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E’ il 26 maggio 1999, una tiepida serata primaverile annuncia che l’estate spagnola è ormai alle porte, e il prato annaffiato del Camp Nou di Barcellona è circondato da novantamila spettatori, nessuno dei quali, almeno quella sera, tifa per gli azul-grana. Il 26 maggio è San Filippo Neri, famoso per il suo carattere scherzoso e la sua inclinazione alla burla, tanto da essere soprannominato “il Giullare di Dio”. Evidentemente, nel 1999, San Filippo ha deciso di darsi alla pazza gioia, concentrandosi sul mondo del calcio, e in particolare sulla partita più importante e più seguita della stagione: la prima finale di Champions a cui per la prima volta, da otto anni, non partecipa una squadra italiana. Ma il Giullare di Dio non dimentica le sue origini, e da buon fiorentino, originario della terra in cui nacquero le radici della lingua che parliamo tuttora, non trascurò di infilarci il made in Italy, e lo fece a modo suo: infilando nella partita più pazza della stagione uno degli arbitri più autorevoli e più imprevedibili della storia del calcio moderno, ovvero Pierluigi Collina di Viareggio.

Fino al fischio d’inizio i favoriti sono i Red Devils del Manchester United, che sfidano i teutonici del Bayern Monaco. Un grande classico del calcio europeo, e quindi mondiale. Gli inglesi schierano in campo i ragazzotti indemoniati dal tipico aspetto britannico, ornati di pettinature alla Backstreet Boys, che supportano i Calipso Brothers, il tandem d’attacco di origine caraibica formato dai mortiferi York e Cole. I tedeschi però sembrano essere più fluidi nel gioco, grazie ad un gruppo compatto ed alcuni veterani che pur non avendo mai partecipato ad una finale del genere possedevano la consapevolezza necessaria per gestire la pressione derivante dal forte impatto emotivo. Al 5’ del primo tempo sono proprio i bavaresi a passare in vantaggio grazie ad una punizione diretta dal limite dell’area. Basler, da specialista, finge il classico tiro a giro sul primo palo per sbilanciare Schmeichel, ma all’ultimo tira rasoterra sul secondo palo ed insacca il portiere danese senza bisogno di imprimere alla sfera grande potenza. Uno a zero e pubblico in festa: il Bayern capisce che l’impresa è a portata di mano. Il primo tempo continua equilibrato, con i tedeschi che controllano senza soffrire, e si va a riposo sull’1-0.

Nella ripresa la musica non cambia, anzi: il Bayern colpisce prima un palo, poi una traversa, che respingono rispettivamente un delizioso pallonetto ed una rovesciata imprendibile. Gli uomini capitanati dal trentottenne Lothar Matthaus sembrano poter chiudere la partita da un momento all’altro, ma il tempo passa, e negli ultimi minuti la natura dell’uomo vuole che si opti per la più tipica delle strategie conservative. Consolidamento del possesso palla, spazio alle sostituzioni, e soprattutto contrasti duri. Quando manca un minuto dalla fine dei tempi regolamentari lo United prova un timido attacco e conquista un calcio d’angolo. Per sfruttare al meglio una delle poche occasioni del match, forse l’ultima, il portierone Schmeichel porta in area avversaria la sua corporatura alta e massiccia. Proprio su di lui è diretto il cross di David Beckham, ma da portiere sfiora la palla goffamente, la sfera rotola incerta fino al limite dell’area, dove ad attenderla potrebbe esserci un difensore pronto al rinvio. E invece no, c’è un attaccante, che però strozza il tiro che si dirige innocuamente verso il fondo; nei paraggi dellarea piccola però si aggira Sheringam, uno dei due subentrati per Ferguson, che si inserisce nella traiettoria e con un tocco da pochi metri segna la rete del pareggio.

Quando sta succedendo qualcosa di brutto, di molto brutto, a volte non c’è bisogno di essere avvertiti, semplicemente si attiva quel sesto senso che ti dice che era tutta un’illusione, che ti ricorda che i favoriti erano gli altri e ti viene il dubbio di non aver mai avuto il dritto di vincerla quella partita. Niente di tutto ciò accadde ai calciatori del Bayern, che ignari della propria sorte già si preparavano mentalmente al supplementare. In effetti è quasi finita, manca un minuto e Collina si prepara già mentalmente a fischiare la fine. La palla finisce di nuovo in angolo per i Red Devils. Questa volta però i tedeschi sono vaccinati, non possono prendere gol di nuovo da calcio d’angolo. E invece il copione di ripete, variando di poco: batte Beckham, sponda di testa in area, e tap in al volo da un metro di Solskiaer, l’altro cambio inserito da Ferguson nel secondo tempo. Per lo United è triplete.

La scena che segue non è descrivibile. Alcuni flash che ancora oggi si ricordano sono i movimenti inconsulti della giovane generazione inglese pronta a vincere tutto, e paralisi fisica e facciale di tutti i tedeschi presenti a Barcellona, giocatori compresi, che come massima reazione riescono a reggersi in piedi, mentre altri si lasciano andare al suolo in preda alla disperazione. E poi Collina, che diventa in quell’istante l’arbitro più famoso del mondo, consolare e pregare i bavaresi in campo ad alzarsi e battere da centrocampo per poter fischiare la fine dei giochi. La carezza alla coppa da parte di Matthaus è l’immagine emblematica della serata: un sogno sfiorato, un traguardo avvistato e perduto, uno scherzo del destino e di un santo, che sarà pure un  giullare, ma che da giullare ha un superiore con cui fare i conti, quel Dio che il 26 maggio 1999 salvò la Regina.

Per raccontare qualcosa di significativo in così poco spazio servirebbe l'incisività di Lucio Fontana o la capacità di sintesi di Boskov. Fondatore di Ordinary Legends.

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