Chiedimi chi è Wayne Rooney

Estate 2006; un’estate godereccia come dicono dalle mie parti: la quarta stella sul petto al primo mondiale da tifoso. Un’esperienza così non fa alimentare durante tutto il corso dell’estate una passione ormai più che sviscerata. Fra un calcio ad un pallone e una partita alla play station, lo conobbi per la prima volta. Aspetto non bello (come d’altronde l’altro uomo di copertina del Fifa dell’epoca, Ronaldinho), corporatura robusta ma bassa statura, faccia tonda da peluche e nome da poter storpiare facilmente. Mesi e mesi a cercare di capire se Rooney si pronunciasse “Ruunei” o “Roooni”. Ecco, ormai il nome l’ho detto (almeno credo): uno di quei nomi che per la mia generazione è stato ed è ancora un simbolo.

Uno di quelli che si era affacciato nel calcio che conta proprio mentre noi, generazione ’90, scoprivamo le mirabilia del pallone per la prima con gli occhi di chi sa di aver di fronte un giocatore di quelli speciali. Uno dalla storia alla “Jimmy Grimble”, tanto per restare in clima anglosassone.

Un giocatore con cui la mia vita si è incrociata tantissime volte, in Champions League o in Nazionale, passando per la Playstation e per i banchi di scuola dove lo spacciai una volta come poeta inglese ottocentesco beffando una ingenua professoressa d’inglese che mi diede la sufficienza. Non me ne voglia il ministro dell’istruzione, ma chissà; forse anche lei non poteva esimersi dal riconoscere l’importanza storica dell’attaccante inglese, fra i più talentuosi e controversi della nostra epoca, proprio come uno di quegli artisti di fine ottocento.

La storia di Wayne Rooney è fatta un po’ di tutto; nascita nel difficile Croxteth, sobborgo di Liverpool, da una famiglia d’origine irlandese (etnia paveema questa è un’altra storia) . Superfluo specificare la fede cattolica dell’attaccante, sempre sviscerata senza alcun problema in una terra che del cattolicesimo spesso ha fatto il suo miglior nemico (leggasi pezzo del redattore, ndr). Una educazione religiosa da bambino che lo portò a dire che qualora non avesse avuto successo nel mondo del calcio, sarebbe diventato un sacerdote. Accanto alla fede spirituale, la fede calcistica: come gran parte delle persone d’origine irlandese nel Merdeyside, pende per l’Everton.

L’ingresso a 11 anni nelle giovanili del club e subito numeri su numeri che portano il ragazzo a far parlare di se in brevissimo tempo. A 16 anni l’esordio in Premier League e, a pochi giorni dal suo diciassettesimo compleanno, decide di farsi conoscere con un destro a giro da 25 metri all’ultimo minuto che batte Seaman e ferma il record di 30 risultati utili consecutivi del terribile Arsenal di Thierry Henry. È il 19 ottobre del 2002.

Due stagioni a Goodison Park e le splendide prestazioni ad Euro 2004 in Portogallo lo portano definitivamente alla ribalta del calcio mondiale e, proprio a fine mercato, il Manchester United sborsa ben 39 milioni di Euro (cifra record allora per un giovane di 18 anni, più o meno la stessa cifra spesa dalla Roma per comprare Schick) per accaparrarselo. Il resto è storiaformato da una miriade di reti (Miglior marcatore di tutti i tempi dei Red Devils e della Nazionale Inglese) e di trionfi (5 Premier League, 4 Coppe di Lega, 1 Coppa d’Inghilterra, 6 Community Shield, 1 Champions League, 1 Europa League e 1 Mondiale per Club).

Cifre e numeri da assoluto campione. Eppure troppo spesso sia ha l’impressione che quel Golden boy che nell’estate del 2004 infiammò il mercato non abbia mantenuto le aspettative, in maniera alquanto controversa. Vedendo appieno il clou della carriera di Wazza, prima col guru Sir Alex Ferguson, che di campioni ne ha allenati, per finire con Mourinho, che l’ha di fatto scaricato facendolo tornare questa estate all’Everton, passando per Ruud Van Gaal, con cui prende la fascia di capitano, David Moyes e, brevissimamente, Ryan Giggs, i quesiti da porsi e le risposte da dare non sono mai troppo semplici.

Il clichè di “Genio e Sregolatezza” alla George Best, altra stella del Manchester nonché irlandese (anche se della parte protestante) è probabilmente forzato, anche se qualche episodio discutibile durante la sua carriera c’è sicuramente, ed il soprannome “Wazza” (che richiama al “Gazza” che fu di Paul Gascoigne) nonostante fosse per una vaga somiglianza fisica e calcistica con l’ex attaccante scozzese, sembra casualmente combaciare anche per altri lidi.

Fra gli episodi controversi della carriera di Rooney, il più celebre è certamente l’espulsione nei quarti di finale del mondiale 2006 contro il Portogallo per un calcio nelle “parti basse” rifilato a Ricardo Carvalho. Un episodio dal portamento animalesco che forse il pubblico inglese non era più abituato a vedere: dopo anni di autentici macellai come Vinnie Jones, Stuart Pearce o Duncan Ferguson era venuto fuori un certo David Beckham, che fra modo di giocare e atteggiamento incarnava tutt’altro che lo stereotipo di calciatore inglese a cui l’immaginario collettivo era abituato. Un giocatore fine, elegante e forse troppo diverso che in un certo momento è diventato il modello da seguire.

Rooney probabilmente, essendo fan di quel Duncan Ferguson che giocava attaccante per il suo Everton, si sarebbe destreggiato più facilmente nel primo filone e, forse, si è trovato nell’era sbagliata. Non solo sbagliata a livello di successi con la nazionale nonostante le molteplici reti; oltre alle due eliminazioni contro i lusitani ai rigori, abbiamo la mancata qualificazione ad Euro 2008 con Steve McLaren in panchina, l’umiliazione della Germania in Sudafrica nonostante il gol fantasma di Lampard, l’uscita ai rigori contro l’Italia ad Euro 2012 e, dulcis in fundo, le pessime figuracce nel 2014, con l’eliminazione dai mondiali nella fase a gironi, e nel 2016, con l’uscita agli ottavi dell’Europeo per mano dell’esordiente Islanda.

Sbagliata forse anche per i campioni che vi sono susseguiti, sia fuori che dentro Manchester, che hanno un po’ oscurato la presenza nel calcio mondiale di Wazza. Nell’era Ferguson fino al 2009 la stessa era divenuta Cristiano Ronaldo, che riuscì a vincere scarpa e pallone d’oro nel 2008, e Rooney oltre a fare la punta veniva spesso ripiegato ad un lavoro sporco, di quelli che solo i giocatori duttili e gregari sanno fare. Ai romanisti certamente non sfuggirà di mente i quarti di Champions League del 2008, in cui Ferguson lo fece correre ad aiutare dietro, facendolo posizionare proprio come se fosse un terzino.

 

Everton Rooney

Da erede di Van Nistelrooy a gregario di lusso, sempre titolare ma con compiti sempre più variegati. Una volta partito Ronaldo, sponda Madrid, aumentarono le reti ma non la considerazione: l’emblema di gregario e di non top player era ormai difficile da scrollarsi di dosso, e le figure in nazionale menzionate poc’anzi non hanno altro che alimentare il pensiero comune. L’addio di Ferguson a Manchester in un certo senso è la fine della giovinezza per Rooney e i risultati dei Red Devils, che non saranno più come quelli precedenti, condizioneranno il giocatore fino all’arrivare all’età mourinhana, in cui torna a vincere ma vivendo un’annata molto simile a quella che dalle nostre parti ha vissuto nell’ultimo anno un certo Francesco Totti: capitano rispettato e acclamato ma quasi separato in casa.

La chiamata in estate dell’Everton di Ronald Koeman è una mano dal cielo, e Wazza può finalmente tornare nella terra dove era cresciuto e, forse, in un’ambiente protetto dove potersi esprimere al meglio. L’avvio di campionato prorompente, con le reti a Stoke City e Manchester City (200° in Premier League) che certificano la rinascita di Wazza e dell’eterno 18enne che 13 anni prima aveva lasciato Liverpool.

La foto con i tifosi del City invecchiati di 4 anni ma sempre alle prese con una rete siglata dal buon Wayne sembra mancare della didascalia I wanna be adored, come una celebre canzone degli Stone Roses, tifosissimi del Manchester United dove Wayne è stato una leggenda. Passano gli anni, cambiano le maglie, ma il risultato è sempre lo stesso.

E a Goodison Park Rooney, dopo aver lasciato definitivamente la nazionale inglese, ha bisogno di trovare nuovi/vecchi adepti da cui essere nuovamente adorato, come se fosse davvero Ian Brown o Paul McCartney (tanto per citare un celebre tifoso dei Toffees). Come lo adora quel ragazzo che spero non vi abbia annoiato in queste righe.

Marco Aurelio Stefanini

La sobrietà non mi appartiene. Spinto dal Leitmotiv “Chi sa solo di calcio non sa niente di calcio”.