Jupp Heynckes. Atto secondo

 

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Come è strano il calcio. Sul finire di settembre sembrava proprio che le gerarchie europee fossero in procinto di subire una rivoluzione tanto attesa quanto, comunque, clamorosa. Il 3-0 con il quale il PSG di Emery aveva liquidato il Bayern Monaco di Carlo Ancelotti nel match valido per la fase a gironi della Champions League 2017-2018 sembrava infatti il preludio al definitivo salto di qualità dei parigini. Un passivo talmente netto, nel risultato ma anche nel gioco, rifilato ad una big del calcio mondiale sembrava il giusto viatico per poter spazzare definitivamente via l’umiliazione del Camp Nou di qualche mese prima ed ambire finalmente a sogni di gloria.

Quella notte il club di Al-Khelaïfi sembrava finalmente aver preso il volo; mentre il Bayern, reduce da tre annate deludenti in campo internazionale, si affrettava a dare il benservito a Carlo Ancelotti richiamando alla base Jupp Heynckes, già sulla panchina dei bavaresi in altre due occasioni. Scelta azzardata all’epoca. Mossa lungimirante col senno di poi.

Perché Jupp Heynckes, per gli amici bavaresi Osram, è un vincente. Non un rivoluzionario. Anzi, un normalizzatore piuttosto. Ma soprattutto, è un vincente. Un amante delle cose semplici. Che poi, a conti fatti, spesso e volentieri si rivelano essere la strada migliore per il successo.

Così, a sette mesi di distanza da quella notte al Parco dei Principi, lo scenario è completamente cambiato. O meglio, tutto è rimasto esattamente immutato. Nel senso che il PSG, fresco Campione di Francia, si ritrova nuovamente a leccarsi le ferite dopo l’ennesima estromissione dalla Champions League. Mentre il Bayern Monaco, campione di Germania per la sesta volta di fila, 28ima in totale, con cinque giornate di anticipo rispetto al termine della Bundesliga, si appresta ora a sfidare il Real Madrid per inseguire il secondo triplete della sua storia. Chi fu l’artefice del primo? Jupp Heynckes ovviamente.

Proprio al termine della stagione 2012-2013, quella in cui i bavaresi portarono a casa Bundesliga, coppa di Germania e Champions League, Jupp Heynckes aveva deciso di ritirarsi a vita privata passando il timone a Pep Guardiola. Sia inteso: non si trattava di una scelta obbligata. Semplicemente, Osram dopo anni di trionfi in giro per il mondo aveva deciso che alla soglia dei 70 anni era giunto il momento di dedicarsi alla famiglia.

Ma siccome per Jupp Heynckes, l’uomo venuto da Monchengladbach, il Bayern Monaco è come una famiglia, ecco che nel momento del bisogno dei bavaresi non ha avuto esitazioni. Ha accettato senza battere ciglio di tornare a casa ed aiutare il club a normalizzare quanto più possibile un delicato processo di transizione generazionale.

E ha impostato il lavoro a modo suo, tenendosi lontano dai riflettori e lavorando con il solito pragmatismo. L’Europa non se n’è accorta. I più lo hanno snobbato. Un po’ perché il binomio Bundesliga-Bayern sembra inscindibile e non fa dunque notizia; un po’ perché le disgrazie altrui, leggasi City e PSG, fanno sempre più scalpore. Un po’ perché il sorteggio con il Siviglia sembrava benevolo sin dall’inizio. Un po’ perché, infine, Jupp Heynckes è un uomo abituato a prendersi le sue rivincite con eleganza ed un bel sorriso stampato in volto.

E’ sempre stato così, anche quando Jupp Heynckes era ancora un calciatore. Una carriera sontuosa la sua con 243 reti all’attivo che ne fanno ancora oggi il terzo miglior marcatore di tutti i tempi nella storia della Bundesliga. Un curriculum di tutto rispetto. Non sufficiente però a fargli vivere i fasti della nazionale tedesca negli anni ’70 da protagonista.

Quelli dello Heynckes calciatore erano infatti anche gli anni del grande Bayern Monaco di Gerd Muller. Il titolare in Nazionale era lui; al centravanti del Borussia Monchengladbach restavano le briciole. I due trofei portati a casa dai tedeschi in quegli anni, l’Europeo del ‘72 ed il Mondiale casalingo del ’74, videro Jupp Heynckes tra gli arruolati ma non tra i grandi protagonisti.

Per certi versi un qualcosa di analogo a quanto, qualche anno più tardi, si sarebbe verificato in Italia dove Roberto Pruzzo, uno dei bomber iconici del Bel Paese dei primi anni ’80, non era particolarmente apprezza da Enzo Bearzot che, in Spagna, gli preferì un Paolo Rossi reduce da due anni di inattività. Per carità, scelta assolutamente azzeccata considerato come finì quel Mondiale.

La panchina contro l’Olanda di Cruyff nella finale di Germania ’74 è stata forse la delusione più grande di Jupp Heynckes calciatore. Una delusione che, a detta sua, è stata il principale stimolo per scrivere il futuro. Un futuro ancora legato ad una panchina. Ma questa volta in veste di allenatore.

Il curriculum di Jupp Heynckes allenatore racconta di oltre 30 anni spesi in giro per l’Europa. Dalla Baviera al Portogallo, con una significativa esperienza in Spagna tra Tenerife, Madrid e Bilbao, raccogliendo successi e dimostrando un feeling particolarissimo con la Champions League.

 

 

Jupp Heynckes, da allenatore, vi ha preso parte soltanto in quattro occasioni: una volta con il Real Madrid e tre con il Bayern Monaco di cui una è l’edizione in corso. I risultati? Tre finali raggiunte, nel 1998 con il Real e nel 2012 e 2013 con il Bayern, e due vittorie (1998 e 2013). Statistica impressionante ed un piccolo record personale: Heynckes è infatti ad oggi il secondo allenatore più longevo ad aver vinto una coppa europea. Avendolo fatto a 68 anni segue in graduatoria Raymond Goethals vincitore della Coppa dei Campioni nel 1993 con l’Olimpique Marsiglia. Ma Osram, oggi 73enne, ha ora una possibilità in più: prendersi anche questo record sollevando la Champions a fine stagione. Che poi vorrebbe dire eguagliare un altro record sicuramente più prestigioso; entrare cioè nel cerchio magico di Carlo Ancelotti e Bob Paisley, gli unici due che ad oggi sono riusciti a vincere tre volte la Champions League

Un traguardo che dopo il 3-0 di Parigi sembrava lontano anni luce e che invece ora appare, se non a portata di mano, comunque più raggiungibile. Dopo l’esonero di Ancelotti il percorso europeo dei bavaresi è stato netto: sette vittorie e un pareggio (lo 0-0 contro il Siviglia nel ritorno dei quarti). Mancano 180’ minuti, quelli contro il Real Madrid, per raggiungere Kiev e poi giocarsi il tutto per tutto.

Per realizzare il sogno intanto Heynckes ha pensato bene di congelare la Bundesliga. Il Bauern, come dicevamo, ha archiviato la pratica con cinque giornate di anticipo e mettendo tra se e gli avversari un discreto scarto grazie ad un percorso pazzesco fatto di 19 vittorie, 1 pareggio e 2 sole sconfitte; contro Borussia Monchengladbach (chissà, forse questioni di cuore) e Lipsia.

Per non farsi mancare niente, i bavaresi hanno centrato anche la finale di Coppa di Germania. A proposito, se dovessero allinearsi gli astri per il Bayern Monaco si tratterebbe del secondo triplete della storia. Un due su due con Jupp Heynckes timoniere. Inutile dirvi che per il tecnico si tratterebbe di un record mondiale: perché nessun allenatore ad oggi ha mai vinto Champions-Campionato-Coppa Nazionale più di una volta in carriera.

Heynckes meriterebbe questo traguardo. Per il lavoro fatto in carriera e per quanto fatto in particolare quest’anno sulla panchina dell’Allianza Arena. Nessun atteggiamento da sergente di ferro; niente spavalderia. Solo tanto lavoro e basta per rilanciare le sorti del club.

Il mantra del Bayern 2017-2018 sotto la gestione Heynckes è la duttilità tattica. Un sistema di gioco che passa con disinvoltura dal 4-2-3-1 al 4-3-3 grazie, soprattutto, a Muller. Ma la crescita passa anche per Kimmich, Süle, James Rodriguez, altro elemento diventato nel corso dell’anno faro della squadra, e Javi Martinez, che proprio Heynckes, ormai 6 anni fa, aveva portato in Baviera.

La crescita passa anche per la rivitalizzazione degli esterni Robben e Ribery, due che sembravano ad un passo dal viale del tramonto. L’unica nota stonata è sicuramente l’infortunio di Neuer, sostituito però degnamente da Sven Ulreich.

In sette mesi Jupp Heynckes ha restituito quadratura e caratura al Bayern Monaco. La dirigenza del club gliene è grata e ha provato a convincerlo a restare anche per il prossimo anno. Proposta che Osram ha gentilmente declinato ritenendo che a 73 anni sia realmente arrivato il momento di dedicarsi alla famiglia; quella vera, non quella calcistica. A fine stagione, avendo ristabilito la rotta, lascerà la nave nelle mani Niko Kovac, giovane tecnico artefice di una stagione pazzesca alla guida dell’Eintracht Franforte.

La terza vita di Jupp Heynckes sulla panchina del Bayern Monaco ha dunque i giorni contati. Per scelta. Prima però c’è un lavoro da portare a termine. Una situazione che richiama inevitabilmente alla memoria quella della primavera del 2013. E sappiamo tutti come è andata a finire.

Marco Aurelio Stefanini

La sobrietà non mi appartiene. Spinto dal Leitmotiv "Chi sa solo di calcio non sa niente di calcio".