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Quando al minuto 91 di Manchester United-Anderlecht, Zlatan Ibrahimovic ha grattato il cielo con uno dei suoi controlli al limite delle umane possibilità, si sono ridotte le distanze tra ciò che Ibra è e cosa ci ha abilmente fatto credere di essere. L’infortunio di Ibra, la rottura del crociato, è il modo più cinico che il destino potesse escogitare per risolvere il paradosso: anche Zlatan è un uomo, nonostante per più di un decennio, ad ogni latitudine del mondo, abbia lasciato intendere di somigliare a un dio.

L’infortunio di Ibra è come uno di quei tanti film riconducibili a quella fastidiosa morale secondo cui a contare non sarebbe la meta ma il viaggio che si vive nel tentativo di raggiungerla. Per Ibra la destinazione è sempre stata la stessa: vincere il Pallone d’Oro e conquistare la Champions League, al duro prezzo di levigare le sporgenze di un ego inflessibile.

Sul fronte individuale, Ibra ha avuto la sfortuna di coesistere al duopolio più inattaccabile della recente storia del calcio: Messi da un lato e Ronaldo dall’altro, hanno azzerato i colori della competizione deturpando la bellezza insita nella differenza. Al tempo stesso, però, si sono posti come icone di due mondi discordanti, ciclicamente vincenti, finendo per confondere le carte nell’ancestrale lotta tra bene e male. Difficile stabilire una volta e per tutte chi sia il buono e chi sia il cattivo, l’unica cosa certa è che Leo e Cristiano riflettono la cultura, i sapori e l’identità dei mondi cui appartengono, e ne accettano le regole in un tacito accordo. Ibra, a differenza loro, non ha mai avuto padroni, o forse ne ha avuti fin troppi. Che in fondo è la stessa cosa.

Il capitolo Champions è di fatto un rimando al punto precedente. Nel suo frenetico girovagare Ibra ha costruito porti ovunque si sia fermato, facendosi amare e odiare, ma lasciando sempre una traccia ricorrente: la sua sovraesposizione rispetto al luogo che l’ha accolto. Ibra prima di tutto e tutti, il resto un corredo che meno si vede, meglio è. Non è un caso che l’esperienza più indigesta della sua carriera l’abbia vissuta a Barcellona, una piazza che non ha bisogno di eroi, ma di uomini che, per quanto grandi, si mettano al servizio di un bene comune. I dissapori con Guardiola, le incomprensioni con i “soldatini” blaugrana, sono la prova di cosa sia andato storto, della sua incapacità di flettersi, di rendersi parte piuttosto che mettersi da parte quando il mondo che lo circonda gli chiede di spostare altrove i riflettori.

Con 35 primavere alle spalle, l’ennesimo ciclo finito male e un infortunio che ha il sapore di un addio, viene difficile credere che Ibra abbia imparato la morale. Il viaggio però è stato una mitopoiesi classica: dagli umidi sobborghi di Malmö ai salotti delle capitali del calcio, a convivere con quella orribile maledizione di essere un vincente solo all’interno di rigidi confini. Regnante per le terre d’Europa, senza mai però sedersi sul trono del continente, Zlatan, da bravo eroe dell’epica, ha annesso al suo destino una quota di magia: Ibracadabra è una saetta che gonfia la rete, un aggancio di tacco, uno scorpione, una zampata di suola sferrata con la forza di un gigante. Ibracadabra è un sortilegio che si è spezzato in una notte d’Europa minore, quando nulla contava e le lancette erano prossime allo zenit.

I trofei accumulati e un’espressione che ne riassume altre cento: “Che cazzo guardi?” è la strafottenza di un ribelle che dovrebbe dividere ma che alla fine mette tutti d’accordo. Chissà cosa sarebbe successo se Ibra avesse ascoltato le tante voci che gli suggerivano di abbassare la cresta, sia dentro che fuori dal campo. Di essere un giocatore normale, uno dei tanti, disposto a scendere a compromessi. Probabilmente ci saremmo persi quell’eterea capacità di piegare il corso degli eventi, di “vedere un’autostrada dove gli altri vedono soltanto un sentiero sterrato”. E di farlo con una semplicità tale che a confronto alzarci dal divano per esultare ad una sua prodezza è una fatica quasi insormontabile.

La semplicità, intesa come assenza di sovrastrutture, è allo stesso tempo il suo più grande pregio e il suo più grande difetto. Ciascuno di noi vorrebbe essere un po’ Ibra, mandare a quel paese il proprio capo, zittire chi ci contraddice, annichilire i nemici con invidiabile atarassia. Ma nessuno di noi sarebbe capace di convivere con le conseguenze di un’eterna disputa col mondo. Anche Zlatan negli anni ha dovuto mitigare il rancore. Non è cambiato, ha soltanto sopraelevato il terreno della discordia. L’ha reso inaccessibile alle cose più futili, concentrandosi su se stesso in una ricerca autoreferenziale del successo. Ha imparato ad ignorare la realtà circostante, a fare quello che gli riesce bene senza curarsi degli altri. Ibra non ha più nemici: la gente che non la pensa come lui neanche esiste nella sua testa.

Con la rottura del legamento crociato e un rientro difficile da definire, gli scenari che prendono forma nel futuro di Zlatan sono essenzialmente tre:

a) L’infortunio di Ibra pontifica la fine della sua onnipotenza. E’ il momento esatto in cui quella perfetta sovrapposizione tra brand e talento che risponde al nome di Zlatan, perde gran parte della propria credibilità. Si è mostrato mortale, incapace di centrare l’obiettivo che l’ha sempre tormentato: l’illusione che in una calda notte di maggio potesse alzare al cielo la Champions si è infranta insieme al suo crociato. Zlatan decide di ritirarsi a vita privata trascorrendo il resto dei suoi giorni in un castello della Loira, avvolto dai cimeli e da sfarzosi autoritratti settecenteschi;

b) L’infortunio di Ibra, per quanto possa essere sgradevole dirlo, è la sua più grande fortuna. E’ un po’ come l’epifania che in quegli smielati film di formazione ti fa rendere conto della bellezza dei sentieri percorsi. E’ il cambio di prospettiva che gli fa scoprire di aver lasciato una legacy al di là dei trofei accatastati su una polverosa bacheca. Ibra lascia il calcio e si dà al volontariato, e invita ogni mercoledì sera Guardiola e Sacchi a vedere la Champions a casa sua, offrendo birra dal discount svedese all’angolo della strada;

c) L’infortunio di Ibra potrebbe essere l’ennesima peripezia che un eroe deve affrontare prima della definitiva consacrazione. Mi piace pensare che un giorno Zlatan tornerà, spaccone più di prima, temprato dal dolore e dalla solitudine. Ma rinnovato nell’animo e disposto a vivere secondo il precetto di “Into the Wild”, “la felicità è reale solo se condivisa”. Vincerà la Champions come quarta punta nella rosa del Manchester City, giocando appena 40’ minuti nelle gare dai quarti di finale in poi.

Fantasie a parte, le uniche certezze intorno all’infortunio di Ibra sono: una progonosi di 9-12 mesi, il rifiuto del rinnovo di contratto proposto dal Manchester (Zlatan non vuole essere pagato per stare a guardare) e un post su Instagram che recita così: “Deciderò io quando sarà il momento di dire basta. Ritirarsi non è un’opzione“. Come non è un opzione definire una volta e per tutte se Ibrahimovic sia un uomo o un dio. I contorni sfumati e una scelta che spetta ad uno solo. Tutto il mondo fuori. Come sempre del resto.

Aspirante giornalista sportivo, gioca a pallacanestro con soddisfacente insuccesso. Nichilista e assiduo divoratore di libri. Ama il mare d'inverno.

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