se c’è un uomo la cui tempra è necessaria a uscir dalla crisi, quello è Pep Guardiola. Il catalano ha vinto tre campionati consecutivi a Barcellona come a Monaco di Baviera, in Inghilterra il treble è stato una chimera per tanti e l’ultima squadra campione per tre volte di fila è stato lo United di Sir Alex Ferguson, Wayne Rooney e Cristiano Ronaldo nel 2008/09. Pragmaticamente, per mettersi alle spalle questo periodo potrebbe esser utile convertire il 4-1-4-1 in un 4-2-3-1 con David Silva relegato a scudiero di Fernandinho. Sarebbe pure intrigante proporre un falso nueve là davanti, magari vestendo Mahrez coi panni di Pedro e ribaltare un torneo che i Citizens vivono da campioni in carica, primo e unico ad aver vinto con oltre 100 punti.

Sarà poi fondamentale l’attitudine comunicativa di Guardiola, uno che con le parole ci sa sempre fare. Le sue conferenze stampa saranno magari poco eccentriche ma mai fuori posto: «Why should we not believe in these players? Look what we’ve done in the last 15-16 months, they are absolute heroes for me». Non servirà a far vincere partite, ma a rasserenar l’ambiente. E in casi come questo serve, eccome.

Genovese e genoano (pure non in quest'ordine), classe 1997, apprezza particolarmente il calcio minore. Prossimamente in libreria!

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