La partita di Natale

St-Yvon, Belgio, 24 dicembre 1914.

Quando il gelido tramonto si consuma all’orizzonte sottrae soltanto all’apparenza l’orrore dell’ennesima giornata al fronte. I corpi dilaniati sfuggono alla vista, ma si imprimono a forza nei ricordi man mano che la notte incombe e la neve copre gli odori della guerra. Il respiro affannato si quieta. Il dolore, non più azione, si fa pensiero.

La sera di Natale del 1914 a St-Yvon sembra diversa. E’ così chiaro agli occhi del tenente inglese Charles Bruce Bairnsfather mentre scruta il cielo rossastro e segue il sole nascondersi. L’acre odore della polvere da sparo e il sordo rumore dei cannoni sono soltanto una suggestione perché il pomeriggio è trascorso inaspettatamente tranquillo. Maledetti quelli che parlavano di guerra breve, pensa. Qui è un incubo. Per centinaia di metri la terra marcisce, imputridita dal sangue e dai liquami dei soldati, quei pochi rimasti, accampati in massa dietro una trincea. Lo scorcio è irregolare ma tutto sommato simmetrico perché esattamente davanti a sé la linea di fuoco del nemico è lo specchio della sua. Bairnsfather annusa lo stesso odore di morte e ascolta i denti tambureggiare sotto la morsa del freddo. Il silenzio lo aiuta a distendere i nervi. Esce fuori, trattiene il respiro e si abbandona ai pensieri.

La trasfigurazione dei colori del cielo non è interrotta da nessun suono. Mentre le tenebre avvolgono il fronte, i soldati si preparano ad affrontare la notte. C’è chi modella sulla terra una nicchia per poi adagiarsi, c’è chi scambia le ultime parole prima del sonno, c’è chi come lui contempla le stelle. Lentamente una timida voce si leva nel bel mezzo della linea. E’ una cantilena che accarezza l’udito. Bairnsfather non ricorda le parole, ma la melodia, quella sì, l’ha sentita decine di volte. Altre voci si uniscono prima che la canzone si spenga lasciando spazio ancora una volta al silenzio. Bairnsfather si avvicina alla sua postazione e mentre va per accovacciarsi rimane sorpreso alla vista di un gruppo di uomini intenti a scrutare nella sua direzione. Drizza le orecchie, gli pare di udire quello stesso suono in lontananza. «Che succede?», chiede sospettoso ad un sottoposto. «Sono i tedeschi signore». Ora Bairnsfather li sente chiaramente, «Stanno cantando».

Il cuore sobbalza alla vista del reggimento nemico. Per tutta la sua longitudine si accendono delle luci che fendono il buio. Cosa sono quelle piccole fiamme? Il terrore è una reazione naturale, non sia mai che i tedeschi stiano preparando un’offensiva notturna. La minaccia di un potenziale attacco viene però prontamente smorzata dalla dolcezza di quel canto. Due immagini così difformi non possono avere qualcosa in comune, specie adesso che alcune parole si rendono nitide. “Stille Nacht” è la controffensiva tedesca alle note di “Silent night” biascicate dagli inglesi qualche minuto prima. Quelle fiammelle, iniziale fonte di terrore, sono in realtà decorazioni per la notte di Natale. Le melodie si uniscono trascendendo la lingua, Bairnsfather e l’intero plotone si specchiano nel nemico. Anche questa notte, in circostanze del tutto diverse, la somiglianza resta e profuma di umanità.

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I fatti di St-Yvon non sono un caso isolato. Lungo tutto il fronte occidentale delle Fiandre, da Ypres ai villaggi di La Chapelle-d’Armentières e St-Yves, la prima guerra mondiale si ferma per una notte, in quella che passerà alla storia come “La Tregua di Natale”.

Canti, scambi di regali improvvisati, abbracci, queste le costanti dello straordinario “cessate il fuoco” su larga scala, stando a quanto riporteranno i testimoni diretti nelle lettere indirizzate ai propri familiari. Un’iniziativa partita dal basso, secondo le ricostruzioni storiografiche, che non verrà accolta di buon grado dagli alti ufficiali al comando. L’ordine di ritornare alle armi romperà quella surreale atmosfera di fratellanza appena poche ore dopo che la notizia prenderà a diffondersi. I giornali dell’epoca non riporteranno nulla, ma si limiteranno a ribadire con fermezza il divieto di intrattenere contatti con il nemico. Soltanto il New York Times ne parlerà apertamente, mentre in Francia, Germania e Inghilterra trapeleranno alcuni resoconti, spesso occultati da un regime di comune censura.

I gesti di solidarietà tra le truppe nemiche durante la Tregua di Natale sono nulla a confronto di quanto succederà a Ploegsteert, una piccola contrada nei pressi di Ypres, la mattina del 25 dicembre 1914.

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Ernie Williams è un valevole fuciliere del reggimento Essex d’istanza presso il fronte occidentale. I tenui riflessi del sole appena sorto gli pizzicano il volto, costringendolo a strabuzzare le palpebre, dolce brulicare di vita dopo una notte gelata. Apre gli occhi. L’aria è così pungente che i peli del naso si contorcono respiro dopo respiro producendo un prurito atroce. Scuote la testa, pian piano il sangue riprende a circolare. Guarda in basso, non trova il suo fucile. Gli occhi ruotano vorticosamente alla ricerca. Si ferma. E’ lì, ad un palmo dal suo mento. Una patina di ghiaccio congiunge le dita all’arma rendendo la presa più salda, per certi versi però ancor meno umana. Mannaggia Ernie, non riconosci nemmeno le tue mani, pensa. Ci sono stati risvegli peggiori a Ploegsteert, d’altronde anche lì è Natale.

Una sequenza di immagini sconnesse irrompono il flusso di pensieri. Alberi colmi di candele, sorrisi, melodie, lunghe chiacchierate di cui non ricorda il punto ma soltanto il genuino calore. La mente torna indietro ai giorni in cui la guerra non gli aveva ancora sconvolto l’esistenza. Quelle immagini non appartengono ad un passato lontano. E’ quello che è successo la sera prima. Neanche il tempo di rinsaldare il ricordo che alcuni rumori piovono fuori dalla trincea. Ernie si alza e fatica a credere ai suoi occhi. Lungo la terra di nessuno – lo spazio tra le linee di fuoco alleate e quelle nemiche – decine di soldati si scambiano saluti, si porgono la mano, quasi immemori dei colpi di cannone sferrati appena qualche giorno prima. Ernie esce fuori dalla trincea, scavalca il parapetto e si mescola a quell’accozzaglia di corpi. «Good moring, Fritz» uno dei suoi tuona. «Guten tag» risponde un tedesco. «Se voi non sparate, oggi, non spariamo neppure noi». Affare fatto. La terra di nessuno, deposito di scorie militari, dal sangue alla polvere da sparo, diventa il proscenio di un amore fraterno. Inglesi e tedeschi iniziano a scambiarsi sigarette, bottoni delle uniformi e del whisky stantio. Formano dei nuvoli indistinguibili adunandosi attorno alle fotografie di qualche bella ragazza lasciata sola nelle campagne bavaresi. Un po’ più in là Ernie scorge addirittura uno dei suoi migliori mitraglieri intento a tagliare i capelli ad un giovane ariano, pazientemente prostrato al suolo mentre la macchinetta scivola con fermezza lungo il suo collo.

Una ventata di calore umano avvolge quella landa ghiacciata a pochi chilometri da Ypres, la città che nel giro di pochi mesi diventerà famosa per l’iprite, un gas tossico utilizzato per la prima volta dai tedeschi proprio nel settore belga. Eppure la brutalità della guerra sembra così distante. L’unica contesa nasce quando da una delle trincee più avanzate sbuca fuori un pallone in cuoio. Qualche timido calcio, un passaggio tira l’altro e in un attimo è partita vera. Le squadre sono fatte, non c’è neanche bisogno di tirare a sorte: inglesi contro tedeschi, sotto un cielo limpido, almeno per una volta libero dai fumi dei cannoni. Anche Ernie si getta in quella mischia primordiale, perde l’austerità e si ritrova bambino. Quella corsa affannata dietro al pallone è un po’ come farsi la guerra senza grandi strategie. Un modo tutto infantile di confrontarsi. Pochi pensieri e grandi sorrisi.

Lo sciame di soldati continua a solcare il terreno per diversi minuti, dilatandosi e ricompattandosi freneticamente al transitare della sfera. All’improvviso un ventenne del reggimento tedesco ha l’occasione di mettersi in mostra, a tu per tu con il portiere avversario. Prende un ampio respiro, impatta con decisione. Evidentemente troppa, perché la palla schizzando lontano, rimpalla sulle balaustre ai margini del campo e si adagia su un rotolo di filo spinato. Un crudo ritorno alla realtà, un’istantanea che rompe la magia.

Un germe fastidioso si insinua di colpo nella testa dei presenti. Il disagio di una situazione tanto affabile quanto surreale, uccide il bambino che è in ognuno di loro. Ernie ritorna adulto, riacquista d’un fiato tutta la sua autorevolezza. I soldati si congedano timidamente, avviandosi a capo chino verso i propri avamposti. Il campo della partita di Natale del 1914 a Ploegsteert torna ad essere la terra di nessuno.

Ernie prende posto tra le fila del suo reggimento. Riparte il flusso di pensieri. Mentre fruga tra le tasche in cerca di una sigaretta, i polpastrelli sfiorano qualcosa di inatteso. Lo estrae. E’ un bottone di un’uniforme tedesca. Ernie chiude gli occhi e il volto corrugato sfuma in un sorriso.

«Era tutto così tranquillo che sembrava un sogno (…) non dimenticherò quello strano e unico giorno di Natale per niente al mondo». (Bruce Bairnsfather).

Gaetano Cucchiara

Aspirante giornalista sportivo, gioca a pallacanestro con soddisfacente insuccesso. Nichilista e assiduo divoratore di libri. Ama il mare d'inverno.