Correva l’anno 1999 – Juventus-Olympiakos: la prima volta allo stadio, la partita è l’ultimo dei tuoi pensieri

Forse quella malsana abitudine tra i compagni di liceo di gettare via dalla finestra qualsiasi articolo di cartoleria. Magari il fatto che non sono mai stato un accumulatore seriale di ricordi.

Fatto sta che quando il direttore mi ha chiesto di raccontare la mia prima volta allo stadio, la mia mente è piombata ad un’amichevole tra Italia e Repubblica Ceca del 17 febbraio del 2004. Mentre mi arrovellavo per cercare di ricostruire odori e sapori che si legano minuziosamente ad una prima volta, il mio cervello però mi ha suggerito di scavare a ritroso: come in un’intuizione estatica alla Detective Conan, la mia materia grigia è stata invasa dalla forma rettangolare di un diario di scuola. Mi inoltro tra i fondali della memoria: ecco un ticket strappato con poca cura dalle mani unticce di uno steward, ma ancora abbastanza integro da sfoggiare il logo argenteo della Coppa UEFA. Il diario non c’è più, finito in un sacco nero dopo una di quelle massicce operazioni di pulizia imposte da mia madre. Però il riflesso tenue che faceva capolino sfogliandone le pagine lo ricordo ancora: il biglietto era di uno Juventus-Olympiakos Pireo, sedicesimi di Coppa Uefa, giocato a Palermo non so per volere di chi o che cosa, attaccato con cura maniacale alla pagina 7 dicembre 1999.

Difficile innamorarsi della squadra della tua città se questa galleggia nel limbo delle serie inferiori. Ancor più difficile se in famiglia chi dovrebbe educarti alla sacra malattia del pallone, l’unico legame che ha con lo sport è il ronzio della Formula Uno alla domenica pomeriggio come viatico per un sonnellino. Maestro di riferimento nell’elaborazione di una cultura calcistica fu mio cugino quattordicenne, io che all’epoca avevo appena sei anni: una maglietta con la dieci di Del Piero incorniciata tra un poster delle Spice Girls e una mansarda piena di giochi della Playstation, fu il mio primo contatto col calcio. Gli album Panini e la stravaganza di Mughini (ora vi prego, pensate a Mughini visto da un bambino di 6 anni) fecero il resto.

Pochi mesi più tardi appresi da alcuni dei miei compagni di forbici e colla vinilica che la mia nuova squadra del cuore avrebbe giocato a Palermo la gara di ritorno dei sedicesimi di Coppa UEFA contro un’esotica squadra greca. Sembrava un segno mandato dal cielo. L’insolita location dell’incontro era stata decisa dalla società bianconera. Non ricordo se per una qualche inagibilità del Delle Alpi di Torino o per una strategia di marketing dato che Palermo, prima dell’avvento dei rosanero in serie A, era uno dei porti più battuti dalle vele bianconere. A Mondello, durante la canicola estiva, ci si fingeva opinionisti del pallone: gli juventini stracciavano per numero i sostenitori delle altre strisciate mente soltanto pochi temerari raccontavano con fare tronfio le gesta di La Grotteria e Bombardini all’ombra della Favorita. Io seguivo il gregge. Quella partita rappresentava l’occasione di trasformare una suggestione in qualcosa di più concreto.

Mio padre, che fino ad allora aveva annusato il calcio soltanto in occasione dei i facili entusiasmi di Spagna ’82 e Italia ’90, assolse i suoi obblighi genitoriali acquistando i biglietti per lo stadio. Gradinata inferiore, ad un palmo dalla Curva Nord. Non ricordo se ci fosse qualcun altro a tenerci compagnia, ma è molto plausibile che l’organizzazione prevedesse una sorta di uscita combinata con altre coppie di padri e figli. Un rito di passaggio in pieno stile americano. Non ricordo perché appena varcai la soglia d’ingresso allo stadio tutto il resto scivolò in un alone grigio.

Sarà anche un cliché che la prima volta allo stadio la si passi a contemplare estasiati ogni cosa all’infuori della partita, ma fu quello che accadde anche a me: una vasta gamma di umanità che si affaccendava in piccoli gesti, ciascuno diverso dall’altro eppure così meccanicamente coerenti nel loro insieme, assorbì vista e attenzione. I venditori di ghiaccioli furono per circa due ore la mia attrazione preferita. Mentre scagliavano i loro prodotti a metri di distanza con una precisione degna di Legolas, le monetine seguivano la direzione opposta, scivolando di mano in mano verso il basso, come in una catena di montaggio in cui il tempismo spacca il millesimo. Mi sorpresi dell’esistenza di un microcosmo che non conoscevo, che viaggiava spedito e incurante dello spettacolo sul campo: un turbinio di gesti, mugugni, imprecazioni che si perpetrano domenica dopo domenica, in balia della pioggia o del sole, vittime del tempo, subdolo, che scrosta la vernice dai seggiolini.

Il mio unico appiglio alla juventinità era un cappello di lana nero, logo in fronte ed un etichetta troppo lunga per restare comodamente all’interno. Un affare del genere l’avrei tolto non appena girato l’angolo di casa (vi assicuro che il dicembre palermitano è la cosa più simile ad una mite primavera del Nord Italia), ma non lo feci perché al surriscaldamento delle tempie preferii la fede. Mentre un rivolo di sudore si staccava dalle basette bagnando le guance, mi sentivo sempre più lontano dal luogo in cui mi trovavo. Più mi sforzavo di focalizzarmi sul gioco più sempre nuovi dettagli rapivano la mia fantasia. Ora il manto, verde e luccicante come fosse primavera, ora i raccattapalle che si divertivano a palleggiare a due passi dal campo. Un signore sopra di me appellava l’arbitro con aggettivi di cui solo qualche anno più tardi avrei appreso il significato. Il cappello, calato giù fino in prossimità dei lobi, ovattava le offese rendendo il suono indistinguibile.

Bastò poco per vivere quel brivido: poco meno di un minuto e la rete si gonfiò su un tocco goffo di Kovacevic. L’entusiasmo fu una magra illusione. Dopo quel minuto di fuoco, ornato da un boato che non avevo mai appreso in sette anni di vita, calò la noia. La Juventus si ritirò in uno sterile giropalla, forte del 1-3 maturato all’andata in terra ellenica, finendo per subire le flebili avanzate dell’Olympiakos. Pareggio di Djordjevic al 38’ e vantaggio, ad un palmo dal fischio finale, sempre di Djordjevic su rigore che servì a certificare la voglia più che una concreta chance di qualificazione.

Oltre all’ologramma del biglietto ricordo che quella partita cementò la voglia di iniziare a giocare a calcio. Le mie tonsille, perennemente infiammate, non mi permisero di coltivare il mio sogno. Iniziai a praticare il basket, in una palestra chiusa, al riparo dalla pioggia che poteva complicare le mie condizioni di salute. La odiavo quella fottuta palla arancione. Di nascosto, mentre l’allenatore era distratto, mettevo lo Spalding a terra e provavo a palleggiare come facevano quei ragazzini allo stadio. Una volta finito l’allenamento mi infilavo alla meno peggio il cappello di lana della Juventus. Tornavo a casa e aprivo l’album delle figurine. Il 7 dicembre 1999 fu anche l’ultima volta che vidi giocare dal vivo la Juve.

Gaetano Cucchiara

Aspirante giornalista sportivo, gioca a pallacanestro con soddisfacente insuccesso. Nichilista e assiduo divoratore di libri. Ama il mare d'inverno.