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Giuseppe Iachini è un classe 1964, ascolano d’estrazione ma mitigato dalla lunga esperienza sulle panchine dello Stivale. Un uomo deciso, integer in senso latino, ovvero incorrotto e moralmente deciso. Non per altro, i sentimenti nei suoi confronti sono polarizzati: il tifo del Genoa ad esempio lo odia sportivamente perché in due occasioni mise i bastoni tra le ruote al Grifone (nel 1997 giocava nel Ravenna e impedì la promozione in A dei rossoblù, nel 2005 allenò il Piacenza e anche in quell’occasione strappò un pari senza più dover chieder nulla al campionato). Quando poi Beppe accettò la corte della Sampdoria e si mise al lavoro in blucerchiato nel novembre 2011 – in Serie B, subentrando a Davide Atzori – la rivalità fu più che mai accesa. Iachini chiarì di non dover spartire nulla coi “dirimpettai”, che a fine anno lo videro celebrare la promozione blucerchiata in Serie A col tipico cappellino e la maglietta celebrativa (“Tornati A casa“).

Iachini
Fonte: photo by Gabriele Maltinti/Getty Images

Iachini, Twitter, il cappellino, Messi

Il suo cappellino lo descrive meglio di ogni altra cosa, collante di esperienza variegate su undici piazze anch’esse variegate, dalle paludi della Serie C all’Olimpo della Serie A. Il cappellino, divenuto protagonista di una canzone di J-Ax («l’uomo con il cappello se ne fregherà che il cielo sia bello o se pioverà… non ti vergogni alla tua età?»), l’elemento che probabilmente lo identifica meglio di ogni altro. Non è un’operazione di marketing, neppur per fortuna una malattia (Edgar Davids fu costretto a indossare i celebri occhiali per via dei postumi di un’operazione a un occhio malato di glaucoma). Pare invece che il cappellino stia tutto in una carenza di un pigmento che renda il mister sensibile alla luce. Così l’ombra della visiera permette a Iachini una corretta luminosità – lo rivelò egli stesso a Rai3, ai tempi in cui allenava il Palermo – e s’è cristallizzata nell’immaginario popolare ogni qual volta si pensi a lui.

Popolare come non è mai stato, visto che in carriera era un onesto mediano – non certamente il ruolo più appariscente in campo – soprannominato “Iaco“, abbreviazione del cognome, o più iconicamente “Cagnaccio“. Carriera spesa tra Ascoli e Verona, Firenze e Palermo, Ravenna e Venezia, conclusione nel 2011 ad Alessandria tra i Grigi e ripartenza sulla panchina del Piacenza. Quattordici presenze in nazionale ma zero in quella maggiore (3 in Under 21, undici nella selezione olimpica), garra di provincia al servizio di un calcio operaio. Iachini nell’ombra, perché l’unica volta in cui s’è trovato sulla bocca di tutti era il giorno dell’Epifania 2016. Twitter lo mise al terzo posto nei trend: Zamparini lo aveva esonerato due mesi prima salvo richiamarlo in frett’e furia, così Iachini fu secondo solo a Messi e Iniesta (il Barça aveva infatti battuto l’Espanyol in Copa del Rey, finì 4-1).

Iachini
Fonte: gdsit

Iachini, sfortuna, Zamparini, gli insulti

La sua Ascoli è popolata da poco più di 48mila anime e nel 2015 fu sede dello storico spot pubblicitario della Serie A Tim. Quell’anno Beppe era a Palermo, un Palermo instabile, ai massimi livelli delle giravolte targate Zamparini. Fu l’anno dei sette allenatori, in rigoroso ordine: Giuseppe Iachini, Davide Ballardini, Fabio Viviani, Giovanni Bosi, Giovanni Tedesco, Walter Novellino, ancora Davide Ballardini. Fu salvezza comunque, ma all’ultima giornata battendo il già retrocesso Hellas Verona (al Carpi non fu sufficiente far lo stesso contro l’Udinese). Iachini però non v’era già più, esonerato a inizio novembre: «Volevo approfittar della pausa per prendere Ballardini, con Iachini non c’era più feeling» sentenziò Zamparini, parlando di una decisione «dolorosa ma necessaria». Non necessaria per tutti, evidentemente, visto che i rosanero allora avevano 14 punti dopo 12 giornate (4 vittorie, 2 pari e 6 ko) e Franco Vázquez si sfogò su Twitter: «Mi dispiace tanto per la notizia con la quale mi sono svegliato, però il calcio è questo, pieno di enorme ingiustizia…».

Salutata la Sicilia con valigie frettolosamente preparate, avrebbe messo nuovamente piede a Palermo il 15 febbraio 2016, quando veniva ufficialmente richiamato. Amor breve: l’8 marzo successivo, manco un mese dopo dunque, Iachini optò per le dimissioni dopo aver avuto un colorito colloquio col patron rosanero che in quell’occasione avrebbe sfoderato epiteti ingiuriosi deficiente», «perdente»). Peraltro Beppe nel 2012/13 aveva allenato a Siena, subentrando a metà stagione a Serse Cosmi: non riuscì a salvare i bianconeri, ma nelle prime 15 gare mise comunque assieme 19 punti. Questo per dire che forse, sotto sotto, ingenuamente, Zamparini si sbagliò. Ma non era quello il tempo per piangere, Iachini cambiò piazza e si trasferì a Udine dove durò cinque soli mesi.

Iachini
Fonte: Mediagol

Iachini, camaleontismo, inattività, Politano

Pagato un anno d’inattività, Iachini tornò in sella il 27 novembre 2017. Fu chiamato dal Sassuolo per gestire la transizione post-Di Francesco dopo il fallimento di Christian Bucchi, e l’idea di salvare i neroverdi pareva in totale contrasto con una squadra che l’anno prima giocava in Europa League. Qui il mister impiegò un po’ per trovar l’equilibrio, ma una volta sistemata la squadra i risultati furono ottimi: tre vittorie di fila, contro Crotone, Sampdoria e Inter, onorevolissimo pari contro la Roma e – a fine anno, dulcis in fundo – la salvezza. Ottenuta in un modo difficile da descrivere, come altrettanto ardua da definire è stata la sua perenne oscillazione tra 4-3-3, 5-3-2, 5-3-1-1. L’ago della bilancia fu Politano, seconda punta nel 3-5-2, in grado di cambiar passo dopo un inizio di stagione che l’aveva visto ovunque tranne che in quel ruolo (due sole apparizioni nelle prime 13 presenze stagionali).

Il discorso è che Iachini carbura per poi rendere al meglio. Alternò 4-3-3 a 3-4-3, poi il 17 marzo 2018 espugnò la Dacia Arena (1-2, autorete di Ali Adnan e gol decisivo di Sensi) e varò definitivamente il 3-5-2. Politano trascinò la squadra (7 reti nelle 11 gare finali) e pure Rogério – in prestito dalla Juventus – si guadagnò in sordina la titolarità, infilando 10 caps nelle ultime 11 partite dopo aver giocato 4 volte nelle prime 28 gare.

Iachini
Fonte: photo by Gabriele Maltinti/Getty Images

Iachini, Di Lorenzo, intuizione, bestemmie

Politano e Rogério sono stati, di fatto, due prodotti creati da Iachini. Il primo ha centrato subito il gran salto di carriera all’Inter, da cui era provenuto e nelle cui giovanili era cresciuto, mentre il secondo è stato ereditato dal successore di Iachini sulla panchina del Mapei Stadium, Roberto De Zerbi. Così il 5 giugno scorso rescisse il contratto: «Non ci sono le condizioni per continuare» fu detto in un comunicato stampa. Così Iachini restò a spasso, ma non per troppo tempo. Il 5 novembre l’Empoli terzultimo in A (soli 6 punti in classifica) necessitava di una scossa e di una nuova figura che prendesse il posto di Aurelio Andreazzoli. Fu scelto Iachini, che nelle finora 13 partite ha raccolto 15 punti. Restò otto giornate senza vittoria, dal 16 dicembre al 7 febbraio, poi di colpo il 17 febbraio è arrivato un secco 3-0 sul Sassuolo, sua ex squadra.

Iachini aveva vinto contro un mucchio di disillusione, di condizioni che non c’erano. Ha accumulato la rabbia necessaria dosandola fin da subito nel 3-5-2 compatto con cui i suoi ragazzi sono soliti scendere in campo. La coerenza si mescola con lo stile, poco importa se il rendimento sia ambivalente (10 punti nelle prime 4 gare, soli 2 nelle seguenti 8). I frutti si vedono – da Giuseppe Di Lorenzo agli altri – e la crescita di alcuni elementi come Bennacer, Pasqual e Veseli è sotto gli occhi di tutti. In soldoni Iachini ha dimostrato di sapersi adattare ad ogni realtà, con buone conoscenze calcistiche ha valorizzato ambiente e giocatori. Resta un piccolo dettaglio: con l’Empoli esordì l’11 novembre 2018 e batté 2-1 l’Udinese, altra sua ex squadra. In quell’occasione Beppe – cappellino in testa e solita aria battagliera – non seppe però gestir le sue emozioni e fu ripreso dal Var nell’atto di bestemmiare. Poco male, patì una giornata di squalifica e tornò immediatamente sulla panchina. Sempre col cappellino in testa. Sempre con l’animo indomito di chi non molla.

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