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Voto 10 al canto del Gallo – Il Gallo alza la cresta e non sembra intenzionato ad abbassarla. L’irriverenza di Andrea Belotti sta tutta in quella esultanza da mascalzone provetto, in un gesto tanto impertinente quanto genuino. Eppure il Gallo Belotti ha la faccia pulita di chi si è costruito un nome partendo dal basso. Nessuna predestinazione, soltanto un ciclo, ormai quasi anacronistico, fatto di sudore, fatica e delusioni che l’hanno temprato fino a renderlo un centravanti moderno, ma con qualità d’altri tempi: stazza da numero 9, istinto omicida nel sangue e quella sagacia tattica messa appunto sotto la sapiente guida di Ventura. E adesso arriva la convocazione in nazionale proprio da chi gli ha ritagliato un posto nell’élite del calcio nostrano. Tanto indomabile in movimento, quanto inibito a gioco interrotto: l’unico paradosso che si lega al Gallo è che quando sta fermo sbaglia, come testimoniano i due errori dal dischetto accumulati in appena 180 minuti. Una piccola macchia ben oscurata da un bottino di 4 gol in due partite. Se anche il tenente Mihajlovic pare aver chiuso un occhio, non resta che perdonarlo definitivamente.

Voto 9 alla Juventus tritatutto – Ambizioni rinnovate, ma la fame resta sempre la stessa. Così come il cinismo di una macchina costruita per dominare. Per sfuggire dalle insidie dell’inizio stagione Allegri ha puntato forte sulle interazioni di una squadra già forgiata nelle idee e nelle trame, centellinando l’impiego dei pezzi da novanta arrivati dalla campagna acquisti: Higuain ha giocato soltanto due spezzoni di partita, mentre per l’esordio di Pjanic bisognerà attendere dopo la sosta. La linea tracciata sembra essere chiara: prima il gioco, poi i giocatori. A testimonianza di come in casa Juve si cerchi di salvaguardare, senza stravolgimenti del caso, una strada già tracciata con successo. La BBC di scorta non sbaglia un colpo (Benatia non fa rimpiangere Bonucci, assente nella gara dell’Olimpico), Khedira si cuce addosso l’abito del talismano: si muove alla perfezione da attaccante ombra, gettandosi con intelligenza negli spazi lasciati liberi dai movimenti verso la palla di Dybala. E poi lo dicono i numeri, quando Khedira segna, la Juve non perde mai. Storie di uno scudetto praticamente già archiviato? Ad oggi la Juventus è l’unica antagonista di sé stessa. Sembra però impensabile che possa farsi del male da sola.

Voto 8 alla Genova delle idee – Il filo rosso che lega le due sponde di Genova è lo stesso che unisce Juric e Giampaolo. La vetta della classifica non è un caso con due allenatori del genere: educatori, ancor prima che tecnici, nel senso etimologico del termine. Sampdoria e Genoa sono due creature diverse nella forma, ma assai simili nella sostanza, entrambe devote ad un sistema di leggi condivise e ben applicate in campo. Giampaolo fa valere le sue idee remando controcorrente, privilegiando un modulo che esalta le doti del trequartista, specie tristemente in via d’estinzione. Juric calca le orme del Gasp, punta forte sull’imprevedibilità degli esterni e sul fiuto del gol di Pavoletti, sempre più feroce sotto porta. Vedute differenti, ma in fondo quello che conta è il risultato: Genoa e Samp si godono la testa della classifica insieme alla Juventus cannibale. Il calcio delle idee paga sempre ottimi dividendi.

Voto 7 al Napoli, serenità ritrovata– L’Arcadia è una terra idealizzata, frequentemente citata in letteratura, dove uomini e natura vivono in perfetta armonia. Arkadiusz Milik (letteralmente l’uomo proveniente dall’Arcadia) ha mantenuto fede al suo nome, mettendo tutti d’accordo dalla parti del Vesuvio. Decisamente più prima punta di Gabbiadini, il 22enne polacco fa mostra di tutto il suo talento, raccogliendo ufficialmente l’eredità lasciata da Higuain. Il paragone ingombrante sarà una costante di tutta la stagione, Milik però non teme pressioni di sorta, firmando un debutto da urlo in una sfida delicatissima. Una piacevole sorpresa da aggiungere a quella di Mertens che pare aver scalzato Insigne nelle gerarchie: il belga è implacabile quando punta l’uomo, e si traveste da leader insospettabile, rendendosi dispensatore di gioco e di idee nella goleada del San Paolo. Il nuovo calcio di Sarri, meno posizionale e più propenso a ad esaltare la capacità di accentrarsi delle ali, sembra averlo rivitalizzato. Alcune ferite restano aperte, ma tutto sommato a Napoli si respira un’aria nuova. E non dispiace affatto.

Voto 6 allo show del Mapei Stadium – Per un risultato confezionato sul campo, ce n’è un altro maturato nei palazzi della giustizia sportiva. Sassuolo-Pescara finisce 0-3, i neroverdi perdono a tavolino a causa di un’irregolarità rilevata nel tesseramento di Antonino Ragusa. Istanze processuali a parte lo spettacolo del Mapei Stadium resta: Sassuolo e Pescara si confermano due realtà brillanti, allenate da due tecnici che hanno anteposto ai risultati un modello di calcio propositivo e virtuoso. Di Francesco telecomanda gli emiliani con lo sguardo, coniugando il cinismo tipico di una grande squadra con l’attitudine alla resistenza di chi è abituato per natura a soffrire. Oddo impartisce un gioco offensivo che stride con le canoniche velleità di una neopromossa, in cui tecnica e organizzazione prevalgono sulla più tradizionale esigenza di barricarsi nella propria metà campo. Il mantra è chiaro, e i frutti del lavoro ne certificano l’autorevolezza: allenare non significa assemblare, ma plasmare. Prendere nota.

Voto 5 all’Empoli smarrito – Prima la rinascita con Sarri, poi la conferma con Giampaolo. L’Empoli ha dimostrato che anche in una timida realtà di provincia si può predicare gran calcio perché, al netto di bilanci e strategie di marketing, quello che conta è come gira il pallone. Il nuovo Empoli targato Martusciello sembra aver poco a che fare con le precedenti edizioni degli azzurri. Non soltanto in termini di interpreti, ma soprattutto nell’ottica di un gioco scarno e disadorno. La sconfitta di Udine incatena l’Empoli ai margini della classifica, restituendo un feedback negativo all’alba della sosta delle nazionali. Il tecnico campano, dovrà lavorare sulle dinamiche di un gruppo eterogeneo, per trovare la sintesi corretta tra la vecchia guardia e le nuove leve. La strada però sembra tutta in salita.

Voto 4 alla Roma, che botta!– La maledizione dei preliminari di Champions ha colpito ancora. E questa volta ha trovato terreno fertile su una piazza di per sé ontologicamente predisposta alla sofferenza. Il contraccolpo Porto non soltanto si è sentito, ma ha proiettato inquietanti ombre sul percorso dei giallorossi, portando alla ribalta vecchie insicurezze. Alla Roma la qualità non manca, lo scacchiere offensivo a disposizione di Spalletti è tra i migliori in circolazione e stupisce per la finissima mescolanza di estro e funzionalità. Il problema non risiede nei piedi ma nella psicolabilità di una mente contorta, capace di arrestarsi senza dare più segnali di vita. Le istantanee del decadimento sono tutte un programma: De Rossi che vaga annichilito, privato della fascia di capitano per via di un regolamento interno severo e punitivo, Florenzi che si strappa i capelli dopo aver fallito l’ultimo, disperato arrembaggio, mentre Spalletti si prostra al suolo colpendo con rabbia il manto del Sant’Elia. Al netto di alcune scelte discutibili (fuori El Sharawy per un inconcludente Dzeko, e poi dentro Fazio per Perotti, quando la partita era ancora nel vivo), il futuro della Roma si colora di grigio: è ancora psicodramma collettivo nella Capitale.

Voto 3 alla falsa partenza del Bologna – Male Dona, non ci siamo. Il Bologna è la versione ingiallita di quella gradevole sorpresa vista lo scorso anno: timoroso, contratto, capace di accendersi soltanto ad intermittenza. Segnali evidenti di come gli automatismi non siano stati ancora ben metabolizzati all’interno di una squadra che è cambiata non poco durante la calda estate di mercato. Destro non riesce ad incidere, mal assistito dagli esterni e costantemente isolato in avanti; a centrocampo ci sono evidenti difficoltà sia in fase di costruzione che di interdizione, con il solo Pulgar in grado di combinare qualcosa. Il vero incubo però è la difesa: Gastaldello e Oikonomou non ne azzeccano una e spianano la strada al triplice canto del Gallo. E’ decisamente presto per emettere giudizi definitivi, c’è bisogno di una controprova. Donadoni intanto è rimandato a settembre.

Voto 2 al Milan che non segue il ritmo – “Balla per me, balla, balla. Tutta la notte sei bella”. Chissà se Umberto Balsamo quando nel 1979 scrisse la tarantella “Balla”, destinata a sconquassare con il suo beat trash le budella nelle caldissime estati nostrane, ebbe un presagio sulla difesa del Milan. Per ballare si balla, sulla bellezza, però, c’è giusto qualche dubbio. Romagnoli e Gomez (44 anni in due) saranno anche giovani dalle verdissime speranze, ma al momento non sembrano viaggiare sulle stesse frequenze: altro che passi lenti e scoordinati, qui si sconfina nella narcolessia. Meno male che Donnarumma non dorme mai. Dalla cintola in su i canoni estetici si raffinano sensibilmente: Suso e Niang saltano l’uomo e infiammano le transizioni con discreti spunti creativi, lasciando trasparire i primi effetti della cura Montella. Mai rinunciare al gioco, cercare sempre l’interazione tra i terminali offensivi, rispettando spazi e tempi di gioco. Il messaggio è chiaro, l’unico problema riguarda la durata: basta un nulla e il Milan va in cortocircuito. E quando i vecchi traumi vengono a galla, le sinapsi si accartocciano.

Voto 1 all’Inter stravagante – L’Inter di Frank de Boer è un’opera d’arte moderna: un concentrato di eccentricità, fatto di accostamenti di colori vividi e sgargianti, che si lascia ammirare con perplessità e stravaganza. E’ l’esaltazione della sperimentazione. Non proprio la strada migliore da percorrere quando probabilmente basterebbe un pizzico di realismo in più per rendere tutti più felici. E così ci si ritrova con Medel primatista di conclusioni in porta (4 tiri a bersaglio per il cileno), chiamato ad un improbabile lavoro di raccordo con il reparto offensivo, mentre Banega, a disagio in posizione di mediano puro, si barcamena con passaggi scolastici dietro il cerchio di centrocampo, senza avere i tempi e le qualità per agire da regista. I giocatori ci sono, è mancato soltanto il tempo per poter trovare un’alchimia sostenibile, anche se il campo ha già fornito indicazioni preziose. Le intuizioni visionarie di Frank de Boer sono state sconfessate dalla più pragmatica delle equazioni: cross di Candreva, testa di Icardi. Nell’incertezza è meglio affidarsi all’usato garantito. A furia di volare alto con la fantasia, si rischia di perdere il senno.

Aspirante giornalista sportivo, gioca a pallacanestro con soddisfacente insuccesso. Nichilista e assiduo divoratore di libri. Ama il mare d'inverno.

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