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Probabilmente finché non comincerà a segnare almeno due gol a partita i più continueranno a considerarlo un giocatore bollito. Ma all’occhio più esperto c’è da scommettere che non è sfuggita in questo avvio di stagione la metamorfosi, o meglio l’atteso ritorno alla normalità, di Edin Džeko. Sin dalle prime battute del ritiro estivo è apparso evidente che il centravanti bosniaco sembra aver finalmente completato il trasloco da Manchester a Roma. Il corpo, sbarcato nella capitale la scorsa stagione sembra essere stato finalmente raggiunto da quell’istinto del gol persosi chissà dove all’alba di un’estate fa. Ciò che mai ha abbandonato Džeko in questi dodici mesi all’ombra del Cupolone è invece la mentalità. Quella del campione vero. Anche quando errori al limite del pacchiano hanno spazzato dal campo le critiche di chi concedeva credito al campione per lasciare spazio agli insulti anche di chi era pronto ad idolatrare il centravanti venuto dall’est, lui non ha mosso un sopracciglio. Sarà forse la scorsa dura di chi l’infanzia l’ha vissuta al ritmo dei bombardamenti. L’intelligenza dunque di chi sa che nella vita esistono cose più serie che inseguire un pallone. Ma quando lo fai per lavoro e per di più in una piazza passionale come quella romana, sentirsi affibbiare l’appellativo di Pippone non deve essere certo un piacere. Eppure lui è sempre rimasto lì zitto, a capo chino a pedalare. Mai una parola fuori posto. Mai un atteggiamento sopra le righe. Neanche quando Spalletti lo scorso anno lo spediva spesso e volentieri ad osservare dalla panchina quelli che di volta in volta gli venivano preferiti. I vari El Shaarawy, Perotti, addirittura Sadiq per intenderci. Ma questa è storia di una stagione fa. O meglio, la storia fino ad un paio di mesi fa. Ma il calcio è uno sport così frenetico che il tempo appare dilatato ed anche poche settimane possono sembrare un’eternità. E tutto può succedere dunque.

DA PIPPONE A PERNO INDISPENSABILE PER IL GIOCO DI SPALLETTI

E succede così che il tempo, spesso galantuomo, rende onore alle virtù dei giusti. Con l’inizio della nuova stagione Džeko è diventato perno indispensabile dell’undici di Spalletti. A Oporto, quando la Roma è rimasta in dieci, il tecnico di Certaldo ha richiamato a se Perotti. Con l’Udinese, al momento di dare una scossa alla partita, il sacrificato è stato El Shaarawy. Pura utopia qualche decina di giorni fa quando l’ex City era la vittima. Verità assoluta oggi. Per la cronaca il bosniaco in Portogallo è stato tenace e contro i bianconeri si è procurato il rigore che ha sbloccato l’incontro, ha siglato la rete del 3-0 e ha impensierito spesso l’estremo difensore dei friulani che in almeno un paio di occasioni si è superato. Sorvolando sul ritorno del match di coppa con i lusitani dove l’appannamento è stato generale, arriviamo al match di ieri con la Samp dove oltre al gol ed il rigore procurato, decisivo per la vittoria finale, il suo movimento è stato fondamentale insieme alla classe cristallina di Totti per ribaltare una partita che aveva preso una brutta piega. Ed anche contro i blucerchiati è stato solo un ottimo Viviano a negare al bosniaco la gioia della doppietta. Perché a volte anche se fare colore è più redditizio che limitarsi alla cronaca, succede pure che è il portiere ad essere bravo e non Džeko a divorarsi il gol.

NON E’ MICA (ESCLUSIVAMENTE) DA QUESTI PARTICOLARI CHE SI GIUDICA UN GIOCATORE

Ma poi, parafrasando una canzone di De Gregori che parla di rigori, un centravanti moderno può giudicarsi solo dal numero di gol che segna? Sicuramente il gol resta uno dei parametri principali. Del resto spingere palloni in rete è il mestiere dell’attaccante, l’essenza del ruolo. Ma è anche vero che il ruolo del centravanti è mutato notevolmente nell’ultimo decennio. Non più esclusivamente rapace d’area di rigore, ma sempre più spesso perno avanzato della manovra; primo portatore di pressing. Facilitatore per gli inserimenti dei centrocampisti avanzati. Un po’ bomber un po’ pivot insomma. L’analisi fatta da Spalletti in una conferenza stampa di inizio stagione è in tal senso abbastanza cristallina. Se consideriamo le occasioni da gol che una squadra crea nell’arco di una partita e quante capitano allo stesso giocatore, allora vuol dire che ognuno nei novanta minuti deve fare anche altro. Ecco, il bosniaco l’altro lo ha sempre fatto discretamente bene anche nelle sue giornate da pippone. Se poi dovesse pure prendere a segnare con una certa costanza dovremmo forse metterci tutti l’anima in pace. Džeko non è un Batistuta od un Montella tanto per citare nomi che hanno fatto la storia recente dei giallorossi. Ma questo è il calcio del 2016. E non è solo dal numero di gol che segna che si può giudicare un giocatore.

Controller, giornalista, scrittore, blogger di insuccesso. Padre e marito. Laziale da sempre. Sono molto più simpatico dal vivo!

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