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La disinvoltura con cui si tratta il pallone non è una questione di etica del lavoro. Puoi provare ad emulare un gesto tecnico, perfezionandolo con enorme fatica, ma la riproduzione resta macchinosa in assenza di un imprinting ancestrale. La resa estetica dell’atto muta sensibilmente in relazione alla sua naturalezza. Un occhio attento ne individua istantaneamente l’origine, bisogna soltanto cogliere la quota di innatismo.

Diego Perotti ha la danza del calcio nel sangue. L’allenamento l’ha forgiato, limandone vizi e imperfezioni, ma il talento, come spesso accade, è tutta una questione di geni. Il cammino di el Monita (la scimmietta), inizia ancor prima della sua esistenza terrena, tramite un progetto che prende corpo dai piedi del padre Hugo.

HUGO E L’ALTRO DIEGO

Argentina, 1981. Il Boca Juniors affronta il Ferro Carril Oeste in una sfida decisiva per il titolo. Un altro Diego recupera palla sul cerchio di centrocampo, scarta l’uomo con un prorompente cambio di velocità e con l’esterno sinistro pennella un assist al bacio per Perotti. Hugo, detto el Mono (la scimmia), taglia con decisione verso la porta, assecondando la traiettoria del pallone. Basta un controllo per trovarsi davanti al portiere avversario: Hugo non trema e appoggia delicatamente col mancino regalando al Boca la vittoria della Primera División. La scelta di chiamare suo figlio Diego è un rimando diretto a quel ridente pomeriggio argentino. Un omaggio che si intreccia con la storia perché quel Diego, compagno di Hugo nella selezione di Buenos Aires, avrebbe poi rivoluzionato l’essenza stessa del calcio. Quell’altro Diego era el Pibe de Oro. Quell’altro Diego era Diego Armando Maradona.

Il sottile filo che lega Diego Perotti, suo padre Hugo e Maradona è sorretto da una vasta gamma di assonanze. Un trittico tenuto insieme da decine di connessioni, colorato dalle più sgargianti sfumature. La costante più evidente è la predisposizione tecnica al gioco, decisamente sopra la media. Tutti e tre, con le opportune differenze, afferiscono a quell’elitaria cerchia di uomini di talento, comunemente riconducibile alla mistica del diez. Non soltanto per il metafisico slancio creativo, ma soprattutto per le sfaccettature poco convenzionali di un carattere indomabile. Hugo, come Maradona, era un ribelle che alla disciplina dell’allenamento anteponeva la sregolatezza tipica del genio. Il corpo ricevuto in dote era però assai diverso. Una lunga serie di guai fisici, culminati con un grave infortunio al ginocchio, costrinsero el Mono ad abbandonare il calcio all’età di ventisei anni, e il gol che fece trionfare il Boca nell’81 restò di fatto il bagliore più luminoso di una carriera destinata progressivamente ad ingrigirsi. Hugo girovagò per altri due anni nell’anonimato dei campi di periferia, distillando le ultime gocce di un talento prematuramente appassito, prima di appendere le scarpette al chiodo. Pochi mesi più tardi, il 26 luglio 1988, nacque suo figlio Diego. Il nome, in quell’ottica di rimandi, costituì fin da subito un lascito ingombrante. Così come il cognome e l’apodos di el Monita, evocativi come pochi altri tra i sobborghi di Buenos Aires.

L’infanzia di Diego Perotti, trascorsa all’ombra di due modelli monolitici come Maradona e il padre Hugo, è stata inevitabilmente massacrante da un punto di vista emotivo. Diego, a differenza del padre, ha mostrato fin dalla tenera età i tratti antropologici di un anti-eroe: timido, introverso, fragile. Tanto nella psiche quanto nel corpo. La prima esperienza nelle giovanili del Boca lo segnò a tal punto da pensare di abbandonare il calcio. Gli allenatori lo consideravano eccessivamente gracile e privo di quella forza d’animo che su un rettangolo verde, così come nella vita, serve ad ergersi al di sopra della massa. L’aurea del padre poi finì inevitabilmente per ingigantire le aspettative, alimentando illegittimi pregiudizi. Veniva trattato con poco tatto dai tecnici della cantera  che –come lui stesso ha dichiarato in una intervista dai toni molto intimi rilasciata alla testata SPORT – lo lasciavano spesso fuori durante le partite infrasettimanali. La selezione era durissima: bisognava dimostrare che il calcio, più che una fonte di divertimento, fosse la vocazione della propria esistenza. A ben vedere, Diego amava il calcio e il calcio amava Diego. Il ragazzo nativo di Morón era soltanto troppo giovane per capire quanto la vita potesse far male.

L’ASCESA DI DIEGO, TRA RIMANDI E ANALOGIE

La pisadita è uno dei gesti tecnici più iconici del fútbol argentino. Consiste nella capacità, quasi istintuale, di far scivolare il pallone sull’erba utilizzando la suola, attraverso una pluralità di tocchi ritmicamente ripetuti. Sembra quasi che la sfera di cuoio diventi il prolungamento naturale del piede, come se esistesse una qualche condizione di continuità tra l’arto umano e l’oggetto. Evocando le premesse iniziali, certe movenze non si possono insegnare. Fanno parte di una chimica ancestrale che si pone al di sopra di qualsiasi esercizio. Un atto poetico più che una questione di applicazione costante.

Il Deportivo Morón , squadra della sua cittadina natale, non ci pensò su due volte ad investire su Diego Perotti rendendosi conto che un tale talento non potesse andare sprecato. Diego infatti, all’età di sedici anni, aveva chiuso ogni rapporto con il calcio decidendo di dedicarsi anima e corpo allo studio. Delle volte il richiamo verso ciò che naturalmente ci appartiene è più forte della stessa volontà di affrancarsene. Il modo in cui danzava sul pallone testimoniava quanto, al netto di ogni lacrima e indipendentemente da qualsiasi sofferenza, il calcio restasse la sua vocazione più grande. Decise di accantonare la triste parentesi col Boca e di ripartire dai campi della periferia argentina. Ecco lì un altro rimando: la carriera di el Monita iniziava proprio dagli stessi luoghi in cui quella di el Mono era invece malinconicamente terminata. Una realtà lontana dai condizionamenti di un ambiente esigente era tuttavia il contesto più indicato per far sbocciare il talento di Diego. Un talento non irriverente, ma pacato, timido, introverso.

Terminò la trafila di formazione nel settore giovanile, per poi esordire in prima squadra all’età di diciott’anni. Ma dimostrò ben presto di essere inadeguato ai campi della Terciera División da cui aveva scelto di ripartire. Arrivarono così le prime chiamate nelle nazionali giovanili, ed un’offerta dal vecchio continente che difficilmente avrebbe potuto rifiutare: il Siviglia lo prelevò dai polverosi campi delle pampas per 200 mila euro aggregandolo alla squadra B della Segunda División . Perotti stava per sbarcare in Europa esattamente come l’altro Diego – che tra l’altro militò nel Siviglia nella stagione 1992-93 – dal quale pareva aver ereditato quell’esclusiva ed intima capacità di relazionarsi col pallone. Il corpo che la vita gli aveva donato era però assai simile a quello del padre.

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L’esperienza in terra andalusa iniziò subito nel migliore dei modi: Perotti segnava poco (appena 3 gol in 52 presenze), ma l’inserimento nel contesto europeo ne stava temprando il carattere e le abilità tecniche. Nel gennaio del 2009 Manolo Jiménez, allenatore del Siviglia, lo chiamò nella Liga facendolo integrare gradualmente nel giro della prima squadra. Il calcio spagnolo offriva una soluzione di continuità evidente con il suo percorso di formazione in terra argentina: l’estro sudamericano si sposava alla perfezione con un contesto tattico non opprimente, che ne esaltava a pieno la libertà creativa. Diego superava l’uomo con disinvoltura, mostrando al tempo stesso una discreta capacità di ripiegamento. Jiménez gli ritagliò uno spazio come esterno sinistro di un centrocampo a quattro, sfruttando tutte le doti del nativo di Morón: poteva prendere il fondo e crossare col mancino oppure accentrarsi e convergere verso la porta utilizzando il piede forte. Il quadrilatero offensivo sevillano era tra i più completi in circolazione: sugli esterni Perotti e J. Navas aprivano il campo, in avanti Negredo e Luis Fabiano costituivano una minaccia offensiva potenzialmente letale.

E’ il 23 maggio del 2009 e il Siviglia è in lizza per un posto in Champions League: nell’Estadio Ramón Sánchez-Pizjuán, il Deportivo la Coruña protegge con caparbietà lo 0-0, nullificando per 90 minuti ogni sortita offensiva dei rojiblancos. A tempo quasi scaduto, Adriano si intrufola in area di rigore e scodella sul versante opposto per l’occorrente Perotti. Diego, proprio come il padre Hugo, taglia con decisione verso la porta, assecondando la traiettoria del pallone. E’ bastata una docile deviazione col capo – non proprio il piatto forte – ad innescare un’esplosione emotivamente sconvolgente. Grazie a quel gol il Siviglia archiviò matematicamente la qualificazione in Champions, e Perotti, alla sua prima rete con la formazione andalusa, si ascrisse a quell’Olimpo di calciatori capaci di scuotere in maniera prorompente le viscere di un’intera tifoseria. In una notte Diego diventò un eroe in terra iberica proprio come il padre, ventotto anni prima, era diventato l’idolo della Bombonera.

Pochi mesi più tardi arrivò l’esordio con la nazionale maggiore: nel novembre del 2009 subentrò a Leo Messi nei minuti finali di Spagna-Argentina, scalando velocemente le gerarchie nell’aristocrazia del calcio intercontinentale. In quei pochi istanti in cui calcò il verdissimo prato del Vincente Calderón, Diego probabilmente pensava di avercela fatta. La sua parabola assomigliava sempre di più a quella del padre, e soprattutto ricalcava seppur flebilmente i passi di quell’altro Diego. I segnali trasmessi dal destino apparivano inequivocabili: quella notte seduto in panchina ad allenare la Selección c’era proprio Diego Armando Maradona. El Pibe de Oro ne aveva legittimato il genio calcistico, autorizzando il battessimo di una fulgida promessa. Mentre quel gioco di rimandi e analogie prendeva sempre più corpo, Perotti però si avvicinava sempre di più verso l’abisso.

LA CADUTA DI DIEGO, TRA RIMANDI E ANALOGIE

La due stagioni seguenti trascorsero all’insegna di una crescita costante, più da un punto di vista individuale che collettivo: nell’annata 2009-10 Perotti divenne una pedina fondamentale nello scacchiere di Jiménez, collezionando 21 presenze e 4 gol che fruttarono al Siviglia il quarto posto nella Liga e la prestigiosa vittoria della Copa del Rey; un anno dopo le statistiche individuali furono addirittura migliori: le presenze salirono a 32, ma il cammino europeo della formazione andalusa subì una brusca frenata ai preliminari di Champions contro il Braga, per poi interrompersi definitivamente ai sedicesimi di Europa League contro il Porto. Qualcosa nell’ambiente sivigliano prese a scricchiolare, mentre le prime avvisaglie di un inspiegabile decadimento fisico fecero vacillare l’ascesa del Monita. A cavallo tra il 2009 e il 2011 diversi e ripetuti fastidi muscolari costrinsero più volte Perotti a stringere i denti, e spianarono la strada ad una serie di infortuni ben più gravi: all’alba della quarta stagione in terra iberica Perotti subì la rottura delle fibre muscolari del bicipite femorale. Tra periodi di totale inattività e costanti ricadute, trascorse così la prima parte del campionato in infermeria. Rientrò nel gennaio 2012, giocò giusto qualche partita per poi fermarsi nuovamente: un’operazione ad un’ernia del disco fece calare il sipario su una stagione di drammatica involuzione.

Il calvario fisico di Perotti si evolveva sullo sfondo di un quadro societario in piena rivoluzione. Nel giro di quattro anni il Siviglia cambiò altrettanti allenatori: Jiménez, esonerato nel pieno della stagione 2009-10 fu sostituito dall’allora allenatore in seconda Giráldez. Toccò poi a Gregorio Manzano guidare i rojiblancos ma le fallimentari esperienze europee spinsero il club andaluso a rinnovare nuovamente il progetto tecnico, affidandosi alle intuizioni di un giovane allenatore emergente, Unai Emery. Emery provò a reinserire Diego in un contesto di profondi cambiamenti strutturali, ma i costanti problemi fisici si opponevano a qualsiasi riabilitazione. La condizione emotiva di Diego era assai vicina a quella in cui versava nei primi anni in cui si era avvicinato al mondo del calcio, un concentrato di rabbia, sofferenza e frustrazione. Si faceva sempre più insistente la tragica idea di doversi congedare da un mondo che l’aveva prima sedotto e poi brutalmente abbandonato. Diego prendeva coscienza di quanto la sua vita assomigliasse sempre più a quella del padre.

Un primo tentativo di rinascita avvenne nel gennaio del 2014. Il progetto di Diego era quello di abbandonare temporaneamente il contesto europeo per ritrovare forma e condizione in patria. Si accasò così al Boca Juniors, la squadra con cui da ragazzino aveva intrapreso una torbida relazione di amore ed odio. I minuti giocati in mezza stagione furono appena 32, e nel giugno dello stesso anno fece ritorno al Siviglia. Sebbene i punti di domanda sul suo futuro fossero tanti e asfissianti, qualcuno appariva ancora deciso a puntare su di lui.

DA GENOVA A LA BOCA, ANDATA E RITORNO

La Boca è un quartiere situato nella periferia orientale di Buenos Aires. I migranti genovesi, che lo colonizzarono alla fine dell’800, lo resero uno dei sobborghi più pittoreschi dell’intera capitale argentina. Nel 1905 furono proprio gli xeneizes (deformazione dal dialetto ligure di Zeneize, i genovesi) a fondare il Boca Juniors, dando vita a quella che sarebbe diventata una delle formazioni più blasonate a livello planetario, fucina di talenti e di trofei. Diego, papà Hugo e Maradona giocarono tutti e tre con la camiseta gialla e blu del Boca. Ma soltanto uno di loro stava per compiere il percorso inverso rispetto a quello che i viaggiatori genovesi effettuarono più di un secolo addietro. Gli eccentrici accostamenti di colori che rendono la Boca uno dei quartieri più affascinanti di tutta Buenos Aires, sono un tributo iconografico alla creatività, la stessa creatività è insita nelle intuizioni di un diez. I genovesi avevano affrescato un sobborgo in rovina, ridandogli anzitutto una rispettabilissima identità culturale. Diego era pronto a ricambiare il favore: la proposta di riscatto del Monita, ironia del destino, giungeva proprio dalla città della Lanterna. Genova, sponda rossoblù, era la piazza adatta per iniziare un nuovo capitolo della sua esistenza.

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Il modello di calcio proposto da Gasperini, basato sul dinamismo e l’interscambiabilità degli esterni, sembrò fin da subito cucito addosso alle caratteristiche tecniche di Diego. Fu impiegato da esterno offensivo nel tridente d’attacco, in una posizione in cui era chiamato a coniugare l’innata attitudine al dribbling e al suggerimento smarcante, con un intenso lavoro di ripiegamento in fase di non possesso. L’esordio avvenne il 24 agosto 2014 durante una sfida di Coppa Italia a Lanciano, in uno di quei campi di periferia che tanto ricordavano le battaglie combattute con il suo Deportivo Morón. Il primo gol arrivò pochi mesi più tardi, il 5 ottobre, contro il Parma. L’esplosione emotiva che deve aver generato quella rete, sarà stata molto simile a quella indotta dal gol che regalò al Siviglia la matematica qualificazione in Champions League. Una gioia forse alterata dalle cicatrici che portava dentro, ma che celebrava allo stesso tempo un’insperata redenzione. Superati i guai muscolari, el Monita stava lentamente rinascendo. Esattamente come l’altro Diego, aveva ritrovato in Italia le condizioni giuste per ripartire.
Nonostante l’esperienza in rossoblù gli avesse restituito nuova linfa, il cammino del Genoa nella stagione 2014-15 fu decisamente deludente: il Grifone raggiunse il 6° posto ma a causa del mancato ottenimento della licenza Uefa non poté prendere parte all’Europa League. La frustrazione generata da quel verdetto fu tale da spingere Diego ad interrogarsi sul suo futuro. Tutto sommato stava lentamente ritornando ai livelli di un tempo, sebbene l’età iniziasse a farsi sentire. Giocò un’altra mezza stagione col Genoa per poi rispondere alla chiamata della Roma: un’occasione troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire. D’altronde aveva prestato fede ad un fine patto col destino colorando Genova con le più sgargianti fantasie cromatiche, le stesse che rendono la Boca uno spettacolo per gli occhi e per il cuore.

DIEGO, TOTTI E IL TATUAGGIO

Il punto più alto della sua carriera alla Roma, è probabilmente questo inizio di stagione: tre gol in due partite sono un bottino impressionante, considerando che Diego, per inclinazione naturale, ha sempre preferito confezionare un assist piuttosto che concludere in porta. Nel tridente atipico di Spalletti ha ampliato notevolmente il suo raggio d’azione, ricoprendo oltre al più convenzionale ruolo di esterno d’attacco anche quello di falso nueve. Una novità che si aggiunge ad un bagaglio tecnico notevolmente accresciuto durante la sua permanenza in Italia. L’aspetto probabilmente più interessante della sua esperienza nella Capitale resta però il confronto, tacito e difficile da decodificare, con un altro diez.

Al rientro dalle vacanze estive Diego Perotti ha fatto mostra di un insolito tatuaggio, dai gusti decisamente opinabili, ma profondamente denso di significato. Si tratta di un cover-up tattoo, un disegno che ne copre un altro già esistente. L’immagine incisa in prossimità della carotide raffigura un pallone, posto in secondo piano, e uno scarpino che porta con sé un messaggio inequivocabile: il numero impresso sull’epidermide, in prossimità della linguetta, è il dieci. Mi sono spesso interrogato sul rapporto che intercorre tra Diego Perotti e Francesco Totti, senza tuttavia riuscire a trovare una risposta. Tra i due sussiste sicuramente un senso di profondo rispetto. Il moto di venerazione dell’uno fa da contraltare al sentimento di malinconia che si dipana nell’altro nel vedere una creatura assai simile a sé stessa, per movenze e per il modo di concepire il calcio. Quando alla prima giornata di campionato Perotti ha siglato la sua prima doppietta in maglia giallorossa, calciando due rigori nella medesima partita, è come se tra i due si fosse creata una sorta di connessione emotiva ancora più intima. Il tiro dal dischetto, nella Capitale, è stata sempre una questione del Capitano. Adesso, relegato ad un minutaggio che si adegua ad un fisico non più prestante come una volta, Totti sembra aver legittimato il passaggio di consegne. Chissà cosa ha pensato Francesco alla vista di quel tatuaggio sul collo di Diego. Non credo abbia colto un gesto di sfida o i presupposti di un atto di lesa maestà, ma più semplicemente ne ha riconosciuto i desideri più intimi. Assecondando il carattere introverso del Monita, quel tatuaggio è l’espressione più genuina della sua essenza. Lui si sente un diez e non potendo portare quel numero sulla maglia, ha pensato bene di inciderlo, col sangue, sulla pelle.

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Diego Perotti ha sedotto due emisferi con l’estetica di un calcio frutto del genio. L’eleganza e la nobiltà dei suoi piedi si legano ad un’anima sì tormentata ma che non si è mai scomposta. Diego ha sempre ostentato una regalità apparente, segregando i vortici di un’esistenza complessa. Ha mostrato al mondo la sua patina dorata, scegliendo l’esilio quando il corpo non rispondeva alla raffinatezza del suo pensiero. Poi è tornato, occultando le paure. Adesso vuole semplicemente correre, in pieno controllo del pallone, senza guardarsi più indietro. Con le movenze di un diez, tanto sul campo che nello spirito.

Aspirante giornalista sportivo, gioca a pallacanestro con soddisfacente insuccesso. Nichilista e assiduo divoratore di libri. Ama il mare d'inverno.

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