9 min readGabigol, Oltre il mito

9 min readGabigol, Oltre il mito

20 Dicembre 2016 Off Di Gaetano Cucchiara

Quando un eroe parte, forgiato dalla passione di una terra focosa, lo fa perché è pronto a rendere onore ai suoi luoghi. Adeguare lo status maturato in patria alle aspettative di una nuova realtà non è mai semplice, specie se essa non contempla l’attesa. L’Europa, terra di conquista per chi nasce a sud dell’Equatore, diventa un’arena per diventare eterni o uno specchio per scoprire inaspettate fragilità.

Nostalgia e delusione ingombrano i pensieri di Gabriel Barbosa Almeida, al secolo Gabigol, che, smarrito come un viandante al cospetto di violente intemperie, rimpiange il calore della propria dimora.

LA LEGGENDA DI GABIGOL

Come in ogni ciclo epico che si rispetti tanto più modeste sono le origini del personaggio in questione, quanto maggiore è la gloria al momento del riscatto. Lo scarto tra punto di partenza e punto di arrivo rivela il valore di chi ce l’ha fatta ancor più del traguardo raggiunto. L’agglomerato di Parque Seleta, fitta favela di Sao Bernardo do Campo in cui Gabriel nasce il 30 agosto 1996, è predisposta al contenimento piuttosto che all’apertura: la strada imprime a forza i dogmi della povertà, il calcio è una valida alternativa per depistarli. Uscire da lì con le proprie gambe è un successo, figurarsi diventare l’erede designato di O’Ney, uno che a soli ventiquattro anni è già icona mondiale e cartina di tornasole per valutare l’entità di un destino affine.

L’iperbolica ascesa di Gabriel Barbosa sembra affondare le proprie radici nel mito. A soli otto anni è un enfant prodige, un fenomeno come pochi altri nei campi di futsal: è proprio in una partita contro i giovanissimi del Santos, tra gol e movenze surreali, che si aprono le porte della redenzione. Zito, osservatore e bandiera del Santos – vincitore tra l’altro di due campionati del mondo nel ’58 e nel ’62 – resta ammaliato e ne dispone immediatamente l’ingaggio presso l’accademia di Vila Belmiro. Un sogno per il padre di Gabriel che, da invasato tifoso santista, calca la mano affinché l’accordo vada in porto. Sul giovane nativo di Parque Seleta, l’ombra di un futuro tra i rivali del San Paolo appariva a tutti gli effetti un’intollerabile maledizione.

Il dato più significativo della mitopoiesi di Barbosa riguarda il numero imprecisato di reti che mette a segno durante gli anni di formazione: una stima che oscilla tra i 400 ed i 600 gol, nessun supporto tecnico a certificarne la veridicità, per un fascino tendenzialmente latino che preserva nell’apodos il ricongiungimento con la leggenda. Gabriel Barbosa Almeida diventa per tutti, semplicemente, Gabigol.

L’accostamento a Neymar è un fedele rimando a quel sentiero romantico, tipicamente santista, che si nutre delle immagini e dei loro colori. Da O’Rei – il soprannome del più grande, Pelé – a O’Ney non transita soltanto un’assonanza linguistica, ma un fitto nucleo di corrispondenze. Neymar è il raffronto più di diretto per Gabigol, per il periodo storico e la travolgente ascesa in comune. Che poi l’esordio nel Brasileirão avvenga proprio il 26 maggio 2013, quando Neymar ha appena annunciato il suo trasferimento al Barcellona, è un rimando talmente evocativo da risultare quasi ridondante: quello 0-0 contro il Flamengo, ad appena sedici anni – l’altro aveva esordito a diciassette – è lo scenario simbolico dell’avvicendamento, blindato a dovere dal Santos con una clausola rescissoria di 50 milioni di dollari.

Esaminando il parallelismo da una prospettiva analitica è il brasiliano che gioca in Catalogna a vincere il confronto. Numeri alla mano, i dati sul rendimento sono piuttosto esplicativi: se nel quinquennio che va dal 2009 al 2013 Neymar mette a segno 135 gol in 225 presenze, per una media tonda di 0,6 gol ad incontro, Gabigol va decisamente sotto, dal basso delle 56 marcature in 154 apparizioni, un coefficiente di appena 0,36 centri a partita dal 2013 al 2016. In favore di Gabriel Barbosa si potrebbe legittimamente obiettare che l’arco temporale in esame è di soli quattro anni rispetto ai cinque trascorsi da Neymar in Brasile, e che abbia esordito e poi lasciato il Santos un anno prima rispetto al suo connazionale. Il dominio, anche al netto del computo dell’età, resta assodato per ogni competizione, dalla Serie A ai trofei minori come il Campionato Paulista o la Copa do Brasil.

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Così come l’epica trova sostentamento tra i popoli facendo leva su una sfera puramente irrazionale, a giustificare l’immenso hype che si condensa intorno a Gabigol non sono i numeri, quanto piuttosto un agglomerato indistinto di dichiarazioni, pareri illustri e smodata propaganda mediatica. Il formulario utilizzato è semplice, e tende sempre all’esaltazione surreale. Si va dall’investitura fin troppo british di Ronaldo – “Credo che Gabigol sia un eccellente acquisto per l’Inter, è un grande talento pronto a giocare in Europa” – fino allo stampo dei propri piedi nella Walk of Fame del Museo Pelé, onore concesso a pochi eletti del calcio carioca, come Ronaldinho o Kaká, tanto per citarne alcuni. Il meglio lo danno alcuni osservatori paulisti che rivedono nel Gabriel appena dodicenne tutta la forza e l’esplosività del primo Adriano. Paragone poi ripreso e appena ampliato da Wagner Ribeiro, procuratore dello stesso Barbosa, che si esprimerà così sul suo assistito: “Gabigol ha il sinistro di Ganso, la tecnica di Neymar, e la velocità di Lucas”. Un compendio di doti che ricorda la fusione tramite gli orecchini Potara nella saga di Dragon Ball.

OLTRE IL MITO

Cogliere cosa sia veramente Gabigol non può prescindere da un’adeguata scrematura. Nelle decine di video di Youtube che ne catturano le doti, e quindi perfettamente conformi alla logica dell’esaltazione, emerge tuttavia un’immagine insindacabile. Gabriel è sicuramente un giocatore di talento, ma ancora piuttosto acerbo. Lo si intuisce dai modi un po’ meccanici con cui tratta il pallone, in un dialogo che, nonostante le pompose etichette, non pare proprio dei più naturali. Le giocate più entusiasmanti sono quelle in cui mette in atto la scelta più semplice, uniformandosi tutte allo stesso canovaccio: defilato sulla destra sfida il diretto marcatore in velocità convergendo poi repentinamente verso il centro, oppure lo brucia con uno scatto a palla lontana per poi deriderlo, una volta ricevuto il pallone, con un semplice tocco che spezza il ritmo. E’ di gran lunga più pericoloso quando pone il dribbling al servizio dell’accelerazione, servendosi di quest’ultima come strumento primario e non viceversa: si avverte quasi a naso che certi movimenti da fermo, rebus irrisolvibili per le lasche retroguardie sudamericane, sarebbero un passatempo da spiaggia per un normodotato difensore europeo. Lo status di cui Gabriel gode nel Santos, in termini di leadership di fiducia, ne condiziona il rendimento, dipingendolo come un giocatore migliore di quanto non faccia vedere, per esempio, con la maglia della sua nazionale.

L’esperienza con il Brasile è altamente formativa perché lacera la placenta che lo ha sempre protetto. La prima grande delusione arriva durante la fallimentare spedizione statunitense della Copa América Centenario: Gabigol è uno dei protagonisti di quella tragedia sportiva – nella tipica indole sudamericana all’estremizzazione – esposto alle luci mondiali della ribalta tradisce le attese, anche a causa di un contesto tattico tutt’altro che confortevole: data l’indisponibilità di Ricardo Oliveira, è costretto a giocare da centravanti – facendo spesso la staffetta con Jonas – posizione ricoperta al Santos soltanto in rari casi. Abituato a giocare da esterno destro, lui che è un mancino naturale, fatica quando c’è da posizionarsi spalle alla porta, far salire la squadra, o proteggere il pallone, tradizionale corredo di compiti richiesti ad una prima punta. Risulta spesso poco cinico davanti ad occasioni nitide e si muove con impaccio in situazioni statiche. Non è un caso che la prestazione individuale migliore arrivi contro Haiti, la squadra tatticamente messa peggio: gli enormi spazi che si aprono tra la difesa e il centrocampo avversario sono la pista in cui può far esplodere la sua rapidità. Il fallimento del Centenario verrà poi riscattato due mesi più tardi con la medaglia d’oro ai Giochi di Rio, guadagnata da titolare nel tridente brasiliano del futuro: si esalta al fianco dei suoi alter-ego, Neymar da un lato e Gabriel Jesus, l’altra grande promessa carioca con cui condivide l’apelido e un vastissimo carico di aspettative, dall’altro.

Il trionfo olimpico apre la strada al grande passo, Gabigol è pronto, come i più grandi, alla migrazione verso il Vecchio Continente. Se lo contendono in Premier League, Arsenal e Chelsea su tutte, lo bramano in terra iberica, con Real Madrid e Barcellona in prima linea, ma alla fine arriva all’Inter, sedotto dai milioni di una nuova proprietà e dalle prospettive di un largo impiego in una squadra in piena rifondazione.

DUE ANIME E UN QUADRO

Le luci si spengono. Il chiacchiericcio compiaciuto degli uomini in doppiopetto presenti in sala lascia il posto al silenzio e al potere dell’immagine. Sullo schermo dell’Auditorium Pirelli compare un uomo avvolto dalla nebbia del Corcovado che, intento in una sequenza di palleggi pirotecnici, sferra un calcio al pallone spedendolo chissà dove. Improvvisamente lo sfondo cambia, l’ossequio all’altitudine resta, e il Cristo Redentore di Rio de Janeiro sfuma nella soleggiata skyline di Milano. Il soggetto, con addosso il completino dell’Inter, riaggancia quello stesso pallone, cimentandosi in un nuovo vorticoso skillset, salvo poi riscagliarlo con forza verso l’ignoto. L’ultima destinazione della sfera è lo stadio di San Siro, l’uomo che sfugge alla trasfigurazione dei luoghi è Gabriel Barbosa.

There’s more of Milan in Brazil then you know. And now there is even more Brazil in Milan”. Questo il messaggio che accompagna la sfarzosa presentazione di Gabigol, sostenuto da un improbabile chiasmo climatico: la nebbia fitta del cielo di Rio sulle note di “O mia bela Madunina”, il sole accecante del capoluogo lombardo che sembra pulsare al ritmo della samba carioca. L’evento ha luogo il giorno del compleanno di Ronaldo, colui che rappresenta di fatto l’eccellenza dell’import milanese dal Brasile. La somiglianza con lo spot che celebrò l’arrivo del Fenomeno è quasi inquietante: in quella occasione Pirelli decise addirittura di sostituire il Cristo Redentore con la sagoma del centravanti, stagliato di spalle sul Corcovado mentre un poetico tramonto appariva all’orizzonte. Tanto per alzare appena un po’ i toni, via con un altro simbolico – quanto ingombrante – passaggio di consegne.

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La contraddizione tra celebrazione di settembre, coerente tributo alla mitopoiesi di Gabriel Barbosa, e i dividendi riscossi è quanto mai evidente. In quasi quattro mesi di campionato lo score del più esoso acquisto della recente storia nerazzurra – alla voce di 29,5 milioni di euro – recita malinconicamente: venti minuti giocati, un cartellino giallo e una manciata di dribbling che strizzano l’occhio all’estetica più che alla funzionalità. Mentre quella gigantografia patinata si esaurisce giorno dopo giorno, erosa dalle piogge di Appiano Gentile, Gabigol fa i conti con la sua parte più profonda. Scende dal piedistallo del Cristo Redentore, si guarda intorno e pensa al passato. E’ proprio quando le sovrastrutture iniziano a scricchiolare che ci si ritrova soli.

Non potendo capire cosa sia realmente Gabigol, in quanto prodotto calcistico, l’unica via d’accesso percorribile sembra quella del chi sia effettivamente Gabriel Barbosa, come uomo.

Sbirciando sul suo profilo Facebook si intravede una sorta di rituale che restituisce appieno la condizione malinconica che lo avvolge, vale a dire il modo in cui, domenica dopo domenica, annuncia la prossima partita della sua Inter. L’iter è sempre lo stesso: un’immagine corredata dall’orario italiano e da quello brasiliano – distinti da opportune bandierine chiarificatrici – e dal nome della squadra avversaria, il tutto suggellato con un commento rivolto ai suoi fan. L’appello, anch’esso parte del rituale, recita: “Che sia fatta la volontà di Dio! – Que seja feita a vontade de Deus!”. In italiano e in portoghese, come da copione. L’aspetto più triste riguarda il tipo di immagine utilizzata come sfondo. Il più delle volte si tratta di uno screenshot del suo alter-ego su PES – il celebre videogioco – ritratto in posizioni plastiche e accattivanti. D’altronde i pochi minuti in cui ha vestito la maglia nerazzurra non permettono a Gabigol una vasta gamma di scelte.

Durante l’esperienza in nerazzurro non si è mai reso protagonista di uscite a vuoto. Gabriel fa il tifo per la sua Inter, non lascia trasparire nulla che alluda alla sua condizione, né in termini di dissidenza né richiedendo anche velatamente un maggiore impiego. L’unico legittimato ad esternarne i dissapori sembra essere il suo procuratore, Wagner Ribeiro che più volte ha manifestato l’intenzione di collocarlo altrove, magari in prestito, già da gennaio. Siviglia e Santos – per un clamoroso ritorno – le piste più concrete, anche se non si esclude un’esperienza nella provincia italiana. Mentre per l’agente ogni occasione sembra buona per recriminare rabbiosamente circa il trattamento del proprio assistito, gli allenatori che si sono succeduti in panchina hanno sempre cercato di sviare l’attenzione sul caso Gabigol. I cinque minuti concessi da Pioli nell’ultima gara contro il Sassuolo sono parsi più un tentativo per evitare le solite domande dei giornalisti piuttosto che un attestazione di fiducia sul lavoro svolto.

L’affresco più fedele del confitto tra le sue due anime – il leggendario Gabigol da un lato e il normale Barbosa dall’altro –è stato tinteggiato appena qualche giorno fa. Lontano dai campi di allenamento Gabriel ha trascorso un’intera giornata con il celebre pittore Mimmo Alfarone, al quale ha commissionato un ritratto, dai dubbi canonici estetici, in cui posa a torso nudo.

L’immagine su tela di sé stesso, che Gabriel mostra fiero sui social network, ha una forte carica simbolica. Sembra quasi prendere vita come nel celebre romanzo “Dorian Grey”, soggiogata ad uno scambio di fluidi, pensieri, emozioni che transitano dall’osservatore al quadro nell’atto della contemplazione. La tela diventa il feticcio che custodisce le delusioni del presente e l’angoscia di un passato tradito, lasciando l’uomo finalmente libero. Quando Gabriel ne scruta i lineamenti è un’altra persona. La nebbia si dirada lasciando il posto al sole pungente, lo stesso che colora il mare d’arancio durante i tramonti sul Corcovado.

Que seja feita a vontade de Deus!

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