ESCLUSIVA – Igor Protti: “Al calcio non avrei potuto chiedere di più”

Charles Baudelaire diceva: “Uomo libero, amerai sempre il mare!”. E uomo libero Igor Protti lo è sempre stato. Libero ad esempio di scegliere il Livorno al Milan o la Lega Pro alla Serie A. Libero di dare l’addio al calcio e poi tornarvi da protagonista assoluto qualche mese più tardi. Libero di manifestare le sue idee, anche quelle politiche, meritandosi sempre e comunque la stima di chi la pensava diversamente per quella sua capacità, per l’intelligenza, di rispettare sempre la libertà (in senso lato) altrui. E da uomo libero Igor Protti ha sempre avuto una predilezione per i posti di mare. Lui, nato a Rimini, ha scritto le pagine più intese della sua storia calcistica lì dove si respira la salsedine nell’aria. Messina, Bari e poi Livorno. Con la città labronica il legame si è rivelato così intenso che lo Zar ha deciso di regalargli un pezzo del suo cuore e piantarvi le tende. Un amore ricambiato con il conferimento della cittadinanza onoraria (cosa avvenuta anche a Bari). E proprio da questo forte legame abbiamo voluto aprire la nostra piacevolissima chiacchierata con Igor Protti.

Cominciamo da una frase che lei ama ripetere spesso: “Rimini è la madre, Livorno è la moglie“. Ci spiega meglio cosa vuol dire per lei: “In realtà sono molto legato a ogni squadra in cui ho militato. A volte è come chiedere a una persona se vuole più bene al babbo o alla mamma, alla moglie o ai figli. Rimini è la città in cui sono nato e quindi è come se fosse una madre, si può stare lontani anche per tantissimo tempo ma resta la mia città, Livorno è un amore sbocciato quando sono arrivato molto giovane e ho vestito la maglia amaranto; mi sono innamorato della gente ed è nato un rapporto di grande passione come può essere quello che si può avere con la propria moglie“.

E Bari può essere invece una tenera amante in questo caso: “Ho passato quattro anni meravigliosi, è stato un amore intenso. Non proprio un amante ma è un modo per far capire che si può provare tanti affetti nei confronti delle maglie che possono avere la stessa intensità ma che possono avere un pubblico diverso l’uno dall’altro“.

A proposito di Livorno, la regular season è giunta all’atto finale, poi sarà tempo di playoff. Come valuta da club manager la stagione amaranto sin qui e quali sono le reali chance promozione: “Noi stiamo facendo un’ottima stagione considerando da dove siamo partiti. Questa squadra in tre anni ha subito due retrocessioni dalla Serie A alla B e poi dalla B alla Lega Pro e quindi ci siamo ritrovati a dover ricostruire dalle macerie. Sono rientrato quest’anno e abbiamo cercato di ricostruire partendo dalla mentalità e ci siamo riusciti. Abbiamo avuto poi degli infortuni importanti e non siamo stati fortunati però ci siamo rimboccati le maniche per giocarci tutte le nostre carte in dei playoff che sono un grandissimo punto interrogativo perché per la prima volta sono allargati a 28 squadre. Se pensiamo che da queste 28 ne uscirà una, chi ci riuscirà farà un’impresa e noi abbiamo il dovere di provarci fino alla fine“. 

Restando sempre in tema Livorno, i picchi della sua carriera sono legati agli anni al Bari ed a quelli con la maglia dei labronici. Che ricordi ha di quegli anni: “I quattro anni di Bari sono stati fantastici con momenti entusiasmanti e momenti anche difficili, purtroppo l’ultimo anno siamo retrocessi, però mi piace ricordare l’ultima partita contro la Juventus con tutto il San Nicola che ci applaudiva perché sapeva che avevamo lottato con tutte le nostre forze per poterci salvare. Livorno l’ho vissuta in due fasi di cui la prima quando avevo 18 anni. Era un Livorno che lottava per la sopravvivenza sia economica che sul campo ma malgrado quello festeggiammo una Coppa Italia di Serie C e fu bello vedere una città che esultava come se avesse vinto una coppa europea. Sono andato via nel 1988 però promisi che un giorno sarei tornato a vestire quella maglia e l’ho fatto nel ’99. In sei anni nella seconda esperienza ottenemmo la serie B che mancava da 30 anni e poi la Serie A che mancava da 50 e penso che più di quello non potessi chiedere“.

Ci racconta come è nata l’esultanza del trenino: “È stata la prima esultanza di gruppo, anche simpatica e nacque in maniera totalmente casuale. Nel 1994-95 arrivò a Bari l’attaccante colombiano Miguel Angel Guerrero e in ritiro ci raccontava in spagnolo di questa sua esultanza a quattro zampe alla bandierina. Durante una partita (a Padova se non sbaglio) un nostro compagno segnò e andò a esultare in quel modo e gli altri si accodarono uno dietro l’altro. Guerrero ci disse poi che nell’esultanza originaria ci si doveva mettere sparpagliati e noi non avendo interpretato bene la spiegazione facemmo casualmente questo trenino e poi abbiamo continuato a esultare così perché era diventata una cosa simpatica che si vedeva anche sui campi di calcetto e la gente si divertiva a replicarla“.

 Sempre a proposito di Livorno, la sua scelta di tornare a vestire l’amaranto dopo gli esordi è stata una scelta per certi versi spiazzante. Come poi dimostrato, aveva ancora molto da dire. Ci spiega le motivazioni alla base della scelta e quindi perché ha deciso di rinunciare così presto alla Serie A: “Ai miei amici di Livorno durante la mia carriera avevo promesso che sarei tornato a vestire la maglia amaranto e avrei dato una mano. Il mio obiettivo principale era quello di riportare gli amaranto in Serie B. Mi ricordo che quando nel 1985 arrivai a Livorno da ragazzino sentivo i tifosi dire “sono 15 anni che non andiamo in Serie B” e ho fatto mia questa esigenza, vivendo come una missione il voler restituire qualcosa a questa gente che mi aveva accolto con tanto affetto, anche perché caratterialmente sono portato a cercare di sposare le cause difficili perché mi stimolano“.

Le sue idee politiche sono note. Cosa pensa della commistione tra calcio e politica: “La politica un po’ di anni fa aveva un senso di un certo tipo. Oggi è tutto molto confuso e annacquato. Oggi sono molto perplesso, ma la politica fa parte della nostra vita ed è quella che cerca di mandare avanti il nostro paese bene o male (purtroppo più male che bene negli ultimi tempi). Per quanto riguarda il legame con il calcio è chiaro che riuscire a tenere lo sport fuori dalla politica sarebbe una cosa importante e bella, altrettanto vero è che la politica usa lo sport per farsi propaganda e quindi è molto difficile tenere separate le due cose“. 

A Livorno la chiamavano il Re degli Ultras anche per via delle sue simpatie politiche. Tuttavia questo non le ha impedito di essere apprezzato anche in altre piazze come Messina e Roma. Proprio in occasione di una trasferta a Messina l’accoglienza calorosa dei tifosi di casa (schierati a destra) da lei ricambiata le creò però qualche problema con la tifoseria livornese: “Si ma non per un discorso politico. Io ho sentito mia ogni maglia delle squadre in cui ho giocato (anche se l’ho indossata una volta sola) perché quella maglia ha una storia sportiva e calcistica. Non ho mai pensato di giocare a calcio facendo politica, anche se poi ovviamente essendo un cittadino devo avere le mie idee nel momento in cui vado a votare. Quella situazione non fu assolutamente legata a un discorso politico ma fu una reazione di gelosia da parte dei ragazzi di Livorno che mi volevano molto bene. È stato un po’ come una moglie che si è sentita tradita per il fatto che io ho salutato e sono stato accolto molto bene dalla gente che mi aveva apprezzato negli anni precedenti. L’episodio però è stato chiarito immediatamente perché io sono legato a tutte le maglie che ho indossato e ho grande rispetto per tutti i tifosi che venivano a vedermi e che soffrivano e gioivano con me. Abbiamo condiviso con tutte le tifoserie le emozioni e ho sempre portato rispetto alle maglie e ai tifosi che mi venivano a vedere“.

A proposito di Messina, sente mai Cristiano Lucarelli? Che rapporti avete e cosa c’è di vero intorno alle voci di un suo possibile ritorno a Livorno: “Con Cristiano c’è stato un rapporto particolare sia dal punto di vista umano che dal punto di vista sportivo. In campo ci completavamo e condividevamo questa passione- amore per la maglia del Livorno e questo ci permise di andare anche oltre i nostri limiti riuscendo a fare insieme 53 gol in una stagione. Ci sentiamo spesso e sono felice che sia andato ad allenare una delle squadre a cui sono più legato. Sulle voci direi che sono premature visto che abbiamo ancora un campionato da giocare e i playoff, siamo concentrati sul presente. Non so quando Lucarelli tornerà da allenatore ma sono certo che un giorno allenerà il Livorno“.

Torniamo alla sua carriera da calciatore ed al difficile rapporto con il campo nelle grandi piazze (Roma e Napoli). A cosa pensa sia stato dovuto: “Non penso sia andata così. A Roma è stata un’esperienza complicata nei primi mesi ma straordinaria nella seconda parte di stagione. Ho fatto 6 gol nel girone di ritorno, uno dei quali nel derby con la Roma al 92’ che ci ha permesso di pareggiare 1-1. A Napoli dal punto di vista sportivo è stata un’annata complicata ma ho il ricordo di una città fantastica e di una tifoseria splendida, ho ricordi bellissimi di quegli anni. Dal punto di vista personale sono stati anni felici“. 

A Roma in effetti la ricordano ancora con grande affetto per quel suo gol allo scadere nel derby: “Evitava una sconfitta che è importantissimo per quello che vale il derby a Roma. C’è un’enorme differenza tra vincere e perdere e tra pareggiare e perdere. Raggiungere il pareggio nei minuti di recupero, in dieci contro undici , quando nessuno forse ci credeva più è stato fantastico“.

Le buttiamo lì due nomi: Sacchi e Zeman. Cosa ci risponde: “Sacchi è stato un mio allenatore quando ero molto giovane e ho avuto un rapporto incredibile. Io arrivavo dal settore giovanile in cui giocavo da centrocampista e mi stavo spostando verso l’attacco. Era un allenatore che aveva idee assolutamente innovative. Ricordo che voleva farmi giocare da titolare la prima partita di campionato ma mi feci male e mi ruppi una costola e trovai poi poco spazio quell’anno. Con Zeman devo dire purtroppo è stato un rapporto del quale non ho un bel ricordo né dal punto di vista sportivo né dal punto di vista personale. Era un allenatore con il quale pensavo di poter fare grandi cose, purtroppo non è stato così, sicuramente anche per colpa mia ma non è un allenatore con cui sono riuscito a legare“.

Siamo quasi alla fine: quanto è difficile per un giocatore appendere gli scarpini al chiodo: “Per me è stato più difficile pensare di continuare. Io avevo smesso due anni prima della vittoria della Serie B con Lucarelli e Mazzarri. Alla fine del primo anno in serie B chiuso a metà classifica, vinsi la classifica marcatori e avevo mentalmente staccato perché ero convinto di aver chiuso, di aver finito e non aver più niente da chiedere dopo il ritorno a Livorno, aver riportato la squadra in B e aver conquistato il titolo di capocannoniere (assieme a Hubner unici nella storia) in Serie A, B e C1. Poi arrivarono Lucarelli e Mazzarri e loro due assieme al presidente Spinelli e al popolo di Livorno continuavano a chiedermi di giocare ancora. Da qui ho cominciato a pensare che con quella squadra si potesse provare a lottare per la Serie A. Così decisi di unirmi ai compagni a metà del ritiro a Volterra e firmai per un altro anno per provare a fare qualcosa che non avrei neanche mai sognato. Quell’anno poi vincemmo la serie B, approdammo in Serie A e a quel punto non ho avuto dubbi e decisi di giocare un altro anno in serie A visto che l’avevamo conquistata sul campo. Mi tolsi quest’ultima soddisfazione e poi però la stagione dopo ero sereno, convinto e sicuro che quello sarebbe stato l’ultimo anno e durante l’ultima partita contro la Juve ero davvero contento perché sapevo che dal calcio non avrei potuto chiedere di più“.

lei è storicamente molto attento alle tematiche sociali ed è noto il suo impegno in tale campo. Ci vuole raccontare di più e magari anticiparci qualche iniziativa: Sul sociale mi sono sempre messo a disposizione di chiunque mi avesse mai chiesto una mano. Una grande eredità che il calcio mi ha lasciato è quella di poter aiutare a volte anche solo con la presenza per mantenere alta l’attenzione sulle varie tematiche. Mi piace ricordare lo spettacolo teatrale fatto a Livorno con la compagnia teatrale Mayor Von Frinzius, composta da ragazzi che chiamiamo disabili, anche se in realtà tutti siamo un po’ disabili, a volte la disabilità non è fisica ma affettiva. Quando ho la possibilità mi metto a disposizione anche se sarebbe bello che lo stato riuscisse a coprire quelle che sono le mancanze di fondi di queste iniziative perché c’è n’è bisogno“.

E sul caso Muntari e gli episodi di razzismo: Penso che la sua sia stata una reazione umana e mi dispiace che sia stato espulso e squalificato. Non essendo sul campo non so se come dice qualcuno la cosa sia successa a causa di pochi o di molti. Ma trovo strano che nel 2017 si debba ancora parlare di razzismo“.

Lei ora è Club Manager del Livorno, dal punto di vista di un dirigente cosa ne pensa delle cifre folli che si stanno spendendo in questi anni per i cartellini e gli ingaggi dei giovani giocatori: Il discorso parte da lontano, già dai contratti che vengono proposti ai giovani. Penso che se una società oggi per tenersi stretto un giovane che ha appena cominciato è costretta a offrire contratti importanti, purtroppo temo finisca per frenare la crescita del ragazzo perché l’essere umano quando si sente arrivato tende a sacrificarsi un po’ meno e questo finisce per limitare la possibilità di ottenere il meglio da quelle che sono le loro capacità. Questo però è il mercato, questo è il calcio e questo è il mondo. Se riusciamo a cambiare il mondo riusciamo a cambiare anche il calcio“.

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Mario Mancuso

Piccolo calciofilo, adolescente baskettaro, mai e poi mai adulto ma per sempre amante dello sport e delle storie che è in grado di raccontare e farci vivere.