Non spegnete quell’orologio!

Amburgo

Nell’accogliente nord della Germania, esiste un orologio che per 55 anni non ha mai arrestato la sua marcia. Niente più vetuste lancette; oggi lo scorrere del tempo, quel susseguirsi di secondi, minuti ed ore, è scandito da moderni led. Ma non è certo strizzare l’occhio al progresso che sminuisce il significato storico di certi oggetti; di certi simboli. Di certe storie. E l’orologio del Volksparkstadion ha un peso diverso rispetto a quello di un qualsiasi altro orologio nel mondo.

L’orologio del Volksparkstadion sta infatti lì da 55 anni a ricordare a tutta la Germania e non solo che il club di casa, l’Hamburger Sport Verein, l’Amburgo per noi italiani, dall’anno della sua fondazione, e da quando è stata inventata la Bundesliga, non ha mai conosciuto l’onta della retrocessione in Zweite Bundesliga, la Serie B tedesca.

Un vanto di cui neanche il Bayern Monaco può fregiarsi. I bavaresi infatti hanno avuto nel corso della loro storia una certa familiarità con la seconda serie anche se l’ultimo capitombolo è ormai un ricordo piuttosto sbiadito. L’ultima retrocessione è stata infatti patita nel 1964 ed oggi il ricordo di quel crollo è sbiadito dal fatto che fu il prologo dell’ascesa che dagli anni ’70 in poi portò il Bayern a mietere successi in patria ed in giro per il mondo per altro con uno storico tris consecutivo di Coppe dei Campioni che è storia.

Tuttavia, se c’è un fattore che in una Bundesliga sempre più monopolizzata dal “Mia san mia” assume una particolare importanza, è quello storico. Ed in tal senso l’Amburgo, che comunque nella sua storia ha vinto una Coppa dei Campioni, una Coppa delle Coppe e sei volte la Bundesliga, è guardato con invidia da chi certi aneddoti non può raccontarli. Chissà ancora per quanto però.

Perché tra qualche ora, al termine dell’ultima giornata di questa Bundesliga 2017/2018, il tempo al Volksparkstadions rischia di fermarsi. Per sempre.

 

Orologio volksparkstadion

Ne è scorso di tempo in questi 55 anni. Ed ultimamente per l’HSV le cose non sono andate troppo bene. La storia recente, quella di questa stagione per intenderci, racconta che quando alla fine del campionato mancano appena 90′ le speranze salvezza dei biancoblu sono veramente appese ad un filo. L’Amburgo, che sarà impegnato in casa contro il Borussia Moenchengladbach dovrà vincere la sua partita e sperare che nel frattempo il già retrocesso Colonia vinca sul campo del Wolfsburg. Non c’è altra soluzione affinché “Dino” (così è stato soprannominato affettuosamente l’orologio) possa continuare a compiere il suo lavoro. Un pareggio dei reniani, infatti, condannerebbe comunque l’HSV a causa di una differenza reti incolmabile. Ma la speranza ad Amburgo è che accada un miracolo. L’ennesimo.

Se anche quest’anno dovesse realizzarsi l’impresa, per gli Hanseaten si tratterebbe infatti della quinta salvezza di fila strappata con le unghie e con i denti all’ultimo respiro utile. Non solo. Se gli astri dovessero allinearsi l’Amburgo avrebbe anche la possibilità di portare a casa un record a suo modo storico: mai nella storia un team tedesco s’è salvato dopo aver conquistato soli 18 punti in 25 giornate.

Curiosa questa abitudine dell’Amburgo a procrastinare tutto riducendosi a fare i conti con la sorte quando il tempo è ormai ridotto all’osso. E pensare che questo 2017/18 era pure cominciato discretamente bene, con i 6 punti conquistati nelle prime due uscite stagionali contro Augsburg (1-0) e Colonia (1-3 con reti di Hahn, Wood e Holtby). Ma che qualcosa potesse andare storto anche questa volta bisognava capirlo dopo che Nicolai Müller, autore del gol che all’8′ decideva le sorti del match con l’Augusta, usciva dal campo per un’infortunio procuratosi negli eccessivi festeggiamenti riportando la rottura del crociato. Per lui 7 mesi di stop. Un gravissimo inconveniente per una trequarti che sembrava pender dalle labbra del folletto tedesco.

Ed infatti dopo l’exploit iniziale è arrivato inesorabile il tracollo. Otto gare senza vittorie con un solo punto ottenuto, lo 0-0 casalingo col Werder Brema, e la bellezza di 16 reti incassate a fronte delle sole 3 messe a segno (due al Magonza, dei centrocampisti Salihovic e Walace, una nel ko con l’Hertha firmata dal classe 2000 Jean-Fiete Arp, una sorta di Pellegri teutonico). Un filotto negativo che, seppure fossero tutti consci che l’Amburgo non fosse certo squadra da primi posti, ha devastato il già fragile animo di tifosi e giocatori.

Buona parte del merito, bisogna dirlo, è stata del tecnico Markus Gisdol che partito con il 4-2-3-1 ha tentato di raddrizzare le sorti dei suoi dando vita ad una metamorfosi cervellotica e continua che ha toccato il 4-3-3, il 5-3-2 ed il 5-4-1; tutti interpretati (male, bisogna ammetterlo) con più di una variabile tattica che ha fatto storcere il naso ai tifosi e mandato in tilt la squadra.

C’è stato un solo momento in cui il caos di Gisdol ha dato i suoi frutti finendo per confondere gli avversari più di quanto non avesse fatto con i giocatori stessi dell’Amburgo. È stato il 4 novembre nella vittoria sullo Stoccarda. Un convincente 3-1 strappato da una formazione molto sperimentale con i giovani Ito e Arp in attacco e l’altro nipponico, Sakai, in mediana (fuori molte prime scelte, da Walace ad Hahn passando per Luca Waldschmidt e Bobby Wood,. Un match dove Filip Kostic pareva rinato, mostrando barlumi di quella classe che aveva convinto la dirigenza a spendere nell’estate 2016 sborsando 14 milioni per portarlo via dallo Stoccarda retrocesso; e dove André Hahn mostrava la corsa che ne contraddistingueva le movenze al Borussia Monchengladbach. Una vittoria che sembrava il preludio per la rinascita. Una vittoria che si è invece presto rivelata frutto del caso.

A quel giorno hanno infatti fatto seguito la sconfitta a Gelsenkirchen contro lo Schalke (2-0), un illusorio 3-0 sul lanciatissimo Hoffenheim di Julian Nagelsmann (autorete di Akpoguma, punizione di Kostic, sigillo di Jung), e di nuovo una terrificante striscia di ko fatta di nove sconfitte (tra cui l’umiliante 6-0 incassato in trasferta all’Allianz Arena con il Bayern) e sei pareggi. Nel mezzo, inevitabile, un cambio di timoniere. Anzi, due.

A fine gennaio è subentrato a Gisdol il 48enne Bernd Hollerbach . Il nuovo tecnico, ex difensore, ha messo la sua esperienza da giocatore a servizio della squadra e si è dunque presentato cercando come prima cosa di blindare la retroguardia dell’Amburgo. Il modulo s’è rannichiato in un 5-3-2 ed il caos della gestione Gisdol e l’Amburgo ha ceduto il posto ad una fisionomia più precisa che se non ha portato in dote risultati ha almeno consentito ai tifosi di individuare più facilmente i responsabili di un’annata decisamente sciagurata. I risultati? Ovviamente deludenti.

Così dopo il 6-0 incassato dal Bayern, è arrivato il turno di Christian Titz, 47enne di Mannheim, precedentemente allenatore di Under 17 e squadra B dell’Amburgo.

Titz i è presentato con un pari, poi una sconfitta ed infine, al terzo tentativo, la vittoria. Ma che vittoria. È il 7 aprile quando, a 16 gare dall’ultima vittoria, l’Amburgo riassapora l’emozione dei tre punti. Lo fa in casa, contro lo Schalke 04, in modo assurdo. Gli ospiti passando in vantaggio con Naldo ma vengono raggiunti dal pari di Kostic. Poi Holtby firma il sorpasso prima che Burgstaller al 63′ ristabilisca la parità. A chiudere la contesa arriva il bellissimo sinistro di Aaron Hunt che all’84’, su assist del 19enne gambiano Bakery Jatta, manda in visibilio il Volksparkstadion. I tifosi sugli spalti piangevano per l’emozione e per la speranza ritrovata.

Da quel momento la marcia dell’Amburgo diventa inarrestabile; o quasi. Archiviata la sconfitta 0-2 in casa dell’Hoffenheim, arrivano la vittoria in casa di misura sul Friburgo (1-0, decisivo Holtby) e quella alla Volkswagen Arena di Wolfsburg per 3-1 con Wood, Holtby e Waldschmidt mattatori. Sembra un sogno. Ma il 5 maggio il 3-0 incassato dall’Eintracht di Francoforte è un brusco risveglio che porta a questi ultimi 90′ di fuoco. Una situazione disperata.

 

 

Sia nel 2014 che nel 2016 l’Amburgo ha concluso la sua stagione al terzultimo ed è stato costretto allo spareggio con la terza di Zweite Bundesliga. In entrambi i casi il club è riuscito ad avere la meglio ed a restare nell’Olimpo del calcio tedesco. Consentendo all’orologio del Voksparkstadion di continuare a fare il suo lavoro.

Ma il peso della storia non sempre è facile da sopportare e come dichiarato da un tifoso dell’Amburgo ad Andrew Kex del New York Times, attirato anch’esso dall’iconico segna ore:

«Non si capisce più se sia un bene o un male, potrebbe aggiungere pressione alla squadra, sentono il peso di dover continuare a far andare l’orologio».

 

E pensare che una versione ridotta dell’orologio è collocata pure sul retro dell’autobus che accompagna i calciatori in trasferta. La vedranno anche oggi quando saliranno sul bus che li porterà al Volksparkstadions. Poi, una volta all’interno dell’impianto, la versione originale scandirà il tempo del sopralluogo del campo, del pre-partita e di quelli che si preannunciano come i 90′ più intensi della storia dell’Amburgo. E ricorderà a tutti, come Bobby Wood, giovane attaccante statunitense del club, che:

 

«Nessuno vuole essere il giocatore che faceva parte dell’Amburgo nell’anno in cui finì per retrocedere, dopo tutti questi anni»

 

Alle 17:30 circa sapremo se il tempo al si fermerà o continuerà a scorrere come sempre ha fatto in questi ultimi 55 anni.

Matteo Albanese

Matteo Albanese

Genovese e genoano (pure non in quest'ordine), classe 1997, apprezza particolarmente il calcio minore. Prossimamente in libreria!

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