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«Si alguien quiere que venga y nos ponga un techo»

«Se qualcuno vuole che venga a darci un tetto»

– Borja Iglesias

«No se pellizquen, es cierto: el Espanyol es segundo». Titolava così il quotidiano spagnolo Marca la mattina di martedì 5 novembre scorso, quando cioè la seconda squadra di Barcellona – battendo l’Athletic Bilbao in casa per 1-0 con gol di Borja Iglesias – si issò fino al secondo posto lanciando un chiaro segnale a tutti. Catalunya uber alles, sopra anche le due metà di Madrid che vivendo momenti contrastanti non erano riuscite a stare al passo. Per poco, sicché l’Espanyol era tornato nella mediocrità del centro classifica, con un margine sufficiente sulla lotta per non retrocedere ma pur senza la spinta necessaria per ambire all’Europa, mentre la restaurazione di Atlético e soprattutto Real è proceduta normalmente. Certamente era elogiato il gran lavoro di Rubi, capace di tirar fuori il meglio da una squadra crollata alla distanza ma comunque capace di partorire e cullare un gioiellino. Così, malgrado dopo quel 5 novembre siano arrivate sei sconfitte di fila, ricaricando le pile si poté ancora vedere il modello di calcio proposto dai Pericos, e a fine anno ecco il settimo posto che – con 53 punti, pari merito con l’Athletic Bilbao – voleva dire Europa League, laddove l’Espanyol mancava dal 16 maggio 2007, finale di Coppa UEFA persa ai rigori contro il Siviglia.

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Fonte: As

Borja, «toque y posesión»

Quattro sono essenzialmente i punti di forza dell’Espanyol. A livello di rosa emergono come individualità preponderanti, ciascuna con le sue peculiarità e le sue prospettive: la crescita di Marc Roca, 22enne che tradì il Barcellona ai tempi delle giovanili trasferendosi tra le fila dei Blanquiazules, l’affermazione di Sergi Darder che pare tornato ai tempi del Málaga, quando cioè tra 2013 e 2015 si guadagnò la parentesi in Francia con l’Olympique Lione non andata esattamente come sperato, infine la nuova giovinezza di Esteban Granero, 31enne «El Pirata» che fu sedotto e abbandonato dal Real Madrid, riportato sulla terra dal QPR, rinato nell’Euskal Herria in quattro anni con la maglia della Real Sociedad. Il quarto nome è quello che fa maggior effetto, e non solo perché si tratta di un giovane arrivato senza troppe pretese dalla Segunda división. Ora però Borja Iglesias a suon di reti s’è conquistato le prime pagine dei giornali, sta assaporando presunti odori di chiamata da parte della nazionale spagnola maggiore e, soprattutto, ha ottenuto una titolarità che a inizio anno sembrava impossibile.

E invece Rubi ha dato fiducia all’ariete ex Celta Vigo, prelevato in estate ma innestato subito nei meccanismi dell’Espanyol tanto da obbligare lo stesso mister a proporre il 35enne Sergio García come esterno d’attacco pur di vederlo in contemporanea col nuovo numero 9. Tutto questo per non tradire il mantra del 4-3-3, un’istituzione basata su pochi punti cardine: «toque y posesión» a centrocampo, difesa di granito (6 gol subiti nelle prime 11 partite). E se dietro il meccanismo s’è parzialmente rotto, visto che nelle successive sei partite i Pericos hanno raccolto 16 volte il pallone dalla propria porta, davanti tutto non va troppo male.

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Fonte: pagina Facebook Espanyol

L’importanza di Borja Iglesias

Volendo scomodare una metafora, pare che l’Espanyol di Rubi sia un circuito elettrico in costante tensione. Dídac Vilà s’è finalmente messo da parte l’annus horribilis al Milan smaltendone lo scotto con l’esperienza in Grecia all’AEK Atene, Sergio García ed Hernán Pérez sono scosse impazzite e in tutto questo la legge che governa l’equilibrio è la formula delle buone vibrazioni, «la fórmula del buen rollo». Tradotto: «Rubi transforma un equipo gris en un gigante que enamora a LaLiga». Non servono ulteriori spiegazioni, a corollario del terzo miglior inizio nella storia del club. La terza miglior partenza dal 1997-98, con l’Espanyol meravigliosamente quarto a 22 punti, mentre nella stagione 1995-96 i punti furono 24 nello stesso lasso di tempo.

A spiegare il fenomeno nella sua interessa è stato chiamato Esteban Granero, che svincolandosi dal pressing dei giornali e dalle domande mirate ha solo spiegato: «La gente tiene hambre e ilusión y con esas dos cosas se puede con todo, no tenemos techo», senza limiti. Rubi alla prensa ha aggiunto «mis jugadores se creen buenos porque lo son», mentre le immagini della Ciudad Deportiva, così come quelle provenienti dal campo d’allenamento di Sant Adrià, ritraevano sorrisi eccitanti e travolgenti. Il problema, in tutto questo, è che senza le reti di Borja Iglesias l’Espanyol avrebbe avuto otto punti in meno, dunque sarebbe stato in un’anonima 15° posizione, ben lontano dalle luci della ribalta e col concreto rischio di esser risucchiati dalle sabbie mobili per la salvezza. E a fine anno, le 17 reti in 37 gare de El Killer di Vigo hanno certamente portato frutto.

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Fonte: As

Chi è davvero Borja Iglesias?

Nessuno lo chiama davvero col suo nome di battesimo, Borja. Per tutti è piuttosto «El Killer», il calciatore rivelazione di quest’inizio de La Liga nonché un nome nuovo accanto ai soliti. Partito in sordina, in cinque partite segnò sei volte tra fine ottobre e fine novembre, con vittime differenziate (Valencia, Rayo Vallecano, Huesca, Valladolid, Athletic Bilbao e Girona), poi da allora non ha più trovato la rete per demeriti non solo suoi. Parliamo pur sempre di un classe 1993, originario di Santiago de Compostela ma svezzato dalle giovanili di Valencia e Villarreal prima che nell’estate 2013 il Celta Vigo lo riportasse definitivamente in Galizia. Iglesias fu aggregato alla squadra B, fu fatto esordire il 3 gennaio 2015 prendendo il posto di Santi Mina e fu definito una scommessa. Vinta, visto che il 22 dicembre 2016 il Celta lo riconobbe ufficialmente come miglior marcatore nella storia della seconda squadra dei Celestes.

Chi lo conosce da sempre, però, non si stupì. Borja Iglesias non era infatti nuovo a certi numeri: nella stagione 2013/14 segnò 7 volte in 20 gare di Segunda División B (terza serie), l’anno dopo 17 su 36 caps, 12 su 26 nel 2015/16 e ben 32 reti spalmati in 37 giornate nel 2016/17. A quel punto il Celta, ritenendo sufficienti 68 reti su 129 apparizioni (media spaventosa, una rete ogni 156’), decise di dargli una chance in Segunda División, La Liga 2, mandando Borja Iglesias in prestito al Real Saragozza. In Aragona fu confermata la media gol importante (22 reti in 39 presenze) ma ai Leones biancoblù mancò la fortuna: arrivati terzi con 71 punti, tanti quanti quelli dello Sporting Gijón e a -4 dall’Huesca secondo, persero ai playoff col Numancia la possibilità di giocarsi La Liga. Così nella doppia finale fu promosso il Valladolid, Borja Iglesias tornò a Vigo non senza ringraziare affettuosamente il pubblico e il Celta lo cedette il 9 luglio 2018 all’Espanyol previa pagamento di 10 milioni tondi.

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Fonte: Mundo Deportivo

Perché proprio Borja Iglesias

Col club zaragocista, Borja instaurò un rapporto di duplice strettezza. Si allenava duramente e fuori dal campo era solito interagire spesso coi tifosi sui social network, il che lo rese un profilo umile e capace di far immediatamente breccia nel cuore degli aficionados. In pochi lo avrebbero creduto capace di far bene anche tra i grandi de La Liga, ma lui non ha accusato il colpo. «El sexto rugido del Panda» lo celebravano, rammentando le origini del suo curioso soprannome: risalirebbe ai tempi della squadra B del Celta, dove Borja Iglesias condivise il campo con Brais Méndez. All’hotel de Palencia il tecnico Alejandro Menéndez sorprese alcuni giocatori intenti a ballare la Panda Song con tanto di video da YouTube, così da allora, per tutti, il Celta B divenne il «Panda Team». Non solo pericos, parrocchetti. Mezza Barcellona oggi adotta i panda, e ora sapete il motivo. 

Genovese e genoano (pure non in quest'ordine), classe 1997, apprezza particolarmente il calcio minore. Prossimamente in libreria!

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