L’importanza di essere Éric Cantona

Sarà stato diversi anni fa, avevo più o meno 8 anni. Una sera d’estate come tutte le altre davanti alla tv, assieme a mio fratello e mio padre. Guardavano “Elizabeth“, film diretto da Shekhar Kapur e uscito nel 1998. Ai tempi ancora non mi interessavo di calcio, eppure quel volto mi rimase impresso: possente, autoritario, con un paio di baffi lunghi mentre interpretava l’ambasciatore francese alla corte della Regina Elisabetta. Passano gli anni e inizia la malattia del “Fútbol” (si, mi piace scriverlo in spagnolo perché sono mezzo sudamericano. Perdonatemi per la mio essere sempre autoreferenziale): sono gli anni post Germania 2006, con le partitelle sull’asfalto fino alle 8 di sera sognando di essere i nuovi Ibrahimovic, Ronaldinho o Cristiano Ronaldo. Oltre a tutto ciò, però, iniziano a diffondersi a macchia d’olio i cellulari. E con essi iniziano a girare i primi video, che ai tempi scaricavamo da internet e ci scambiavamo tramite Bluetooth: fu tramite alcuni di questi, rinominati “Joga Bonito”, che rividi nuovamente quel volto. Stavolta però meno serio, più disinvolto: che fortuna poter ammirare Il Brasile del ’98 che gioca a pallone dentro un aeroporto oppure Ibrahimovic e Cristiano Ronaldo che si sfidano a colpi di giocate! Quei video “Joga Bonito” hanno inevitabilmente segnato la mia infanzia e accresciuto l’ammirazione che oggi provo per Éric Cantona. Magari non l’ho mai visto giocare, questo è vero. Ma alcune leggi non scritte della storia ci portano ad ammirare determinati personaggi anche senza averne avuto a che fare.

Nativo di Marsiglia da padre di origine italiana (Ozieri, in provincia di Sassari) e madre di origine catalana, esordisce con l’Auxerre il 5 novembre 1983 a 17 anni contro il Nancy (vittoria per 4-0). In Borgogna resterà sotto la guida di “Guru” Guy Roux (allenatore della squadra dal 1961 al 2005!) fino al 1988, allontanandosi solamente per la leva militare nel 1984 e per il prestito al Martigues nella stagione 1985-1986. Dopo la vittoria dell’europeo under 21 del 1988 (unica manifestazione internazionale a cui riuscirà a partecipare assieme al pessimo europeo del 1992) in cui va a segno 3 volte, viene acquistato dall’Olympique Marsiglia, sua squadra del cuore, per la cifra record di 22 milioni di franchi: sono gli anni dell’imprenditore socialista Bernard Tapie e l’OM è la squadra più ricca e potente di Francia, che riuscirà ad aprire un ciclo fino al 1994 (anno del caso VA-OM) vincendo 4 scudetti, 1 Coppa di Francia e 1 Coppa dei Campioni (ad oggi l’unica francese a riuscirvi) nella finale di Monaco del ’93 contro il Milan. Cantona in quell’ambiente non riuscirà mai ad ambientarsi completamente: un po’ per scelte tecniche e un po’ per il suo carattere parecchio impulsivo (squalifica per un mese per aver gettato la maglia a terra con rabbia e successivamente in nazionale sospensione temporanea per una serie di parole contro l’allora ct Henri Michel). Dopo una sola stagione, in cui comunque vince il suo primo scudetto, verrà mandato in prestito a Bordeaux e Montpellier, non senza creare problemi anche qui. Nel capoluogo della Linguadoca-Rossiglione infatti avrà una forte discussione col compagno di squadra Jean-Claude Lemoult che lo porterà ad essere temporaneamente fuori rosa (soltanto l’intervento di Laurent Blanc e Carlos Valderrama chiuderà la vicenda, facendo tornare Éric in campo nel finale di stagione per vincere la Coppa di Francia in finale contro il Racing Club Paris). Rientrato alla base per la stagione 1990-1991, contribui per la conquista del titolo con 8 reti in 33 partite nonostante i rapporti non idilliaci con gli allenatori dell’annata Gerard Gili, Franz Beckembauer e Raymond Goethals. Nella stagione seguente, in prestito al Nimes Olympique, si rende protagonista di una delle vicende più controverse della sua carriera: una pallonata ad un arbitro che gli costò 3 mesi di qualifica (inizialmente 1, poi a seguito di alcune dichiarazioni “politicamente scorrette”  la pena venne aumentata) lo portò a decidere di ritirarsi nel dicembre 1991, a soli 25 anni.

In questo frangente entra in scena la figura di Michel Platini: l’allora ct della nazionale francese, in corsa per la qualificazione ad euro 1992 dopo aver fallito quelle per Italia 90, è folgorato dall’istrionico “Le Roi” (guarda caso lo stesso soprannome che anni prima avevano affibbiato lui) e prova in tutti i modi a convincerlo a tornare nel mondo del calcio, provandolo a piazzare da qualche parte in Inghilterra. Così ad inizio 1992 viene ingaggiato dal Leeds, dopo esser stato cercato da Liverpool e Sheffield Wednesday, riuscendo a vincere l’ultima edizione della First Division (l’anno seguente sarebbe nata quella che noi oggi conosciamo come Premier League). Nel mese di novembre, dopo aver vinto ad agosto la Charity Shield contro il Liverpool (tripletta nel 4-3 finale), viene ceduto al Manchester United di Sir Alex Ferguson: 185 presenze e 82 gol che fanno entrare definitivamente Cantona nell’Olimpo del Calcio. Con la numero 7 sulla spalle (in passato appartenuta ad un certo George Best) e successivamente con la fascia di capitano (il primo a non provenire dalle isole britanniche nella storia dei Red Devils) vince nell’arco di cinque anni ben 4 Premier League, 2 FA Cup, 2 Charity Shield  e viene nominato nel 1994 e 1996 miglior giocatore della Premier (una volta votato dai giocatori, l’altra dai membri della Football Writers Association). Ovviamente gli episodi “scabrosi” non mancheranno: è durante la stagione 1994-1995 che avverrà il famoso “Colpo di Kung fu” ai danni del tifoso del Crystal Palace Matthew Simmons, reo di averlo insultato a seguito di una espulsione comminata al francese in una partita in trasferta contro i Glaziers, che gli costerà nove mesi di squalifica (famosa la frase “Quando i gabbiani seguono il peschereccio è perché pensano che verranno gettate in mare delle sardine.” durante la conferenza stampa in cui spiegò l’accaduto col Simmons), l’esclusione definitiva dalla nazionale francese per scelta del ct Aimé Jacquet e di fatto taglierà fuori il Manchester United dalla corsa al titolo (poi finito nelle mani del sorprendente Blackburn Rovers).

E così, l’11 maggio del 1997 (il sottoscritto aveva quasi 10 mesi) Le Roi chiuse la propria carriera contro il West Ham lasciando tutt’altro che contenti i tifosi del Manchester United. I Diavoli rossi nonostante le peripezie avevano imparato ad amare quel francese nativo della costa azzurra, un po’ “Diavolo” come loro (e pensare che in una pubblicità del 95 gioca contro una squadra di demoni dentro al Colosseo, ndr), nominandolo nel 2001 “Giocatore del secolo del club”. Successivamente farà l’attore prendendo a parte a diversi film (oltre al già menzionato Elizabeth abbiamo Il mio Amico Eric, SwichLes rencontres d’après minuit e The Salvation e diversi spot per la Nike, già menzionati all’inizio). Nel 2004 l’ingesso nella FIFA 100 è soltanto l’ultima onorificenza per la carriera di uno strepitoso campione. Ieri, per i 50 anni, abbiamo deciso di ripensare a quanto abbia influenzato il calcio moderno: campione, estroverso, istrionico, fenomenale. Tutto questo è “The importance to being Éric Cantona” (tanto per parafrasare un’altra coppia di pazzi che hanno a che fare con la città di Manchester, anche se tifosi dei Citizens). Tanti auguri Éric, altri 100 di questi giorni! E scusa ancora se per alcuni anni sei stato per il sottoscritto soltanto un ambasciatore francese.

Marco Aurelio Stefanini

La sobrietà non mi appartiene. Spinto dal Leitmotiv "Chi sa solo di calcio non sa niente di calcio".