Come nasce il mito dell’Olympiakos

Come nasce il mito dell’Olympiakos

11 Maggio 2020 Off Di Matteo Albanese

È la sera del 4 novembre 2015. Il Pireo è per tradizione muto, meno accogliente dell’Acropoli e meno accomodante di Monastiraki. L’Olympiakos ospita in casa propria la Dinamo Zagabria, la Champions League tocca il Karaiskakis quando, a un tratto, una testa emerge dalla foschia color lapislazzulo del Gate 7, la curva dei tifosi di casa. Si capisce che quella distesa blu rappresenta l’Egeo. Compaiono il Partenone in tutta la maestosità con cui lo progettò Fidia e l’Acropoli che in età periclea era il simbolo dello splendore mentre ora è indice chiaro di regalità. Spunta un leone, simbolo araldico dell’Olympiakos nonché mascotte del club, seguito da un bronzeo lottatore con un cappello dello Stella Rossa. Non un dettaglio da poco, giacché i Bad Blue Boys croati sono acerrimi nemici dei serbi con cui invece – per la comune colorazione biancorossa – il Gate 7 è in ottimi rapporti.

La magia della serata è acuita da una rimonta importante, un 2-1 maturato con doppietta del subentrato Felipe Pardo al 90’, ma lo spettacolo è tutto lì. Una rappresentazione della Grecia in poche mosse, tre figure contando pure un’enorme gigantografia su cui appare un ragazzo ateniese fregiato con la corona d’alloro. Lo stemma dell’Olympiakos, che Giannis Adrianopoulos scelse appositamente, doveva rappresentare lo spirito dell’antica Grecia: il rosso personifica il coraggio e la passione, il bianco la purezza, la lealtà e un leale agonismo. L’ideale olimpico di Giannis e degli altri tre fratelli Adrianopoulos – Giorgos, Dinos e Vasilis – si fuse insieme a quello di altre 29 persone e il 10 marzo 1925 diede vita alla Leggenda. Leggenda non a caso: con 44 campionati (di cui 19 su 21 tra 1996 e 2017), 27 Coppe nazionali e 4 Supercoppe, l’Olympiakos è il club più titolato di Grecia e il nono al mondo. Per questo è soprannominato Θρύλος, “la leggenda”, dettaglio che gli ultras del Gate 7 non mancano di ricordare.


Olympiakos
Fonte: AGONA Sport

Il 4 ottobre 2018 il Gate 7 prese d’assalto Milano, immobilizzò la metropolitana e mostrò chi comandasse dinanzi al Duomo. Quella sera perse 3-1 ma il 13 dicembre successivo, a Il Pireo, vinse con lo stesso punteggio e la differenza reti permise all’Olympiakos di passare il turno proprio a scapito del Milan. La coreografia scelta per quella sera era dedicata a La Casa de Papel. Tecnicamente era accompagnata dalla scritta in italiano “la casa del trofeo”, anche se ufficialmente il nome sarebbe stato “la casa de la Leyenda”. Tutto era preparato, maschere rosse della serie tv comprese. A fine gara Kostas Fortounis si presentò proprio col volto di Dalì e la medesima cattiveria che – anche senza rapina alla zecca spagnola, la Fábrica Nacional de Moneda y Timbre – aveva accompagnato l’ennesima notte da sogno a Il Pireo.

Se Pedro Martins fosse un personaggio de La Casa di Carta, probabilmente sarebbe Berlino per temperamento accorto e sangue freddo. Il punto però è un altro: la crescente complessità di queste opere d’arte che, il 18 settembre, prima del 2-2 contro il Tottenham, ha toccato il mondo videoludico con un chiaro riferimento a Call of Duty. Tutto parte come al solito da un prato disteso, i teloni, rulli, pennelli e bombolette spray. Completata la pittura si rinforza il lembo con una rete, a sua volta alzata da una gru fino a che non s’agganci alla sbarra superiore proprio sulla testa del Gate 7. Di lì, una volta partito l’assolo della musichetta composta da Tony Britten, s’alza nel cielo de Il Pireo – e non Atene – una spessa coltre biancorossa. I calciatori applaudono, «Olym-pia-ko!» è il gemito scandito da un popolo perfettamente sincronizzato.


Olympiakos
Fonte: AGONA Sport

Le coreografie del Gate 7 attirano l’occhio indiscreto del mondo su una porzione d’Europa – la Grecia – messa alle strette dall’economia. Lo stesso calcio manifesta segni di cedimento, ai biglietti si pone un freno che non lambisce però la passione: «Μη λείψει κανείς! Η κόλαση των εχθρών είναι εδώ και βρυχάται». Tradotto: «Non mancare, l’inferno dei nemici è qui e ruggisce». E se in Grecia solitamente le curve prendono i nomi dagli ingressi dello stadio presso cui si riuniscono nel prepartita (il Panathinaikos ha il suo Gate 13, il PAOK idem col Gate 4, l’Iraklis il Gate 10), il Gate 7 non è tanto una collocazione geografica quanto la memoria perenne della tragedia che, l’8 febbraio 1981, strappò la vita a 21 tifosi per via della mancata apertura di un cancello e la pressione devastante della calca.

Anche nella maestosità delle coreografie, la cui preparazione è metodica e tendenzialmente completata nelle 24 h precedenti la gara, riflette l’esigenza di conferire memoria. «Tutte le grandi squadre d’Europa hanno guardato a Il Pireo la Leggenda della Grecia: Real, Barcellona, Atletico, Valencia, Juventus, Milan, Lazio, Dortmund, Werder Brema, Bayer Leverkusen, Liverpool, Arsenal, Manchester, Porto, Benfica, Ajax e quante altre ancora…» ricordano con onore. Che fosse il “We rule this land” apparso nel 2017 contro il Barcellona, il benvenuto ad Atene donato al PSG nel 2013 (“Piraeus means knock out”, dal tono pugilistico) o ancora la sfida all’Arsenal nel 2011 – “Score, win and let us dream” –, poco importa. Hanno abituato a questo e altro ancora.

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