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L’economia sostiene che la grande impresa fordista sia nata nei primi anni del Novecento, in seguito a processi di crescita dimensionale – diversi da paese a paese – con un’unica grande conseguenza intrinseca nello sviluppo di determinati territori. Wolfsburg in Germania, Detroit negli States, Torino in Italia, tutte e tre «company towns» e tutt’e tre accomunate dallo stesso destino legato parallelamente all’ingegneria automobilistica. In quanto fondamentale unità di organizzazione e di esercizio delle attività economiche, ma pure istituzione fortemente peculiare nel suo legame con la società, le imprese fordiste – pure note come «giant corporations», per rincarar la dose su quanto abbiano segnato le rispettive zone d’influenza – hanno dato il via a processi di enorme importanza. Sono cresciute, hanno imbrigliato i tratti monarchici con relazioni diplomatiche più o meno marcate, addomesticando la politica, asservendola alla loro esclusiva crescita. Così, sebbene lo sviluppo della grande impresa fordista sia dato per scomparso a partire dagli anni Settanta del secolo scorso, la loro evoluzione non s’è arrestata affatto ma anzi ha portato alla comparsa di nuove forme di divisione del lavoro e dalla ridefinizione di rapporti tra l’impresa e gli assetti socio-istituzionali.

La Fiat e la Juventus

Emblema di un successo italiano, esempio di imprenditorialità di successo, la Fiat non ha mai nascosto il suo legame con la Juventus. Così il 24 luglio 1923 Edoardo Agnelli salì alla presidenza del club bianconero detenendo ben saldo il controllo sulla Fabbrica Italiana Automobili Torino fondata da suo padre. Fu un connubio di affermazioni sportive e mistica indelebile: s’affermò il mito della Vecchia Signora campione, il connubio più longevo tra il pallone e una famiglia industriale nel panorama calcistico mondiale. Unica squadra di club a livello planetario ad aver vinto tutte le competizioni ufficiali a livello confederale, nominata dall’IFFHS come miglior club italiano del XX secolo (nonché secondo in Europa), la Juventus intesa in senso odierno fece la sua comparsa però negli anni Settanta.

Anni di tumulto, di lotte, in un’Italia stretta nella morsa dei rincari della benzina, del caro bollette, ma parzialmente sollevata dalle radio libere di cui gli studenti universitari in fervore si fecero portavoce. Erano gli anni 1976 e 1977, tra utopici desideri d’immaginazione e un Partito Comunista che non riuscì a strappare il potere alla DCI. In questo traballante contesto, la Juventus si presentava come una certezza il 37enne Trapattoni era una squadra operaia, totalmente italiana (come non sarà mai più), capace di alzare in faccia ai rivali lo scudetto e la Coppa Uefa. La rosa copriva pressoché integralmente il territorio italiano, dal Friuli di Zoff alla Sicilia di Furino, per un fenomeno che Franco Causio non mancò di sottolineare: «L’Avvocato Gianni Agnelli applicò la geopolitica al calcio. Con me leccese, Furino palermitano, Cuccureddu sardo e Anastasi catanese, più la faccia da “Gheddafi” di Claudio Gentile, costruì una Juventus meridionale per fidelizzare gli operai della Fiat, gli emigranti saliti a Torino con la valigia di cartone. Quello era il nostro popolo, la spinta in più che ci rese invincibili».

Fu durante il Fascismo che la Fiat seppe convertirsi da fabbrica locale ad azienda di fama mondiale, tra le convinzioni politicamente monarchiche di Agnelli e un accurato calcolo di analisi e prospettive: non potendo contare sulla vendita agli italiani dei suoi automezzi, dato che non v’era reddito sufficiente per poterseli permettere, dedicò la produzione al compartimento bellico, con un occhio privilegiato sull’estero. Nel 1923 l’Avvocato acquistò la Juventus, riempendola di lustro e titoli, oggi lasciata in eredità ad Andrea. E tre anni dopo, quando si regalò il 100% de La Stampa, lo fece proprio attraverso la Fiat. Negli anni entrò poi ne Il Corriere della Sera e in Rizzoli, ma sempre in un percorso parallelo rispetto alla Juventus della quale «io considero di essere stato un supporter che ha avuto la possibilità d’aiutarla».

La Mistica della Juventus

Per decenni proprio la Fiat è stata l’azionista diretto alla Juventus, mentre successivamente il controllo sulla Vecchia Signora sarebbe passato ad alcune finanziarie (Ifi-Ifil, incorporate da Exor nel 2009). Oggi Exor detiene il 60% di quote della Juventus, mentre la Fiat possiede comunque il 30% che i passaggi di proprietà non hanno mai scalfito. L’era Moggi e la condanna per Calciopoli nel 2006 hanno solo parzialmente ammaccato il nome della Juventus, visto l’insediamento nel maggio 2010 di un amatissimo Andrea Agnelli – non solo per il cognome, ça va sans dire – e qualche periodo di crisi economica (i 95,4 milioni di passivo iscritti a bilancio nella stagione 2010/11 restano i peggiori nella storia dei bianconeri).

Di pari passo a una governance concertata, c’è da sottolineare la continua battaglia per il riconoscimento del titolo 2005/06 (quello poi assegnato all’Inter). Una battaglia che travalica il campo ma che va a inseguire l’obiettivo di una totale assenza di sconfitta. Un target che in casa Juventus è simile a un mantra, mentre in casa Fiat è stata perseguita una ricapitalizzazione adeguata (dei 7,6 miliardi ricevuti dallo Stato ne sono stato investiti 6,2 dal 1977 a oggi), senza contare gli ammortizzatori sociali e gli interventi – su tutti quello riguardante l’impianto di Melfi – susseguitisi negli anni. D’altro canto è forte il parallelismo tra un’imprenditorialità d’eccellenza e un team capace di vantare gli ultimi sette scudetti consecutivi con buona pace della concorrenza. Allo strapotere sul campo fa eco lo Juventus Stadium, un gioiello di proprietà che ha preso il posto del Delle Alpi in tempo per diventare uno dei soli cinque stadi privati in Italia. Il bilancio – che ancora soffriva per la retrocessione in Serie B – è stato sistemato egregiamente e oggi i ricavi hanno superato quota 300 milioni.

Juventus
Fonte: www.juventus.com

Fiat, Juventus, gli operai

L’incarnazione operaista del calcio degli anni ’60 e ’70 è figlia della Juventus e della sua mistica devota al modello imprenditoriale varato dalla Fiat. Un modello pionieristico, che tenesse conto del forte desiderio d’emancipazione dell’Italia meridionale ma che allo stesso tempo fornisse ai migranti interni la possibilità di trasferirsi e lavorare in una fabbrica d’eccellenza. Le scorie del secondo dopoguerra s’erano fatte sentire in una forte immigrazione interna che fece lievitare la popolazione di Torino (dal 1951 al 1967 si passò dai 719.300 ai 1.124.714 abitanti). Le cronache dell’epoca parlavano inequivocabilmente: «durante una sfida tra i bianconeri e il Palermo c’erano molti entusiasti tifosi immigrati siciliani i cui figli, ormai, come ogni operaio della Fiat che si rispetti, tifavano per la squadra di casa». Effetto Fiat, grazie alla costruzione di scuole e la promozione di vacanze per i figli degli operai.

Tra le legittimazioni della supremacy e i riferimenti alla mistica operaia, si segnalano un paio di contributi. Secondo il critico d’arte Luigi Beatrice «fin dalla sua fondazione, la Juventus è stata depositaria di un’estetica assai particolare, in campo e fuori, capace di sintetizzare la componente aristocratica e quella elitaria, la nobiltà con il popolare, il portamento signorile al sudore proletario». Lo storico Giovanni De Luna riscontrava nel marchio bianconero «uno strumento di ribellione contro i capoluoghi locali». E già Gianni Brera – sotto questo aspetto – aveva espresso la sua opinione: «È la Juve che gioca bene, vince, non è né lombarda, ne emiliana, né veneta, né toscana: appartiene a una regione che ha innervato l’esercito e la burocrazia nazionali. Di quella regione il capoluogo è stato anche capitale d’Italia». Mito di ricchezza, successo e modernità, quasi copia di New York, Torino rappresentava lo specchio del nostro paese, uno spaccato che parlasse di calcio e di imprenditorialità.

Questo articolo è dedicato a una persona che mi voleva bene, che mi ha fatto muovere i primi passi nella vita e che tristemente ci ha lasciato qualche giorno fa. Lui era un tifoso della Juventus, a volte scambiava Zoff con Buffon, mi piace pensare di aver appreso la passione per il calcio da lui. Questo pezzo è interamente per lui.

Genovese e genoano (pure non in quest'ordine), classe 1997, apprezza particolarmente il calcio minore. Prossimamente in libreria!

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