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L’unico modo per diventare davvero maturi è vivere ogni esperienza possibile. Se c’è un giocatore che in Serie A potrebbe far tesoro di questa frase quello è Felipe Anderson Pereira Gomes, estro e fantasia di una Lazio sempre più in rampa di lancio. Dal personaggio atteso al bidone passando per il dimenticatoio e l’attesa di un rilancio, la storia del “Pipe” è un’alternarsi rapido di eventi, sino a oggi, in cui il talento brasiliano sembra definitivamente sbocciato.

La storia di Felipe comincia da Brasilia, dall’infanzia difficile e povera che tristemente accomuna i calciatori brasiliani usciti dai sobborghi. Il suo percorso in Brasile è la solita favola, condita dal trasferimento al Santos a 14 anni.  Lì nasce l’amicizia con Neymar e un percorso che lo porta a essere uno dei giovani più interessanti del campionato paulista. Non segna molto, sette gol in 61 presenze nel Brasilerao, ma bastano per fare interessare i club stranieri.

Il più veloce è la Lazio, che nell’estate 2013 lo preleva: la trattativa è estenuante, come molti sudamericani c’è il classico ostacolo da superare rappresentato dai fondi d’investimento in possesso del cartellino, ma a luglio il Pipe approda in biancoceleste firmando un quinquennale da 800mila euro a stagione. Da lì, la favola rallenta il suo corso: la prima stagione è un susseguirsi di pochi momenti positivi, di quelle da mandare in flash forward sperando che finiscano presto. Problemi fisici, difficoltà d’inserimento, incompatibilità col gioco della squadra: l’esordio solo a inizio ottobre dopo un lungo periodo ai box, poi 20 presenze, un gol in Europa League. Tanto fumo e poco arrosto.

Il nome Felipe Anderson sembra diventare una suggestione estiva, un giocatore buono per far sognare i tifosi sotto l’ombrellone per poi fare i conti con la dura realtà. Ma Felipe sa di avere talento per farcela, basta solo trovare l’occasione. L’arrivo di Pioli in biancoceleste restituisce qualche speranza per guadagnarsi ulteriore spazio, ma l’inizio del rapporto col tecnico non pare incoraggiante. Poi la svolta.

Antonio Candreva, talento laziale che durante l’inizio della stagione ha sempre costeggiato il confine tra immancabilità ed eccessivo gioco per se stesso, rimane fuori per infortunio. Pioli decide che tocca a Felipe Anderson e il brasiliano risponde con intelligenza: entra alla chetichella, si mette al servizio della squadra. Segna pure il primo gol in Serie A, col Parma, anche se in quel frangente non gioca una partita indimenticabile.

Ma pian piano, accumulando minuti, la fiducia aumenta e “Pipe” si prende la squadra sulle spalle, segnando e confezionando assist. Due gol con l’Inter, rete d’antologia e assist contro la Samp. La maturazione è terminata, Anderson è il giocatore che dà imprevedibilità, regala la sensazione che ci possa esser la giocata da un momento all’altro, fa quello che faceva Candreva con più senso della squadra e che forse avrebbe dovuto fare Keita, se non fosse rimasto impigliato in sè stesso. Forse anche lui, come il brasiliano, ha bisogno di poter passare da periodi travagliati, prima di cominciare a lasciare il segno. La favola di Felipe intanto è ricominciata, non tornerà a sedersi in panchina tanto facilmente.

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