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Brividi. Ecco la sensazione trasmessa dall’atmosfera come quella dell’altra sera al San Paolo in occasione di Napoli-Juve. Luci, colori, ricordi in musica. Spettatori trascinati dal medesimo melanconico sentimento di chi ha perso un punto di riferimento associato ad un’ intensità che solo uno sport come il calcio può dare.

Intensità che le due squadre in campo non hanno fatto certo mancare. La posta in palio era molto alta. Le pressioni di classifica anche. Conquistare punti significava molto anche a livello psicologico. Per questo si è assistito ad un match per certi versi chiuso e nervoso, e per altri sfrontato ed impudente. Il Napoli si schiera con il consueto 4-2-3-1, la Juve contrappone il 4-3-1-2. La trama tattica sembra abbastanza evidente: bianconeri per imporre il proprio gioco; azzurri con l’all-in sulla ripartenza e la densità di reparto. Densità a tratti esagerata però, se è vero che in alcuni tratti del primo tempo si riescono a contare anche 11/12  giocatori a centrocampo annientando qualsiasi possibilità di verticalizzazione da parte delle due compagini.

Il Napoli abbassa, in fase di non possesso, tutti i giocatori dietro la linea della palla , tranne Higuaìn, punto di riferimento lì davanti chiamato a difendere palla e far salire interni  ed esterni di centrocampo soprattutto a destra con Maggio. Pirlo nei primi 6 minuti di gioco imposta la manovra con passaggi indirizzati sulla profondità  per ben 9 volte (risulteranno poi 75 i passaggi di impostazione manovra del calciatore ex-milan). La Juve mostra per gran parte della gara una padronanza assoluta di palleggio che la porta al termine della prima frazione di gioco ad avere il 57 % di possesso palla. Ma è un possesso sterile. Sono pochi i lampi di luce che illuminano la serata di Napoli, ed uno sicuramente è quello di Pogba che al 27 minuto trova la rete dopo un tiro scaturito da una deviazione fortunosa. Di fortuna nel tiro non vi è traccia. Anzi, si notano stile, potenza, efficacia e soprattutto presenza. Presenza perché seguire l’azione alle volte significa aver fatto mezzo goal. E pochi , soprattutto i giovani calciatori , comprendono questo movimento di base.

Ti aspetti la reazione del Napoli ma la manovra di ripartenza porta con sé spreco di energie mentali e fisiche.  Il giro palla della Juve è quello consapevole di chi sa di essere più forte. Ma quello che più affascina è il movimento globale. Pochi giocatori fermi nelle posizioni di partenza. Molti ad inserirsi nello spazio o semplicemente essere disponibili al passaggio, dando al compagno sempre più di una soluzione. E compattezza. Anche per questo, i cross con cui il Napoli cerca di fare la partita (35 fonte juventus.com  ) risultano spesso inutili. Il pareggio partenopeo, quasi un fulmine a ciel sereno, porta a credere che ci sia un cambio di rotta. La Juventus ha dimostrato ultimamente di avere cali importanti (vedi con l’Inter) e Benitez finalmente ha deciso di giocare la carta Mertens. A proposito, una domanda è d’obbligo: perché ostinarsi a rinunciare ad uno dei giocatori migliori e con più imprevedibilità ?

L’illusione dura cinque minuti. Quanto basta affinché le distanze tecniche si mostrino nuovamente. Il Napoli non ci pensa proprio a prendere in mano le redini del gioco ed attende troppo la Juve. Il momento del pareggio poteva essere quello giusto per anticipare i cambi in attacco (Gabbiadini) o per cambiare modulo. Ma i  tiri in porta saranno solo 2 dei partenopei. Ed invece la Juve di Allegri raddoppia, gestisce e nel finale passa a 5 in difesa colpendo pure in contropiede per l’1-3 finale nonostante il forcing di cuore del Napoli. Già, il cuore contro la tattica. A Doha ha vinto il primo. A Napoli l’altra sera ha avuto la meglio la seconda.

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