Brasiliani Shakhtar, la fine del Donetsk verdeoro

In un’intervista risalente al gennaio 2016, Tim Stillman intervistava per Sambafoot.com uno degli uomini chiave dello scouting dello Shakhtar Donetsk in Brasile. Franck Henouda, questo il suo nome, fu chiamato a spiegare principalmente il motivo della massiccia implementazione di brasiliani Shakhtar, nonostante la guerra: Gli eventi bellici nel paese hanno avuto un impatto su due o tre club dell’Ucraina orientale, squadre che erano solite spendere per rafforzare con molti giocatori brasiliani come Metalist o Dnipro – esordiva Henouda – c’è stato un calo nelle assunzioni a causa di problemi finanziari, ma le squadre più grandi sono ancora presenti e giocano la Champions. E sebbene il reclutamento di Shakhtar brasiliani sia al momento messo in standby per via dei forti investimenti sul territorio (a Mariupol, dove è stato ideato un centro tecnico per i ragazzi delle giovanili), pure la delicata situazione politica obbligherebbe a riflettere sull’esigenza di pescare talento dal Sudamerica.

brasiliani Shakhtar
Fonte: Shakhtar

Lo Shakhtar do Brasil

Il 20 maggio 2009, all’Estádio Şükrü Saraçoğlu di Istanbul, si giocò la finale di Coppa UEFA tra arancioneri e Schalke 04. Lo Shakhtar entrò in campo con cinque brasiliani: nel 4-2-3-1 di Lucescu, il calciatore non verdeoro più avanzato in campo era allora il mediano polacco Mariusz Lewandowski. Accanto a lui giocava Fernandinho, con Ilsinho a destra, Jádson al centro Willian sulla corsia mancina e l’immancabile Luiz Adriano a farsi strada da puntero. Fu la notte dei brasiliani Shakhtar per eccellenza: Adriano aprì le marcature al 25’, dieci minuti dopo pareggiarono i tedeschi (con gol dell’unico verdeoro avversario in campo, quant’è strana la sorte: il difensore centrale Naldo), a decidere tutto fu Jádson al 97’. L’apoteosi della scelta dirigenziale diede i suoi migliori frutti quella notte: emersero i brasiliani Shakhtar.

In ogni caso, riprendendo quando detto da Henouda, il tesseramento non sono di brasiliani Shakhtar, ma di calciatori genericamente parlando, ha ridotto notevolmente il suo bacino presso lo Shakhtar. Il presidente, il magnate Rinat Akhmetov, ha del resto virato una spending review proprio in seguito allo scoppiare dei conflitti, e questo ha minato non solo la brasilianizzazione del club bensì i risultati sportivi di una squadra incapace di ripetere i fasti del 2009 con annessa Coppa UEFA. Perdipiù il 21 maggio 2016 ha detto addio Mircea Lucescu, dopo undici anni passati a Donetsk, e con la partenza del rumeno in direzione San Pietroburgo il nuovo arrivato Paulo Fonseca, mister Zorro, ha saggiamente optato per battere il ferro finché caldo. Tradotto sul campo: proseguire sui dettami del predecessore non facendo trasparire appieno il sipario sullo “Shakhtar do Brasil” che sta crollando. E come tutte le volte in cui si chiude un’era, avviene gradualmente, del resto i 9 titoli vinti da Lucescu in 15 anni obbligano a un graduale cambio di prospettiva. Anche se, va detto, l’ex Braga Fonseca ha subito esordito col botto: tre trofei disponibili, Prem’jer-liha, Coppa e Supercoppa d’Ucraina, tre portati a casa ed esposti nel palmarès. Siamo sicuri sia cambiato il vento? E se gli Shakhtar brasiliani fossero un fattore extra?

brasiliani Shakhtar
Fonte: ANSA

Perché “brasiliani Shakhtar” in Ucraina?

I motivi della massiccia presenza verdeoro in Ucraina si spiegano con motivazioni molto semplici: le varie tournée che lo Shakhtar ha organizzato in Brasile, la capillare rete di scouting che ogni anno si prodiga per scoprire nuovi talenti da mandare in Europa, contestualmente pure le page molto più alte rivestono un ruolo fondamentale. I giovani brasiliani Shakhtar infatti, pur di guadagnare uno stipendio da calciatore che spesso moltiplica esponenzialmente il loro guadagno in Brasile – dove spesso il calcio è relegato a dopolavoro anziché occupazione – accettano di trasferirsi in leghe europee dall’appeal decisamente minore. Ottenere un permesso di lavoro in Ucraina è molto più semplice a livello burocratico rispetto ad esempio a Germania, Spagna o Inghilterra. Infine, ed è una questione curiosa, l’aspetto culturale travalica la comunicazione odierna: non è un caso che lo Shakhtar Donetsk sfrutti moltissimo le potenzialità del suo account Twitter in lingua portoghese.

In un certo senso, la strada percorsa dai brasiliani Shakhtar è la stessa che altre società dell’est Europa hanno scelto di perseguire. Fino a qualche mese fa, il Legia Varsavia aveva in rosa il difensore Maurício (oggi alla Lazio) e il centrocampista Guilherme (oggi al Benevento). Lo Stella Rossa puntava su Evandro a centrocampo e Ricardinho in attacco, mentre oggi schiera Jonathan Cafú che il Bordeaux prese innamoratosene quando giocava a Ludogorets. A Razgrad hanno mantenuto una colonia non da poco: oggi i brasiliani in Bulgaria sono 10, tra cui spiccano i centrocampisti Marcelinho, Campanharo (all’Hellas Verona nel 2014/15), Lucas Sasha e Wanderson. In Macedonia, nel 2017 il Vardar eliminò il Malmö anche grazie a un tale Jonathan Boareto dos Reis, soprannominato “Balotelli”, che oggi gioca in Corea del Sud dopo aver sperimentato pure il calcio qatariota. E ancora, in Slovenia il Maribor punta molto sull’estro di Felipe Santos e Marcos Tavares, 21enne ala destra il primo, 34enne prima punta – e capitano – il secondo. Infine, il calcio greco trabocca di brasiliani: il Levadiakos oggi schiera Chumbinho (e fino a qualche tempo fa pure l’ex Marsiglia Brandão), il PAOK ha un ottima cerniera con Léo Matos, Maurício e Léo Jabá, Rodrigo Galo e Alef giocano all’AEK, Madson e Bruno all’Atromitos, Higor Vidal al PAS Giannina.

brasiliani Shakhtar
Fonte: Shakhtar Facebook

La debrasilianizzazione di Donetsk

Ora, come detto nell’introduzione, a discapito di tutte queste realtà che continuano ad affidarsi ai verdeoro, gli Shakhtar brasiliani sembrano aver intrapreso una via contraria. Quasi paradossale, del resto la matrice brasiliana è roba di circa 2000 presenze spalmate sui 29 calciatori che da Rio e dintorni hanno preso un volo per il Donbass: in ogni caso, la scelta di un progressivo abbandono dello scouting in Brasile è una rivoluzione copernicana. Per certi versi era stata confermata dall’ad Sergey Palkin a margine della finale di UEFA Youth League 2015, persa contro il Chelsea e ispirazione per un futuro sempre meno gialloverde, ma il 9 febbraio scorso, quando i Minatori si presentavano a sfidare la Roma negli ottavi di Champions League, restavano comunque la squadra più brasiliana d’Europa. Ben nove verdeoro, emblema dei brasiliani Shakhtar, ultimo dei quali il 19enne Dodò acquistato dal Coritiba, frutto di scouting come detto ma pure una certa amicizia che lega Fonseca al potente Jorge Mendes. Poi Marlos e Taison, classe e fantasia, uno spicchio di Brasile sulla trequarti. Non come Bernard, che tra i brasiliani Shakhtar ha faticato a impressionare e anzi, per un poco è stato ritenuto un flop e oggi che il suo contratto nel frattempo è scaduto s’è accasato all’Everton.

In conclusione, la formula resta la solita collaudata e prevede ruvidi difensori ucraini, o comunque del posto, mentre dalla cintola in su si parla portoghese. Sono nove gli elementi degli Shakhtar brasiliani: il terzino sinistro Ismaily, i centrocampisti Maycon e Alan Patrick, i trequartisti Dentinho e Wellington Nem, gli attaccanti TaisonFernandoMarquinhos Cipriano e Júnior Moraes, numero 10 arrivato in estate dopo essersi svincolato dalla Dinamo Kiev per prendere l’eredità di Facundo Ferreyra partito con la medesima formula in direzione Benfica. Il decimo sarebbe il 30enne Marlos Romero Bonfim: nato nello stato del Paraná, a São José dos Pinhais, il 20 gennaio 2012 ha messo piede in Ucraina per giocare nel Metalist e da Kharkhiv s’è spostato solo nel giugno 2014 per trasferirsi a Donetsk in cambio di 8 milioni. Poteva scegliere di rappresentare la nazionale verdeoro, ma per amore nei confronti della nuova patria (o convenienza?) ha optato per l’Ucraina. Il ct Andriy Shevchenko l’ha convocato il 30 settembre 2017, una volta ricevuto il nuovo passaporto, e il 6 ottobre successivo ecco Marlos in abito gialloblù. A questi punti, per alcuni, non esiste neppure più la distinzione tra Brasile e Ucraina. Che sia questo il primo grande passo della progressiva debrasilianizzazione? Che ne sarà dei brasiliani Shakhtar?

Matteo Albanese

Genovese e genoano (pure non in quest'ordine), classe 1997, apprezza particolarmente il calcio minore. Prossimamente in libreria!