Diego Forlan è resiliente

Il vocabolario definisce resilienza come: “la capacità di un materiale di assorbire un urto senza rompersi. In ambito psicologico il concetto indica la capacità di una persona di affrontare e superare un evento traumatico o un periodo di difficoltà“.

Un calciatore che in carriera ha fatto del superare periodi professionalmente poco floridi e dimostrare a se stesso e agli altri quanto valesse il suo mantra, è Diego Forlan, per tutti “El Cachavacha”.  Di Forlan non colpiscono doti fisiche come la velocità o la forza o la sensibilità dei piedi. Colpiscono piuttosto l’impegno messo in ogni partita (cosa per la quale rimane apprezzato anche dai tifosi del Manchester United dove in realtà non ha fatto vedere le sue migliori cose), la capacità di usare bene il sinistro tanto quanto il destro; ed in più il fatto che sia un giocatore dotato di grande intelligenza, capace di leggere ottimamente la situazione e attaccare lo spazio. Non stupisce quindi che abbia fatto molti gol in un attacco a due punte con a fianco giocatori come Suarez o El Kun Aguero. Attaccanti che si muovono con molta libertà nella trequarti e hanno il piede per servirlo in profondità o per saltare l’uomo e imbeccarlo a centro area.

Le origini

Prima di tutto però Forlan è figlio e nipote d’arte: suo padre, Pablo Forlan, è una leggenda del Penarol de Montevideo (con cui ha vinto 4 campionati, una Libertadores e una intercontinentale), mentre suo nonno è stato un difensore dell’Independiente in Argentina e poi allenatore della nazionale dell’Uruguay. Entrambi sono accomunati dall’aver vinto la Copa América con la Celeste da giocatore e da allenatore. Si potrebbe pensare che Diego avesse una spada di Damocle a pendergli sopra la testa con una carriera da calciatore già scritta e delle aspettative da rispettare. Invece non è così. Da giovane oltre al calcio c’era un’altra passione che dominava il suo cuore: il tennis; era un buon atleta e aspirava a prendere la via del professionismo racchetta in mano.

Tutto cambia nel 1991. Sua sorella Alejandra e il suo ragazzo restano vittime di un incidente in macchina. Lei rimarrà paralizzata mentre lui non si salverà. Diego Maradona, amico del padre Pablo, si offre di organizzare una partita di beneficenza per raccogliere i soldi delle spese mediche e Diego Forlan promette a sua sorella sul letto d’ospedale che sarebbe diventato un calciatore famoso e le avrebbe portato i migliori medici al mondo.

Oggi assieme ad Alejandra portano avanti un’associazione che ha lo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica ai problemi della guida pericolosa. Inizia così la sua carriera nel calcio professionistico. Nel ’91 entra nelle giovanili del Danubio ma resta poco e non esordirà nel suo paese natio che a 37 anni. Nel ’95 tenta subito il colpo grosso con un provino in Francia al Nancy, dove viene però rifiutato.

Gli anni argentini e l’Independiente

La sua carriera svolta quando arriva in Argentina. L’Independiente punta su di lui e nel ’98, a 19 anni, lo fa esordire in prima squadra. Di quella formazione entrano poi a farne parte Gabi Milito, fratello di Diego che andrà poi al Saragozza (e più tardi al Barça di Pep) in Spagna e dal 1999 un ragazzo del Real Madrid acquistato dalle giovanili dell’Argentinos Junior e girato in prestito: Esteban Cambiasso.

E’ in questo periodo che Cambiasso e Forlan ricevono i soprannomi che finiranno per accompagnarli per il resto della carriera: “El Cuchu” e “El Cachavacha” vista la somiglianza con due personaggi dei cartoni animati. Entrambi andranno a diventare grandi in Europa. Non si incontrano in Spagna ma finiranno per giocare nuovamente assieme nell’Inter.

All’Independiente Forlan non vince, anzi la squadra fatica e in quattro anni arriva quattordicesima, diciottesima, nona e ultima; tuttavia lui si mette in mostra e piazza 40 gol in 91 presenze. Nel Gennaio del 2002 Il Manchester United sborsa 11 milioni di euro superando la concorrenza del Middlesbrough e Diego sbarca in Inghilterra. Grazie alla sua cessione e a quella di Vuoso al Manchester City inoltre, il club argentino riuscirà a salvarsi dai debiti che la stavano stritolando.

La Premier e lo United

La resilienza di Forlan ha origine da questo periodo, che Gary Neville nella sua autobiografia chiama ironicamente “The Djemba Djemba years”  in riferimento ad alcuni acquisti non redditizi di questi anni (oltre a Forlan, appunto Djemba Djemba, ma anche Kleberson che arrivò nel 2003 assieme a CR7). Il periodo dello United mostra a tutti chi è veramente Forlan, ovvero uno che ci mette sempre il massimo dell’impegno in partita e in allenamento, uno che pur non riuscendo non demorde e continua a correre fino allo stremo. Queste sono quelle cose che ti assicurano il rispetto dei compagni e ti fanno entrare nel cuore dei tifosi. Solskjaer dirà di lui “si allena più duramente di qualsiasi altro calciatore con cui mi sia mai allenato in carriera”.

Perfino un duro come Roy Keane rimane impressionato dalla sua voglia ed è uno dei primi a dire di guardare oltre il periodo sfortunato, oltre la mancanza del gol: “Se un giocatore ci prova, e Diego ci provava sempre, allora poteva stare nel gruppo. Noi lo abbiamo sostenuto. Glielo dicevamo sempre che era solo sfortuna e che sarebbe andata meglio la volta successiva”.

Passa 8 mesi, 27 presenze, segna sbloccarsi fino a che durante una partita di gironi di Champions League contro il Maccabi Haifa Beckham si procura un calcio di rigore. Diego gli chiede di poterlo battere. Siamo all’ultimo minuto e i Red Devils sono in vantaggio 3-2, non sarebbe un gol decisivo ma per lui è troppo importante trovare quel primo centro che potrebbe sbloccarlo psicologicamente. Gol. L’inizio dell’ascesa?  Non proprio.

Dopo quella rete inizia un periodo positivo tra Ottobre e Dicembre 2002 in cui finalmente Forlan trova continuità di prestazione e segna delle reti pesanti. Contro l’Aston Villa un suo colpo di testa a 13 minuti dalla fine regala il pareggio allo United e nello scontro successivo un suo gol meraviglioso di destro da fuori, su assist de La Brujita” Veron al 90’ permette di sconfiggere  2-1 il Southampton. Qui nell’esultanza, Diego si toglie la maglia e si getta tra i tifosi, dove ovviamente qualcuno dquesti riesce a farla sua. Nel riprendere a giocare non riesce a farsela restituire e passa gli ultimi secondi della partita a petto nudo con in mano una casacca sostitutiva. Grazie a questo episodio dalla stagione successiva la Fifa introduce il ban contro chi esulta levandosi la divisa, pena l’ammonizione. Segna poi la sua prima doppietta nella gara ad Anfield contro il Liverpool di inizio dicembre, con la collaborazione di Dudek che sul primo gol commette una colossale papera passata alla storia. Segna ancora a gennaio contro il Chelsea e conclude la stagione con 6 gol in Premier. Lo United vince il campionato quell’anno spodestando l’Arsenal di Henry e Wenger anche grazie a questi gol e lui sembra essersi finalmente ambientato al clima inglese e al calcio europeo. Ma così non è.

La stagione 2003/04 lo vede bloccato fino alla decima giornata quando segna nella sconfitta 3-1 contro il Fulham. A Gennaio sembra già chiaro quale sarà il suo destino quando lo United ingaggia Saha proprio dai Cottagers; da quel momento in poi Diego viene chiamato in causa solo altre sette volte e viene escluso dalla squadra che vince la FA Cup. Chiude con 7 gol di cui 4 in Premier, 2 in Champions e 1 in FA Cup e in estate sir Alex lo lascia andare per puntare forte su un ragazzino lentigginoso dell’Everton di nome Wayne Rooney.

In 98 presenze in maglia Red Devils Forlan ha collezionato solo 17 gol, anche se c’è da aggiungere che di queste 98 apparizioni, 61 sono da subentrato e di queste 43 lo hanno visto in campo meno di 20 minuti e altre 16 per meno di dieci minuti. A contribuire a questo insuccesso la pesante concorrenza che l’uruguaiano aveva nel reparto. Ferguson lo prese per rimpiazzare Andy Cole, ma al suo arrivo si trovò davanti un Solskjaer ancora nel pieno della carriera (era alla sua sesta stagione allo United, terminata poi con 25 gol) e soprattutto Ruud Van Nistelrooy che anche se arrivato nella sessione estiva di pochi mesi prima era reduce da un’annata da 24 reti (la competizione tra i due sforò anche in ambito tennistico durante una preseason negli USA come raccontato dallo stesso Forlan).

Su ammissione di Ferguson nella sua biografia, l’olandese voleva essere il finalizzatore della squadra, caratteristica mentale anche di Forlan, ragion per cui nel momento in cui si è provato a farli giocare assieme tra i due non c’è stata chimica, in più è arrivato in un momento in cui l’allenatore stava modificando il suo modulo da un 4-4-2 verso un sistema a una punta per mettere in risalto l’oiandese: “Diego gioca meglio con a fianco un partner, ma ha realizzato alcuni gol meravigliosi. È un buon giocatore e un grande professionista”.

Il suo nome non risalta tra i più grandi marcatori della storia del club, ma certamente ancora oggi è ben ricordato dai tifosi come dimostrano anche le immagini di un Man. United-Sunderland dello scorso anno.

Forlan United

Il Villareal e il primo Pichichi

A 25 anni sbarca in Spagna al Villareal per 3,2 milioni di euro. Una nuova occasione per dimostrare che lui tra i grandi ci può stare e che l’esperienza negativa gli ha lasciato un insegnamento che invece di indebolirlo lo ha reso migliore.

I sottomarini gialli assieme a lui quell’anno prendono anche Gonzalo Rodriguez dal San Lorenzo, Sorin dal Cruzeiro, e a gennaio Figueroa; questi si aggiungono a un gruppo che già vedeva giocatori del calibro di Pepe Reina, Arruabarrena, Marcos Senna, Josè Mari e dal settore giovanile Santi Cazorla. Più di tutti però in quel gruppo c’era uno dei più grandi “10” di sempre: Juan Roman Riquelme.

Forlan arriva e segna subito alla prima giornata nel derby contro il Valencia e stavolta il momento non si consuma velocemente come in Inghilterra.
Diego fa fuoco e fiamme e segna in altri tre incontri consecutivi a Ottobre. Alla pausa natalizia è a quota 14 gol su 15 partite e inclusa c’è una delle tre reti con cui il Villareal batte il Barca.

Sotto mister Pellegrini si dimostra costante per tutto l’anno e arriva a due giornate dalla fine a quota 20 gol in campionato. Davanti a lui nella classifica marcatori ci sono Eto’o e Ricardo Oliveira (forse vi ricorderete di lui per qualche comparsata nel Milan del 2006/07).

Il punto esclamativo sulla stagione è suo: segna una tripletta che vale il 3-3 contro il Barcellona al Camp Nou e poi chiude le pratiche all’ultima con doppietta nel 4-1 al Levante. 25 gol in 38 partite, Pichichi e anche scarpa d’oro davanti ad Henry. Il Villareal lo consacra tra i migliori bomber d’Europa; l’anno dopo segna 10 gol in 32 partite e con Riquelme portano la squadra fino alla semifinale di Champions League, dove però si devono arrendere all’Arsenal.

Nell’anno che segue i mondiali di Germania ne fa 19 in 36 di Liga e conclude la sua avventura con i sottomarini gialli con 54 gol in 106 presenze.

L’Atletico Madrid: il secondo Pichichi e l’Europa League

A Madrid si è appena liberato un posto per un attaccante. Fernando Torres, capitano dei Colchoneros, fa le valigie e per la cifra monstre (all’epoca) di 38 milioni di euro va a deliziare telecronisti e tifosi ad Anfield. L’Atletico compra Forlan per 21 milioni di euro e lo va ad accoppiare al ragazzino argentino che sta iniziando a emergere, El Kun Aguero. Per dirla tutta nella stessa sessione di mercato arriva anche un giovane Diego Costa dai portoghesi del Braga ma, anche a causa di Forlan, fino al 2012 non avrà mai una vera chance e verrà girato in prestito a Celta Vigo, Albacete, Real Valladolid e Rayo Vallecano.

Prima stagione nella capitale spagnola e dopo un inizio che lo vede a segno nelle prime quattro giornate consecutive, chiude con 16 gol che aiutano i rojiblancos a qualificarsi in Champions League, competizione che mancava dalla stagione 96/97. La specialità della casa arriva l’anno dopo. Altro Pichichi e altra scarpa d’oro: ne fa 32 in 33 partite di Liga e 35 su 45 partite stagionali. Nelle ultime giornate di campionato è indomabile e grazie alle sue prestazioni l’Atletico agguanta un’altra qualificazione in Champions. Segna al 90’ contro L’Espanyol regalando la vittoria ai suoi e poi ancora l’1-0 che permette di battere il Valencia alla terzultima, una tripletta alla penultima contro il Bilbao contro il quale l’Atletico vince 4-1 e infine mette la firma anche in  uno dei 3 gol con cui schiantano l’Almeria all’ultima giornata. Tutto procede bene e invece ancora una volta El Cachavacha dovrà dimostrare a tutti la sua resilienza.

La stagione che porta al mondiale in Sud Africa inizia malissimo. L’Atletico perde 3-0 la prima col Malaga e in totale ne vince solo due delle prime 8. Dalla nona giornata subentra come allenatore a Resino Quique Sanchez Flores ed è la svolta. Nella prima parte di campionato anche a causa del momento della squadra Forlan segna solo 6 gol, ma da Gennaio in poi ritrova l’ispirazione e ne farà 12, chiudendo poi a quota 18. In più la squadra raggiunge la finale di Copa del Rey, che però perde 2-0 contro il Siviglia. La ciliegina sulla torta però è un’altra. I “colchoneros” escono ai gironi di Champions League, ma diventano protagonisti e andranno a vincere la prima edizione dell’Europa League.

In finale col Fulham Forlan si dimostra ancora decisivo: prende un palo dopo pochi minuti, sblocca la partita  sfruttando un errore di Aguero e nel secondo tempo supplementare segna (su assist del Kun) il gol che decide la partita e si lascia andare a un’esultanza liberatoria ancora una volta senza maglia.

Eredità di famiglia: leader della Celeste

Dopo aver dimostrato il suo valore in Europa, per Diego è ora di assolvere al proprio destino. La maglia della Celeste lo chiama e come suo nonno e suo padre prima di lui, è in dovere di onorarla. Nel 2002 assieme a uno dei suoi idoli, “El Chino” Recoba,  fa parte della spedizione che esce ai gironi dei mondiali nippo-coreani (segna un gol nell’inutile partita contro il Senegal). Nel 2006 l’Uruguay non si era qualificato per la Germania, ma in Sud Africa c’è e lui vuole essere una guida per i suoi.

In una selezione che presenta come capitano Diego Lugano, supportato in difesa da un giovane Diego Godin, lui è la stella in attacco, coadiuvato da Suarez e con Cavani a fare la riserva di lusso.
Inizia la competizione con una doppietta contro i padroni di casa, serve un assist a Suarez negli ottavi contro la Corea del Sud e segna ancora una spettacolare punizione nei quarti contro il Ghana (match passato alla storia anche per il fallo di mano di Suarez a impedire il gol del pareggio agli africani).

L’Uruguay perde la semifinale contro l’Olanda e poi la finalina per il terzo posto contro la Germania ma Forlan segna ancora in entrambe le partite e contro i tedeschi inchioda l’ultimo tiro del match, una punizione dal limite, sulla traversa. Conclude il torneo con 5 reti e vince il premio di miglior giocatore della competizione.

Tornato all’Atletico vince subito la supercoppa europea contro l’Inter, ma poi finisce per segnare solamente 10 gol in 42 incontri in un anno in cui i Colchoneros arrivano quinti in campionato ed ultimi nel girone di Champions League. In estate lo chiama nuovamente la nazionale per la Copa America in Argentina. Diego ha 32 anni e sa che questa potrebbe essere l’ultima occasione per portare avanti la tradizione di famiglia e vincere il trofeo.

L’Uruguay arriva secondo nei gironi dietro il Cile, batte ai rigori nei quarti i padroni di casa dell’Argentina e supera anche il Perù in semifinale senza gol di Forlan. Questi arrivano nel 3-0 in finale contro il Paraguay. La squadra di Tabarez solleva la coppa per la quindicesima volta, più di tutti nella manifestazione e Forlan torna a Montevideo da eroe.

Forlan Atletico Madrid

Forlan ai tempi dell’Atletico Madrid
(Fonte: Getty Images)

Italia, Brasile, Giappone, Uruguay, India: il viaggio continua

Ad Agosto l’Atletico lo cede per 5 milioni di euro all’Inter e per la prima volta arriva in serie A, nella squadra del suo idolo d’adolescenza; ma soprattutto ritrova il vecchio compagno dell’Independiente Cambiasso.

Da noi Diego non è prolifico. L’Inter prova a rifondare dopo il triplete e con lui e Zarate pensava di poter mettere a posto l’attacco. Con Gasperini però non si trova, viene schierato fuori posizione, quasi come se gli si volesse a far fare lo stesso lavoro che faceva Eto’o sulla fascia. Giocatori troppo diversi i due. Dopo la sconfitta 3-1 contro il Novara Gasperini viene esonerato e al suo posto arriva Ranieri, ma la musica non cambia. A fine stagione Forlan ha segnato due sole reti e in estate viene ceduto per 2 milioni all’Internacional de Porto Alegre, squadra in cui aveva militato anche papà Pablo. Qui gioca due stagioni segnando in ognuna 5 gol.

Decide quindi di andare a provare l’esperienza del Sol Levante e nel gennaio 2014 si trasferisce al Cerezo Osaka. Anche qui esperienza da 5 gol in 19 partite, ma Diego sente di avere ancora qualche cartuccia da sparare, può ancora essere decisivo e far vincere una squadra e così fa qualcosa che nella sua incredibile carriera ancora non aveva fatto, torna a casa, per vincere nel suo paese.

Nell’estate 2015, dopo aver compiuto 36 anni, arriva al Penarol, squadra tifata da bambino e dove gioca anche un’altra vecchia conoscenza del nostro campionato, Marcelo Zalayeta.
Qui vince un titolo segnando, tra apertura e clausura, 8 gol tra i quali spicca la tripletta contro il Defensor Sporting il giorno della nascita del figlio.

Fine dei giochi? Macchè, Diego ha la mentalità aperta e la sensibilità degli uomini d’arte e così a fine stagione fa i bagagli e tenta l’esperienza indiana al Mumbai. 5 gol anche qui. E poi? Ora Diego Forlan è svincolato, ma non ancora ritirato. Scrive ogni tanto per The National e porta avanti la sua fondazione assieme alla sorella.

Diego Forlan è uno dei tanti eroi romantici che solo un calcio come quello sudamericano può regalarci, ma con in più il carattere resistente forgiato dagli anni europei, dove ha sempre dovuto lottare per dimostrare di essere decisivo, di poter stare tra i migliori e di poter portare avanti le tradizioni della sua nobile famiglia. E non stupisce che i migliori risultati li abbia ottenuti all’Atletico pre Simeone, considerata da tutti la seconda scelta; i reietti all’ombra dei più blasonati blancos. Lui è così, emerge nei contesti secondari, come il migliore degli underdog pronto a smentire chi non crede in lui.

Mario Mancuso

Piccolo calciofilo, adolescente baskettaro, mai e poi mai adulto ma per sempre amante dello sport e delle storie che è in grado di raccontare e farci vivere.