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The Isle of dogs, a dispetto del nome, è una penisola che si allunga sulle acque Tamigi nell’East End londinese. Importante centro commerciale per via dei suoi bacini, la zona ha vissuto, nel periodo della rivoluzione industriale a inizio ‘800, l’arrivo di numerosi immigrati provenienti da altre parti del Regno Unito. È caratterizzata dalla presenza di attracchi portuali e una serie di industrie che producono e rilasciano i loro grigi fumi nei cieli della capitale britannica. Tra queste vi è la J.T Morton, fabbrica che si occupa prevalentemente di conserve alimentari, fondata dall’omonimo imprenditore scozzese. E scozzesi sono anche la maggior parte dei lavoratori che ne fanno parte; e proprio questi nel 1855 fondano il Millwall Rovers; ed i colori sociali scelti non possono che essere il bianco e il blu della bandiera scozzese. Dal loro mestiere trae origine uno dei soprannomi dei giocatori della squadra: The dockers.

Il massimo traguardo raggiunto dal club nei primi anni di vita sono le semifinali della FA Cup del 1900 e 1903 e, nel 1908 e 1909, la vittoria della Western Football League. E’ nel 1910 che il Millwall si trasferisce in quella che ancora oggi è la sua tana: il malfamato The Den.

Ma torniamo un attimo indietro e spostiamoci sulla riva opposta del fiume. E’ qui che nel 1895 Arnold Hills, direttore del cantiere navale della Thames Ironworks and shipbuilding company, fonda il Thames Ironworks Football Club allo scopo di fornire ai suoi operati un’attività per il dopolavoro. Nel 1900, con l’ingresso del club in seconda divisione inglese e l’acquisto di calciatori professionisti, si decide di cambiare il nome della squadra in West Ham United. Dal 1904 la casa degli Hammers diventa il mitico Boylen Ground, lo storico impianto che poco più di un anno fa ha chiuso i battenti per il trasferimento del club nel nuovo stadio olimpico. Fin qui tutto chiaro?

Dopo un inizio ‘900 all’insegna degli sfarzi di un imperialismo britannico pronto a far sue nuove colonie e a mantenere saldo il controllo dei commerci marittimi, la Grande Guerra sconvolge tutto. A fine conflitto l’Europa è un continente devastato e le conseguenze politiche ed economiche si fanno sentire anche in Gran Bretagna. Gli USA diventano la prima potenza industriale al mondo e sono creditori di guerra anche e soprattutto verso il Regno Unito, che certamente non beneficia delle crescenti esportazioni dei prodotti finiti americani. Nella patria della Regina la riconversione industriale e civile da il via a un periodo di bruschi cambiamenti: l’ascesa dei movimenti nazionalisti causa guerre civili che portano nel 1921 alla separazione dell’Irlanda. Il calo dell’estrazione del carbone è inversamente proporzionale all’aumento della domanda e per mantenere in attivo i profitti i proprietari delle miniere, in accordo col governo Baldwin, aumentano le ore dei turni dei minatori e ne abbassano le paghe, peggiorando drasticamente le loro condizioni di vita.

Come protesta contro queste ingiustizie la federazione sindacale TUC nel 1926 indice uno sciopero generale di tutti i lavoratori che getta Londra nel caos. All’iniziativa aderiscono tutti, esclusi gli operai della Morton che regolarmente si recano sul posto di lavoro e iniziano a essere additati di crumiraggio, soprattutto dagli operai della Thames Ironworks che non prendono per nulla bene questa scelta. La tensione dopo poco si trasforma in scontro tra le due fazioni della working class e poi in vera e propria guerriglia urbana. Al termine degli scioperi il rapporto ormai è di odio e questo background finisce per riflettersi sugli spalti. E’ così che nasce la rivalità tra Millwall e West Ham. I derby dell’East End londinese da quel momento in poi non saranno più gli stessi diventando pretesto per la violenta rivalità  tra supporters degli Hammers e quelli dei Lions.

Il tifo evolve e le tifoserie si organizzano. Negli anni ’60 nascono le F-Troops, primo nome della firm del Millwall. La prima azione degna di nota risale al 1967 quando i Lions vengono fermati dal Plymouth dopo una striscia di risultati utili consecutivi di 59 partite ed i tifosi di casa reagiscono aggredendo i giocatori avversari ed arbitro dell’incontro. Negli anni ’70 la firm prende il nome conosciuto ancora oggi di The Bushwackers in riferimento ad alcune truppe che durante la guerra civile americana erano solite colpire gli avversari tendendo loro delle imboscate. Avversari dei Bushwackers diventano, neanche a dirlo, gli uomini della Inter-city firm del West Ham, chiamati così per via dell’uso del treno come mezzo per muoversi durante le trasferte. I Bushwackers si caratterizzano per il coro “No One Likes Us, No One Likes Us, We Don’t Care! We Are Millwall, Super Millwall, We Are Millwall From The Den” che accompagna ogni loro scorreria assieme al Millwall brick, un semplice giornale arrotolato e pressato al punto da diventare duro quanto un pezzo di ferro ma dall’aspetto innocuo, il che gli consente di eludere i controlli. Nel 1976 durante una rissa contro gli odiati rivali dell’Inter-City firm su un treno, un tifoso membro dei Bushwackers viene sobbalzato fuori. Puntuali arrivano i cori dei tifosi Hammers “West Ham boys, we’ve got brains, we throw Millwall under trains”. Passano due anni e prima di un incontro Millwall-West Ham arriva la risposta su dei volantini lasciati nel settore ospiti: “A West Ham fan must die to avenge him“; per evitare una strage annunciata vengono dispiegati 500 agenti di polizia. Tutto questo non è niente rispetto a quanto è accaduto nel 1985 a Kenilworth road. Durante la partita contro il Luton si passa dalle invasioni di campo ai lanci di pietre, mattoni, oggetti contundenti di ogni tipo fino addirittura ai seggiolini dello stadio. Un poliziotto viene rianimato a bordo campo e tra gli arrestati non ci sono solo membri delle firm del Millwall o del Luton, ma anche di quelle di West Ham e Chelsea. Tutto organizzato insomma. Andando avanti nel tempo arriviamo al 2004, in quello che è conosciuto come il Mother’s day massacre. Partita vinta 4-1 dal West Ham, ma conclusa dai tifosi sugli spalti con una mega rissa passata agli annali. La rivalità tra le due squadre e gli atti di violenza dei Bushwackers hanno reso senza dubbio il Millwall la squadra con la tifoseria tra le più terrificanti d’Inghilterra e chi la compone non si fa problemi ogni volta che ci sia da alzare le mani.

Come è ad esempio avvenuto recentemente a Londra la notte del 3 giugno, sera della finale di Champions League tra Juventus e Real Madrid, in occasione dell’attacco terroristico iniziato con un furgone con all’interno tre criminali estremisti islamici che ha attraversato il London Bridge investendo alcuni passanti e proseguito poi con gli stessi terroristi che hanno abbandonato il van e proseguito la loro azione a piedi entrando in un ristorante e continuando la carneficina brandendo coltelli. Il bilancio finale è stato di 7 morti e 48 feriti. Tra questi Roy Lerner, ultras del Millwall presente all’interno del locale che non appena si è trovato di fronte i tre ha pensato bene di affrontarli al grido di “F**k you, I’m a Millwall” consentendo così a buona degli avventori di trovare riparo e sfuggire all’attacco.

Coraggio, fede, fanatismo o semplice stato di ebbrezza. Quello che è certo è che Lerner è stato portato d’urgenza in ospedale a causa delle ferite da accoltellamento, mentre i tre terroristi dopo essere fuggiti anche dal ristorante sono stati uccisi dalla polizia. La storia nemmeno a dirlo ha fatto in poco il giro del web e un pub svedese ha deciso persino di chiamare una della sue birre “F**k you, I’m Millwall” in omaggio al gesto di Larner.

Un gesto che racchiude in se tutta la complessità della filosofia ultras. Una linea di pensiero che rende indeterminato ed indeterminabile il confine tra sport e violenza. Uno stile di vita che trasuda un profondo senso di appartenenza ad un qualcosa che dall’esterno è difficile spiegare. Per certi versi affascinante. Per altri sicuramente folle. Come questi tempi che stiamo vivendo.

Piccolo calciofilo, adolescente baskettaro, mai e poi mai adulto ma per sempre amante dello sport e delle storie che è in grado di raccontare e farci vivere.

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