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Un silenzio assordante durato quarantaquattro anni: l’assenza dai palcoscenici più importanti si è interrotta quest’anno per l’Ungheria, ammessa per la prima volta ad una fase finale di un Europeo dal 1972, e adesso lanciata verso gli ottavi di finale della kermesse francese. Una parentesi gloriosa a cavallo tra gli anni 50’ e 60’, poi un lento e inesorabile declino, fino alla scomparsa definitiva. Dai circoli dell’aristocrazia calcistica ai margini dell’élite continentale: la parabola discendente del calcio ungherese s’intreccia con la storia del XX secolo.

Il giramondo magiaro

«Fatto sta che di Weisz, a sessant’anni dalla morte, si era perduta ogni traccia. Eppure aveva vinto più di tutti nella sua epoca, un’epoca gloriosa del pallone, aveva conquistato scudetti e coppe. Ben più di tecnici tanto acclamati oggi. […] Sarebbe immaginabile che qualcuno di loro scomparisse di colpo? A lui è successo.»

(Matteo Marani, “Dallo scudetto ad Auschwitz”)

La cessazione dell’esistenza non sempre coincide con la morte. Si può morire lentamente, giorno dopo giorno, senza che il corpo avverta il minimo segnale di decadimento. Essere annientati nello spirito è la sofferenza più atroce. E a quel punto la morte, quella fisica, giunge quasi a rendere conforto. Árpád Weisz è morto tre volte. La prima nell’ottobre del 1942 quando gli furono strappati a forza la moglie e i figli, deportati e uccisi nell’inferno di Birkenau. La seconda la mattina del 31 gennaio del 1994, in una camera a gas di Auschwitz, dopo quindici mesi trascorsi in un lento e agonizzante disfacimento spirituale. La terza in un oblio durato sessant’anni: fino a circa dieci anni fa nessuno conosceva la storia di Árpád Weisz, il giramondo ungherese che rivoluzionò il calcio a cavallo tra le due guerre.

Nato a Solt, figlio di ebrei ungheresi, visse la sua carriera da calciatore semiprofessionista tra Ungheria, Cecoslovacchia, Italia e Uruguay, senza mai incidere più di tanto. Dai suoi occhi traspariva la sagacia di chi sa trascendere il corso degli eventi, cogliendone metodicamente gli aspetti essenziali. L’approccio analitico con cui si rivolgeva al calcio fu la spinta propulsiva ad una prestigiosa carriera d’allenatore. Il calcio pensato da Árpád Weisz era un acuto compromesso tra l’effervescenza sudamericana e il più tipico rigore continentale, condensato in una filosofia innovativa espressa poi, in tutto il suo potenziale, dalla nazionale ungherese degli anni 50’. Nel 1930 scrisse la storia del calcio nostrano: all’età di trentaquattro anni portò l’Inter (allora chiamata Ambrosiana) alla vittoria dello scudetto, diventando l’allenatore più giovane a laurearsi campione d’Italia, record tutt’ora imbattuto. Si ripeté pochi anni più tardi alla guida del Bologna conquistando due titoli consecutivi nel 1936 e nel 1937, mentre un intero continente iniziava a coglierne lo spirito visionario grazie al manuale “Il giuoco del calcio”, scritto proprio da Weisz in collaborazione con Aldo Molinari. L’espansione del regime nazi-fascista e la promulgazione delle leggi razziali lo spinsero a trasferirsi in Olanda, dove con la selezione locale del Dordrecht ottenne prima un’insperata salvezza e poi un quinto posto, archiviando prestigiosi successi contro formazioni ben più blasonate come Ajax, PSV e Feyenoord. All’improvviso il ciclo s’interruppe. La Germania invase i Paesi Bassi, Weisz cadde vittima della Storia e le intuizioni del genio si dissolsero nei campi di lavoro dell’Alta Slesia. Caduto nell’oblio, per sessant’anni il mondo non gli ha tributato i giusti riconoscimenti. Nel 2007 il giornalista italiano Matteo Marani ha raccolto e messo insieme i pezzi della vita di Árpád Weisz catturandone le impronte degli archivi di mezza Europa. Ha così pubblicato il libro “Dallo scudetto ad Auschwitz”, delineando la storia dell’allenatore che ha gettato le basi della modernità calcistica. Dietro ogni pagina c’è un immenso lavoro di ricostruzione condotta con analisi, metodo, caparbietà. Le stesse doti che hanno reso grande Árpád Weisz sono state alla base della sua riscoperta. Una generazione di fenomeni ha incamerato i tratti salienti della sua filosofia  estasiando il mondo con un calcio d’antologia.

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Il maestro indispettito e l’allievo insolente

Una distesa d’erba infinita, riflessa dalla luce opaca di un grigio pomeriggio londinese. L’odore acre della superbia che penetra nelle narici di chi è cresciuto tra le pacate anse del Danubio. Correva l’anno 1953, l’Europa respirava a pieni polmoni il terso profumo di una nuova alba. Con resilienza si cercava di ricostruire, cercando con ansia le fondamenta dell’imminente futuro. Tra le poche cose la guerra non aveva messo in discussione c’era la supremazia degli inglesi nel mondo del calcio: fino a quel momento l’Inghilterra era stata battuta tra le mura amiche soltanto dall’Irlanda, nel 1949, e Wembley veniva considerato di diritto il tempio del calcio internazionale. L’egemonia albionica, consolidata da un home record d’imbattibilità senza precedenti, era accompagnata da uno svilente atteggiamento di superiorità nei confronti di ogni altra realtà calcistica. Periodicamente la selezione inglese era solita ospitare la nazionale del momento, nel più tipico dei duelli rusticani. L’obiettivo era quello di legittimare la propria forza, e di ribadire al mondo la supremazia del calcio britannico, nella sua storia e nella sua applicazione. Il 25 novembre del 1953 toccò all’Ungheria presentarsi alla corte della regina. I giochi olimpici di Helsinki del 1952 l’avevano vista trionfare, in un cammino decisamente agevole, consacrandola tra le più dolci rivelazioni del calcio mondiale. Aranycsápat (letteralmente squadra d’oro) era l’appellativo con cui veniva annunciata, un curriculum d’eccellenza e una raffinata generazione di talenti costituivano le credenziali giuste per provare a sovvertire le gerarchie. L’ossatura della squadra era formata da giocatori dell’Honvéd di Budapest, fedeli a Gusztáv Sebes e al suo credo tattico, ispirato ai precetti di Weisz: il modulo adottato era quello della “doppia M” (3-2-3-2), basato sull’arretramento delle ali e della punta a centrocampo con il contestuale avanzamento delle due mezze ali sulla linea d’attacco. L’idea che ne stava alla base era un calcio totale ante litteram, in cui tutti i calciatori condividevano le stesse responsabilità sia in fase offensiva che difensiva, ricoprendo all’occasione ogni posizione del campo. Una novità inconcepibile per gli inventori del calcio, ancorati ad un più rigido e tradizionale 3-2-2-3, il Sistema per antonomasia, nato in patria ed evangelizzato poi oltre la Manica. Certe volte il naturale corso degli eventi s’inceppa per dar spazio ad una parentesi mistica. Al di là del risultato, Inghilterra-Ungheria non fu soltanto lo scontro tra un maestro autorevole e un discepolo insolente, ma la dialettica tra due mondi irrisolvibili. L’avvizzito narcisismo contro la voglia di stupire, la vecchia scuola contro un modello visionario. Alla fine l’Ungheria riuscì nell’impresa, profanando Wembley con uno schiacciante 6-3. In terra magiara la ricordano come la partita del secolo, in Inghilterra come la peggior disfatta interna. Per gli storiografi del calcio è semplicemente il bagliore più lucente della gloriosa Aranycsápat.

Le sacre sponde del Danubio

Ogni civiltà che ha segnato la storia dell’uomo ha trovato fonte d’ispirazione sulle sponde di un fiume. Più del mare, il fiume coglie l’essenza della vita. Un corso d’acqua che ha un inizio e una fine, destinato a procedere in un’unica e incontrovertibile direzione. Sulle sponde del Danubio ha trovato sostentamento una delle generazioni calcistiche più rigogliose di tutti i tempi. Nel sobborgo di Kispest della Bucarest degli anni 40’, un giovane di etnia tedesca solcava i campi di periferia a piedi scalzi: il suo nome era Ferenc Puskás. Per tutti i suoi compagni era conosciuto come “Öcsi”, il ragazzino, a causa della giovane età, ma un immenso bagaglio tecnico e un fiuto del gol fuori dal comune occultavano il mero dato anagrafico. Sotto l’occhio attento del padre, il suo primo vero maestro, affinò tutte le armi che lo incoronarono di fatto il più grande giocatore della storia magiara. Durante la sua carriera in Ungheria, Puskás portò il Kispest (diventato Honvéd dopo l’acquisizione del club da parte dell’Esercito ungherese) alla vittoria di cinque campionati (1949-1950, 1951, 1952, 1954 e 1955), aggiudicandosi quattro volte la classifica dei marcatori (nel 1947-1948 segnò addirittura 50 gol in campionato). In totale giocò 354 partite nella massima serie ungherese, segnando ben 357 gol: primato assoluto nel rapporto partite giocate e gol segnati. Al suo fianco un gruppo di pretoriani, pienamente devoti ad una filosofia calcistica rivoluzionaria: József Bozsik, Sándor Kocsis, Zoltán Czibor e László Budai accompagnarono e segnarono la crescita della celebre Scuola danubiana, costituendo poi il perno del golden team ungherese. L’ascesa dell’Aranycsápat fu tanto intensa quanto breve. In un ciclo durato appena tre anni, l’Ungheria sfiorò l’Olimpo del calcio: prima il trionfo ai giochi di Helsinki del ’52, poi la lezione impartita agli inglesi, fino ad un secondo posto ai mondiali del ’54. La disfatta di quell’edizione, passata alla storia come il miracolo di Berna (i tedeschi rimontarono lo 0-2 iniziale, imponendosi per 3-2), costituì un’amara delusione non soltanto per i fenomeni cresciuti sulle sponde del Danubio. Un sentimento di sfiducia pervase capillarmente un’intera nazione. Come un fiume in piena l’Honvéd sradicò le più solide radici, spostando verso est l’epicentro del calcio internazionale. Come un fiume al cospetto della sua foce, anche l’Honvéd si perse indistintamente nel mare, lasciandosi sprofondare negli abissi.

La rivoluzione di Budapest

Budapest, 1956. Il lascito ineluttabile della guerra fu un mondo diviso a metà. Per pure contingenze geografiche l’Ungheria ricadeva all’interno della sfera d’influenza sovietica, che ne condizionò storia e vita politica. Nell’ottobre dello stesso anno la Honvéd si trovava all’estero, impegnata contro l’Athletic Bilbao per un doppio confronto nell’ambito della neonata Coppa dei Campioni. A Budapest, nel frattempo, una decisa protesta antigovernativa diede vita a una vera e propria rivoluzione. I moti di opposizione al regime comunista sfociarono in un bagno di sangue: 2700 ungheresi morirono sotto i colpi della dura repressione sovietica, in 250.000 lasciarono la propria terra per non farvi mai più ritorno. Tra questi anche Kocsis, Czibor e Ferenc Puskás, i pilastri della grande Aranycsápat. Nel segno di un filo sottilissimo che lega calcio e politica, la repressione comunista privò un popolo della libertà di autodeterminazione, segnando nello stesso tempo il declino del calcio magiaro. Alla luce dei fatti di Budapest, l’Honvéd decise di posticipare il rientro in patria e organizzò (nonostante il mancato consenso della Fifa) una tournée internazionale, sfidando le migliori squadre in giro per il mondo. Una sorta di tour propagandistico, volto a far conoscere, attraverso la semplicità del calcio, l’agonia di un’intera nazione. Al di là del valore pedagogico, si trattò di fatto di un ultimo, malinconico addio. Da lì la diaspora di alcuni tra i talenti più forti di sempre: Kocsis e Czibor, si stabilirono in Cataluña, riproponendo tra le fila del Barcellona la granitica intesa consolidata sotto le geniali intuizioni di Sebes; anche Puskás trovò asilo in Spagna, e riprese da dove aveva lasciato: con la camiseta blanca del Real Madrid mise a ferro e fuoco la Liga (siglò 156 reti in 180 incontri ufficiali), consacrandosi come icona del calcio mondiale. All’età di 34 anni acquisì anche la nazionalità spagnola e il ct Herrera non esitò a convocarlo nella Roja. Accumulò soltanto 4 presenze senza mai segnare. Un dato più unico che raro. Specialmente per chi, appena postumo, è stato omaggiato dalla Uefa con la creazione di un premio che porta il proprio nome. A partire dal 2009, all’autore del gol più spettacolare segnato durante ogni stagione calcistica viene assegnato il FIFA Puskás Award.

Puskas

La fine di un’era

Le vicende politiche del ’56 segnarono inevitabilmente il declino del movimento calcistico magiaro. Il governo sovietico fiutò immediatamente quanto il calcio potesse essere pericoloso per la sua stessa identità: dietro la clandestina tournée dell’Honvéd si celava un anelito di libertà che il regime e la sua pedante ideologia non potevano tollerare. Da quel momento il calcio, che del potere era sempre stato espressione, iniziò ad essere trascurato, quasi censurato, per timore che attraverso lo sport si alimentasse una strenua idea di opposizione. A livello culturale, per un popolo abituato a subire l’ingerenza dello stato, la progressiva disaffezione nei confronti del pallone fu la conseguenza più logica. La chiusura con l’Occidente imposta dal blocco comunista finì per soffocare la grande scuola magiara: non c’era comunicazione con il resto del continente, nessuno scambio di calciatori, allenatori, ma soprattutto di idee. E così la terra che aveva postulato i dogmi del calcio moderno, aprendosi al mondo con i suoi ambasciatori, si chiuse in sé stessa precipitando nel medioevo. Eppure il lascito della golden generation fu decisamente troppo grande per chiudere in maniera definitiva i rapporti col pallone: quel che restava della gloriosa Ungheria si aggiudicò un terzo posto agli Europei del 64’ e trionfò ai giochi olimpici di Tokyo, sempre nello stesso anno. Ferenc Bene e Flórián Albert (pallone d’oro nel ’67) avevano ridato vita ad un sistema in crisi, destinato però di lì a poco a perdersi per sempre. Nel ’72 una nazionale giovane, che teneva Albert in panchina ormai in parabola discendente, chiuse al quarto posto gli Europei in Belgio. L’Ungheria non si sarebbe più qualificata agli Europei, collezionando soltanto tre partecipazioni fallimentari ai mondiali dal ’78 all’86, per poi scomparire definitivamente.

La rinascita

L’ascesa al potere di Viktor Orban, primo ministro ungherese dal 2010, ha cambiato la rotta del movimento calcistico magiaro. Facendo leva sull’orgoglio di una nazione in declino, Orban ha sfruttato il pallone per aumentare i consensi in patria, sfruttandone tutto il potenziale propagandistico. La pianificazione governativa votata al rilancio della scuola magiara, si è sviluppata attraverso la detassazione negli investimenti sullo sport, un ingente rinnovamento delle infrastrutture e la costruzione di vere e proprie accademie per la crescita dei giovani. L’interdipendenza tra politica e calcio, e la capacità di influenzarsi reciprocamente, ha pagato ottimi dividendi: Orban è stato riconfermato alla guida del paese nel 2014 e l’Ungheria si è riaffacciata ai piani alti dell’élite continentale dopo decadi di anonimato. La qualificazione ad Euro 2016 è stata frutto della riforma del torneo, con l’allargamento a 24 squadre che ha portato la selezione di Bernd Storck a giocarsi uno spareggio decisamente abbordabile con la Norvegia. Ma il percorso nella fase a gironi ha stravolto ogni certezza: una vittoria al debutto contro l’Austria e due pareggi contro l’Islanda e Portogallo, hanno regalato ai magiari il primo posto nel girone e l’accesso agli ottavi di finale. Dzsudzsak, Gera, Szalai e il “pigiamatoKirály  sono gli esponenti di una scuola ungherese più umile rispetto ai fasti del passato, ma dotata di grande carisma e spirito di sacrificio. La consapevolezza dei propri limiti è spesso un’arma vincente. Sapere fin dove osare significa avere il pieno controllo della propria rotta. E spesso, senza neanche volerlo, ci si ritrova più lontano di quanto si possa immaginare.

Aspirante giornalista sportivo, gioca a pallacanestro con soddisfacente insuccesso. Nichilista e assiduo divoratore di libri. Ama il mare d'inverno.

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