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Oh il Sussex. Terre di oppida romane, invasioni sassoni (da cui la terra prende nome, visto che Suth Seaxe significa “Sassoni del Sud”) e Vichinghe, campo della battaglia di Hastings, una delle più importanti dell’intera storia d’oltremanica: è il 1066 e Guglielmo il Conquistatore, Duca di Normandia, sconfigge in una sanguinosissima battaglia gli anglosassoni diventando di conseguenza anche Re d’Inghilterra, dando via al dominio normanno sull’Isola. Il Sussex in tempi recenti è diventato terra di turismo balneare. Città come Brighton, distante soltanto un’ora di treno da Londra, offrono numerosissime spiagge, ristoranti e night club, che garantiscono un’economia alquanto fiorente. Per chi è appassionato di musica, invece, non sarà difficile ricordarsi del film Quadrophenia: il lungometraggio cult per i mods che cerca di fare luce sugli anni sessanta quando a Brighton ci furono dei sanguinosissimi scontri (18-19 maggio 1964) fra gli stessi mods, amanti del look curato, degli scooter e di gruppi come i Who o i Beatles, ed i Rockers amanti invece delle motociclette, dei vestiti di pelle e del rock and roll. Brighton è anche la città dove si ruppe (momentaneamente) una delle coppie più inossidabili del calcio inglese: nel luglio 1974 Brian Clough, allenatore del locale Brighton & Hove Albion, lascerà dopo soli otto mesi l’incarico per tentare il successo al Leeds United (il romanzo Il maledetto United di David Peace potrebbe dirvi qualcosa), campione d’Inghilterra in carica e orfano del suo vecchio allenatore Don Revie appena chiamato dalla nazionale, lasciando solo dopo 9 anni il suo assistente Peter Taylor, che sarebbe rimasto al Brighton & Hove Albion per altri due anni. I due si ritroveranno nel Nottingham Forest, portandolo a vincere tutto nel giro di pochi anni. Ma questa è un’altra storia.

Da queste parti non si respirava aria di Premier League dal 1983 quando il Brighton & Hove Albion terminò all’ultimo posto il campionato ma riuscì ad arrivare in finale di FA Cup, perdendo poi contro il Manchester United. Da allora fino a metà anni duemila solo anni da incubo passati a far la spola tra categorie infime (compresa la quarta serie) ed una situazione economica a tratti disastrosa che ha portato il club più volte quasi sull’orlo del fallimento. Nel 2009, però, arriva la svolta: il 75% delle quote dei Seagulls viene rilevato da un certo Tony Bloom, 39enne nativo proprio di Brighton che nella vita di tutti i giorni fa l’agente immobiliare con la vocazione per il poker professionistico. L’animo del presidente-tifoso si apprezza in particolare quando decide di sostenere di tasca propria le spese per un nuovo impianto. Un investimento che appare azzardato visto il disinteresse che nel frattempo si era manifestato nei confronti del Brighton & Hove Albion, ma che si rivelerà invece una mossa azzeccata. Quasi 6 anni dopo la sua costruzione il Falmer Stadium (ribattezzato Amex Arena per via della sua sponsorizzazione con l’American Express) è diventato un modello come stadio di proprietà per la sua funzionalità. Non enorme (circa 30mila posti), ma altissimi livelli di sicurezza, comfort e accoglienza; eco-friendly, con controlli meticolosi ma non oppressivi, come magari siamo abituati a vedere in diversi stadi d’Italia, e una presenza di forze dell’ordine limitata. Un luogo da vivere, non solo per i tifosi ma per l’intera città di Brighton, per 365 giorni l’anno e che per altro ha creato oltre mille posti di lavori e delle connessioni significative con la Sussex University, prestigioso ateneo della zona. A studiare l’impianto di recente c’è stato anche il presidente della Lega B Andrea Abodi insieme ad alcuni presidenti di club nostrani per trarre spunti da riversare nel progetto made in Italy “B Futura”.

Con lo stadio sono tornati i tifosi e sono cominciati ad arrivare anche i risultati. Agguantata la Championship, è mancato più volte quel pizzico di fortuna che avrebbe potuto fare la differenza per approdare nuovamente in Premier League. Con l’arrivo di Chris Hughton le cose però sono finalmente cambiate. Subentrato nel 2014 al posto dell’esonerato Hyypia, l’irlandese ha saputo fungere da deus ex machina ribaltando la squadra e conducendola dalla zona retrocessione a quella playoff (la stagione seguente), dove lo Sheffield Wednesday ebbe la meglio. Niente drammi però. Per i Seagulls il discorso è solo rimandato. La stagione 2016/2017 del Brighton & Hove Albion, che nel frattempo vanta una media spettatori che si aggira attorno alle 28mila unità, è iniziata con una campagna acquista meno rivoluzionaria ma più efficace del solito. Nel Sussex sono arrivati l’irlandese Shane Duffy dal Blackburn Rovers ed il belga Sebastien Pocognoli in prestito dal WBA, due difensori; i centrocampisti Oliver Norwood dal Reading e Steve Sidwell dallo Stoke City e dal Bournemouth l’attaccante Glenn Murray, attuale capocannoniere della squadra con 22 reti. Assieme ad altri pilastri della rosa come il terzino destro Bruno, il centrale Lewis Dunk, i centrocampisti Dale Stephens e Biram Kayal, l’ala Anthony Knockaert e la punta Tomer Hemed, il 4-4-2 di Hughton si è basato principalmente su un’accurata fase difensiva (il Brighton & Hove Albion è attualmente la squadra di Championship con meno gol presi) e su un’organizzare della manovra volta a sfruttare appieno tutte le qualità di ogni singolo giocatore senza dare particolari punti di riferimento all’avversario. La solidità della retroguardia e le numerose reti messe a segno (73, con ben 4 giocatori in doppia cifra) hanno garantito spettacolo, punti (92 al momento, +1 sul Newcastle), ed una promozione storica che rappresenta il giusto premio per un campionato condotto da protagonista.

A mettere un po’ di pepe alla corsa per la Premier è stato il Newcastle di Rafael Benitez, a lungo unico vero rivale per la prima posizione e comunque anch’esso già matematicamente promosso. Le cifre monstre (85 milioni di sterline che ne fanno la squadra di Championship più cara della storia) avrebbero potuto mettere pressione, ma i Magpies hanno saputo mantenere la giusta lucidità per non fallire l’appuntamento. Uomini simboli per la squadra di Rafa Benitez sono senz’altro il centrocampista Matt Ritchie e la punta Dwight Gayle, autori rispettivamente di 16 e 22 gol, assieme a gran parte del gruppo che ha fallito nella scorsa premier ma che ora sembra pronto per togliersi qualche soddisfazione nella prossima stagione.

Chi invece non se la passa troppo bene è l’Aston Villa, l’altro glorioso club retrocesso dalla Premier lo scorso anno. La nuova proprietà cinese sembra ripetere gli stessi errori di quella precedente americana, con un dodicesimo posto (+13 dalla zona retrocessione ma -16 dalla zona playoff) che non sembra incoraggiante in vista del futuro. Dopo il ritorno del Brighton & Hove Albion e quello che potrebbe essere l’inizio di una possibile nuova era per il Newcastle, la speranza per il calcio inglese è che presto possano tornare ai livelli che gli competono anche club come Leeds, Aston Villa, Norwich, Ipswich, Sheffield Wednesady, Notthingam Forest od il Blackburn che addirittura rischia di retrocedere in terza serie. Servirebbe, insomma, una inversione di tendenza come quella che sta vivendo il calcio italiano che si prepara ad accogliere il ritorno della Spal in A e quello a distanza di anni in Serie B di società storiche come Venezia e Foggia.

La sobrietà non mi appartiene. Spinto dal Leitmotiv "Chi sa solo di calcio non sa niente di calcio".

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