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L’arte di Federico Buffa è dipingere attimi. Rendere fluidi momenti densi; trasformare in prosa istanti di poesia e renderli sapidi e digeribili alla mente umana. E questa è la filosofia che ispira anche la trama de Il rigore che non c’era, la pièce teatrale che il cantastorie nostrano sta nuovamente portando in giro per lo stivale in queste settimane ed alla quale abbiamo avuto modo di assistere dal vivo lo scorso 25 novembre al teatro Brancaccio di Roma.

E’ probabilmente questa l’avventura di storytelling più contorta intrapresa da Federico Buffa. Un’opera per certi versi distante anni luce dalle rappresentazioni Le Olimpiadi del1936 e A night in Kinshasa dove il plot narrativo era ben identificabile ed il tema portante era solido e presente lungo l’intero arco dello spettacolo.

Il rigore che non c’era, quello che Osvaldo Soriano ha raccontato ne Il rigore più lungo del mondo, è in realtà solo un pretesto, un escamotage. Il primo di una serie di aneddoti il cui filo conduttore non è il calcio né necessariamente lo sport. Il destino, quello sì, è il vero file rouge che detta lo schema narrativo di due ore di spettacolo che filano via senza pause o interruzioni. È il destino che crea la storia, i personaggi, i miti, gli eroi.



Ma il destino non sempre è frutto del caso. O almeno, non solo. È spesso il risultato di un disegno più grande che in precisi attimi costringe le persone a mescolare insieme, fino a trovare il perfetto amalgama, talento, carattere e quella sana dose di incoscienza necessari a scrivere la propria storia personale. Insomma, il destino è anche questione di indole. E si crea così un limbo, uno spazio indefinito, dove la linea di demarcazione tra fato e volontà è così sottile, praticamente impercettibile, che è impossibile capire fino a che punto si è vittime o artefici di quell’attimo in cui la persona si trasforma in personaggio.

Ed è questo limbo ad essere scenograficamente rappresentato sul palco del Brancaccio. Una terra di mezzo che attrae ed accoglie quella strana razza che sono gli storyteller e dalla quale apparentemente non c’è via d’uscita per volere di una ambigua figura femminile, interpretata da Jvonne Giò, che da quelle parti sembra dettare il bello ed il cattivo tempo.

Come in avvio di rappresentazione quando sulla scena appaiono Marco Caronna ed Alessandro Nidi. Il primo, coautore con Buffa dello spettacolo nonché regista, veste i panni di uno speaker radiofonico notturno. Uno di quelli che racconta storie da metabolizzare prima che la luce dell’alba costringa a rimettere a fuoco il mondo. Il secondo veste i panni di uno strampalato pianista che riporta alla memoria il Novecento di Baricco. Non sembra saperne niente di calcio e di sport. Lui suona, perché è quello che sa fare meglio; perché è quello che ha voluto il destino; perché non riesce a smettere di farlo.

E con il suo sottofondo accompagna questo aneddoto del rigore che non c’era raccontato da Caronna che risulterà convincente come attore ed un po’ meno come regista. Il tutto dura giusto una manciata di minuti. Il tempo necessario a raccontare antefatti ed aneddoti per poi arrivare alla battuta di questo tiro dal dischetto che effettuerà un Federico Buffa improvvisamente catapultato sulla scena. Che vorrebbe poi andar via, salvo scoprire presto che praticamente è impossibile uscire da certi schemi.

Parte così una girandola di aneddoti legati al calcio ed allo sport, certo; ma anche alla storia, alla politica, alla musica. Basta un pretesto per dar vita allo scorrere di un fiume che in un paio di ore bagna tutte le rive possibili con una certa predilezione per quelle del Sud America.

Si spazia dal millesimo gol di Pelè a Comunardo Niccolai per poi essere scaraventati sui Beatles, Sammy Davis Jr o Billie Holiday ed i suoi Strange fruit che sollevano temi razziali e politici con cui dover fare i conti. E allora via per parlare di Hitler e Churchill, di guerra fredda tra Russia e USA e dello sbarco sulla luna per poi tornare a Muhammad Alì, Garrincha ,a El Loco Houseman e poi ancora saltare in Perù con la storia di Francisco Pizarro prima e quella del Sendero Luminoso poi per uno dei momenti più alti ed intensi dello spettacolo. Vicende apparentemente slegate tra loro ma funzionali all’equazione indole più destino uguale storia.



Il tutto sotto l’apparente regia della tirannica Jvonne Giò. Che in realtà, contrariamente a dove sembra pendere la storia, si scoprirà essere non un despota ma l’incarnazione della coscienza dello storyteller e dell’artista in generale; che sia esso vittima od artefice di quel percorso che da persona lo ha trasformato in un personaggio dal quale, per inclinazione o per mestiere, dunque per destino, è ormai difficile rinunciare.

Ecco, se volessimo sintetizzare una volta per tutte Il rigore che non c’era il termine più adatto sarebbe probabilmente spiazzante. Chi si aspetta la trasposizione teatrale di un qualcosa di simile al verticale su George Best che Buffa ha condotto per Sky e che ha dato il là alla produzione di un format di successo potrebbe rimanere deluso. A tutti gli altri consigliamo di non perdersi una delle prossime date in calendario.

Controller, giornalista, scrittore, blogger di insuccesso. Padre e marito. Laziale da sempre. Sono molto più simpatico dal vivo!

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