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Sul gesto di Pellè si è ormai detto tutto ed i commenti sono stati pressoché unanimi: ha fatto bene Ventura a rimandarlo a casa. Spesso però si è provato a minimizzare. La carica agonistica in una partita importante, si dice, spesso fa fare delle sciocchezze ed in fondo quello di Pellè non è stato certo il primo caso del genere. E via allora a scavare nel passato per tirare fuori i bisticci ai mondiali tra Chinaglia e Valcareggi, tra Carnevale e Vicini, tra Baggio e Sacchi. Nonostante gli illustri predecessori, il gesto di Pellè risulta tuttavia assai più grave perché varca i confini della buona educazione. Il calcio, lo sport in generale, si dice, sono importanti per trasmettere i valori alle nuove generazioni. Questa affermazione è in genere sacrosanta, lo sport può insegnare il rispetto, il gioco di squadra, lo sforzo per raggiungere un obiettivo comune. I campioni dello sport diventano per i ragazzi dei riferimenti assoluti, i miti dell’era moderna. I calciatori dovrebbero essere consapevoli di questo, capire che sono delle persone fortunate che hanno una grande responsabilità quando scendono in campo e quando tutti li osservano.

Pellè non ha sbagliato perché ha mandato a quel paese l’allenatore o non ha accettato la sostituzione. Sono fatti gravi anche questi perché quando vieni sostituito entra in campo un tuo collega cui devi rispetto. L’errore di Pellè è stato quello di peccare di presunzione, esattamente come quando agli europei fece il cenno dello “scavetto” a Neuer provando a sfottere un campione. Per carità di patria dimentichiamo come andò a finire. L’aspetto più grave di tutta questa vicenda sta nel fatto che Pellè non ha accettato la stretta di mano del suo allenatore. L’ho ha fatto in una partita ufficiale vestendo la maglia della Nazionale, dimenticando che non era lì a giocare una partita tra scapoli e ammogliati ma che era lì in mondovisione a rappresentare una nazione intera. La stretta di mano ha una valenza simbolica enorme. Significa amicizia, solidarietà, pace, riconciliazione non può essere rifiutata senza trasmettere sentimenti opposti. E’ un gesto comune a moltissime culture, nell’antichità stava a significare sono disarmato e vengo in pace da te. Le strette di mano tra Mao Tse-Tung e Richard Nixon, Yitzhak Rabin e Yasser Arafat, Mikhail Gorbaciov e Ronald Reagan, JFK e Nikita Krusciov, solo per ricordarne alcune tra le più famose, sono rimaste nell’immaginario collettivo come segno di serenità e di pace.

Purtroppo il calcio con i suoi grandi interessi, con i suoi stipendi da capogiro, troppo spesso fa dimenticare ai suoi protagonisti che oltre i grandi privilegi di cui godono hanno anche dei doveri nei confronti di chi ancora si emoziona per una maglia, per una loro giocata, per una loro rete. Molti sportivi troppo prezzolati hanno perso l’umiltà, il rispetto verso gli altri, i valori che paradossalmente spesso abitano più nei grandi campioni che in sportivi mediocri. Vengono in mente i campioni delle para-olimpiadi o i grandi atleti degli sport minori. Quelli che magari vanno sui giornali una volta ogni quattro anni, ma che quando ci vanno ti riportano alla mente tutti quei sentimenti positivi che solo lo sport riesce a trasmettere. Quelli che ti ricordano che solo con il sacrificio, la passione, la determinazione ed il rispetto per l’avversario si possono ottenere grandi risultati nello sport e nella vita. Quelli che ti fanno ancora sentire orgoglioso di appartenere ad una nazione. Il terzo tempo del rugby o l’abbraccio di due pugili dopo un incontro sono dei gesti che possono insegnare ai ragazzi più di mille parole. In questo caso due sport tra i più violenti riescono a ritrovare un equilibrio finale attraverso una calorosa stretta di mano. No caro Pellè, una stretta di mano non si rifiuta mai!

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