Italia, il Mondiale è già finito: analisi di una disfatta

Parafrasando una celebre espressione radiofonica che risale ai tempi del “Novantesimo minuto” dell’era presatellitare, oggi si potrebbe iniziare con il titolo “Clamoroso a San Siro: per la prima volta dopo 60 anni l’Italia riesce a mancare la qualificazione alla fase finale dei campionati mondiali di calcio”.

Proprio così; in due partite giocate a distanza di tre giorni i nostri non sono riusciti a segnare neanche un gol alla Svezia, un avversario con giocatori di levatura tecnica molto modesta ma di stazza fisica imponente che, creando una barriera insuperabile davanti alla porta e con un unico tiro non irresistibile ma sfortunatamente deviato e reso imparabile, ci ha eliminato privandoci di quello che molti consideravano un diritto acquisito e gettando nella disperazione (sportiva) l’intera nazione.

La sfida è stata giocata male dagli azzurri che nella prima partita venerdì a Solna si sono fatti condizionare dall’atteggiamento degli avversari accettando il duello fisico senza giocare a calcio; la manovra si è sviluppata in lunghe sequenze di lentissimi passaggi in orizzontale per liberare un esterno al cross che, anche lui lento e prevedibile, era facilmente ribattuto dagli altissimi difensori avversari schierati al centro dell’area; in una sola occasione, dopo 5 minuti del primo tempo, Belotti è riuscito ad incornare mandando il pallone fuori di pochi centimetri e nel finale Darmian ha colpito un palo con un tiro da fuori area con il portiere fermo a guardare; entrambi questi episodi, se fossero andati a buon fine, avrebbero potuto cambiare l’esito finale del doppio confronto.

Nel secondo incontro di ieri a Milano qualcosina in più si è vista; lo schema principale è rimasto quello di aprire sugli esterni per il cross, con gli stessi risultati già ottenuti in Svezia; in aggiunta qualche movimento in più per favorire qualche giocata rasoterra si è tentato, almeno in alcune fasi dei due tempi, con un maggiore movimento delle punte e qualche spazio in più per Immobile, che si è reso pericoloso in due o tre occasioni, e per le incursioni di Florenzi, anche lui vicino al gol un paio di volte.

Bisogna convenire che tutti i giocatori scesi in campo, sospinti ieri da un pubblico meraviglioso, hanno dato il massimo iniziando con un inno cantato con il petto in fuori e digrignando i denti e finendo in lacrime sul prato di San Siro, ma non è bastato; dopo sessanta anni e quindici tornei, con due vittorie e due secondi posti, questa volta staremo a casa a completamento di una parabola discendente che, con l’eccezione del (troppo) breve periodo di Conte C.T., dura dal 2006.

A chi dare la responsabilità della disfatta? In primis certamente a Ventura, che ha avuto comportamenti inaspettati da un uomo di calcio della sua esperienza. Dopo una serie di partite vittoriose ma non certo esaltanti, con l’evidenza che i giocatori a sua disposizione non sono certo fenomeni di tecnica calcistica, si è messo in testa di poter giocare con il 4-2-4, uno schema  in voga negli anni sessanta ma poi abbandonato quando l’aspetto fisico della prestazione è diventato rilevante. Con questo schema che di fatto indebolisce il centrocampo e la fase difensiva a favore dell’attacco e con il quale i nostri giocatori non hanno familiarità perché le loro squadre di appartenenza non lo usano, si è presentato contro la Spagna a Madrid, nella tana dei migliori talenti del calcio europeo e mondiale, uscendone con una sconfitta senza attenuanti nel punteggio ma soprattutto nel gioco.

La sconfitta, che ci poteva comunque stare data la qualità dell’avversario, ha condizionato la squadra e l’ambiente facendo perdere certezze e togliendo sicurezza, ed il risultato si è visto negli incontri successivi giocati male senza andare oltre il pareggio (Macedonia in casa!) o la vittoria di misura. Nonostante questo Ventura ha continuato a sostenere la validità del suo schema preferito, aumentando l’incertezza salvo poi affrontare la Svezia con un più solido 3-5-2 senza però riuscire a dare un gioco efficace per sfruttare le caratteristiche degli uomini a disposizione.

A questo proposito bisogna prendere atto che Riva, Rivera, Tardelli, Paolo Rossi, Bruno Conti,  Baggio, Del Piero, Pirlo, Filippo Inzaghi, con altri gli artefici delle vittorie sopra citate, non ci sono; tra  i giocatori della rosa attuale quelli da cui ci si aspetta di più (Verratti, Insigne) vengono osannati nei loro club ma in Nazionale deludono quasi sempre, altri sono buoni professionisti che fanno la squadra ma non la differenza, altri  ancora sono giovani di buone prospettive che però nei loro club non giocano mai e quindi non crescono, altri infine sono senatori che costituiscono l’ossatura della difesa ma che, con la prova di ieri, hanno probabilmente concluso il loro percorso in azzurro.

Nonostante questo si poteva certo costruire una squadra più competitiva ma ci volevano idee chiare, capacità di motivare e fare gruppo; certamente a Ventura sono mancate come detto le idee chiare, ma forse è stato carente anche nelle altre caratteristiche che invece sicuramente Conte ha dimostrato di avere ottenendo buoni risultati con gli stessi uomini.

Questa è una disfatta, probabilmente la peggiore della nostra storia calcistica, che coinvolge l’intero movimento nazionale in un momento in cui, dopo anni di difficoltà sportive causate anche da pesanti difficoltà economiche, i nostri club accennavano a riprendersi, con la Juventus che ha raggiunto due finali di Champions in tre anni, Milan ed Inter che con il passaggio della proprietà a gruppi con maggiori disponibilità (almeno speriamo) si riaffacciano alla ribalta nazionale puntando a quella europea, il Napoli che continua a crescere e si fa apprezzare per il gioco ed i risultati, le romane che sembrano aver trovato stabilità su buoni livelli. Dal punto di vista economico la perdita sarà consistente e riguarderà, oltre la Federazione Italiana Gioco Calcio, anche l’indotto che sempre si muove intorno a queste manifestazioni.

Ormai comunque non c’è più niente da fare: questa estate non ci saranno per noi notti magiche e potremo andare al mare magari guardando con invidia gli altri che si divertono. In settembre l’attività della nazionale riprenderà sicuramente con un nuovo C.T. (il contrario è impensabile) auspicabilmente con le idee chiare, autorevole e con leadership riconosciuta, con la speranza che sappia ricostruire dalle rovine che oggi vediamo fumare e restituire all’ambiente l’entusiasmo che certo ora manca.

Purtroppo però lo scenario non cambierà facilmente nei prossimi anni se le nostre società non smetteranno di schierare formazioni con dieci giocatori stranieri e non riprenderanno ad alimentare i vivai con  giovani  calciatori italiani anziché cercare talenti  all’estero  anche per le squadre minori.

Da oggi torniamo alle cose calcistiche di casa nostra sapendo che nell’empireo del calcio mondiale un posto per noi per ora non c’è.

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