Barça, il declino e la diaspora della Cantera

C’era una volta in Catalogna una squadra speciale, dotata di un formidabile centro di addestramento, la Ciutat Esportiva Joan Gamper. Qui i cadetti del F.C Barcelona fin da piccoli apprendevano come giocare un calcio veloce che esaltasse la loro capacità di gestione della palla. Ogni ragazzo cresceva nella speranza di arrivare a calcare il prato del mitico Camp Nou e a contribuire poi nelle vittorie della squadra che li aveva allevati portando avanti quella filosofia che in Catalunya viene riassunta dal motto “Mes que un club”. Questa scuola, questo progetto, negli anni ci ha consegnato campioni immensi come Puyol, Xavi, Messi e Guardiola (che ha iniziato a sviluppare il suo calcio proprio allenando quei ragazzini della Masia e che poi si è spostato in prima squadra per fare la storia), fino ad arrivare ad un anno, il 2011, in cui i blaugrana salirono sul tetto d’Europa con una formazione titolare composta per otto undicesimi da Canterani. L’apice del progetto, il sogno forse di ogni società sportiva. Da quel giorno qualcosa però si è incrinato, l’oppio della Golden generation ha mascherato un fenomeno che di anno in anno si è fatto sempre più vivo: la mancanza di un ricambio generazionale a causa della diaspora di tanti giovani non ritenuti idonei alle qualità del Barcellona e sostituiti da acquisti lussuosi in pieno stile Real Madrid.

L’INIZIO DELL’EPOPEA – La strada verso l’impresa del 2011 inizia sul finire degli anni ’90, quando l’allora allenatore del Barça Louis Van Gaal lancia in prima squadra (dove per la cronaca giocano Luis Enrique e Pep Guardiola) Xavi e Puyol. Dopo di loro arriveranno nel 2002 Victor Valdes, Iniesta e Thiago Motta. Sulla base di questo gruppo si innestano dal 2003 in poi gli arrivi di Rijkaard in panchina e dei vari Deco, Giuly, Eto’o, fino ad arrivare a Ronaldinho. Il Barcellona diventa la squadra del Joga Bonito, Dinho è al top della carriera e andare al Camp Nou diventa un’esperienza mistica.
Intanto sempre nel 2003 inizia, a piccoli sprazzi, il fenomeno della fuga dei giovani talenti scoperti dagli scout dei club europei che iniziano a tenere d’occhio la Cantera: è il caso di Fabregas e Pique che fanno i bagagli e vanno in Inghilterra da Arsenal e Manchester United (entrambi però torneranno).
Questo primo spettacolare Barcellona di Rijkaard raggiunge il punto massimo con la vittoria della Champions League del 2006 a Parigi (tra l’altro contro un Arsenal che tra i propri trascinatori aveva proprio Cesc Fabregas; il fato). Tutto sembra andare bene e in realtà nella Repubblica Blaugrana, che al momento da spazio a tutti, si pongono già solide basi per il futuro. Dal 2004 sale infatti in prima squadra un ragazzino argentino. È arrivato in Spagna a 13 anni da Rosario e da quando ha iniziato ad allenarsi e giocare a La Masia nell’ambiente non si fa che parlare bene di lui. Si chiama Lionel Messi, è un esterno d’attacco mancino e sembra guardare con attenzione le gesta di Dinho.

THE GOLDEN AGE ED I MAGNIFICI 8 – L’arrivo di Guardiola al posto di Rijkaard nel 2008 è la causa della nuova ondata di giovani lanciati dal vivaio. Arrivano Bojan e Giovani dos Santos (dal 2006 per la verità, ma mai nei cuori di Pep), Busquets, Thiago Alcantara, pedro (anche se avrà il suo posto titolare solo dal 2010) e torna Piquè. Nota a margine: nel 2007 Jordi Alba se ne va al Valencia, ma torna a casa nell’estate 2010Con Pep c’è la rivoluzione, del gioco con l’esplosione del “tiqui-taca”, ma anche del potere. Messi toglie il posto e il 10 a Ronaldinho (causando il suo arrivo al Milan) e diventa il fulcro dell’attacco blaugrana (“Io ti farò segnare tre gol a partita” pare gli abbia detto Guardiola), supportato da un centrocampo pronto a servirlo composto da Busquets, Xavi e Iniesta. Prima stagione e subito triplete con Champions vinta all’Olimpico di Roma (contro lo United dell’arcirivale di Messi, CR7). L’apice però arriva come detto nel 2011. Dopo due semifinali da urlo contro il Real Madrid di Mourinho e Ronaldo (con quattro sfide nel giro di 18 giorni tra le due squadra viste anche le due finali di Copa del Rey), si arriva in finale a Wembley, ancora contro il Manchester United, con una formazione che per otto undicesimi offre ragazzi cresciuti a La Masia: Victor Valdes, Piquè, Jordi Alba. Busquets, Xavi, Iniesta, Pedro, Messi, cui si aggiungono gli innesti perfetti di Dani Alves, Macherano e David Villa. In Catalunya si godono “i magnifici otto”. Leo Messi è il presente e durerà ancora molto tempo, Xavi e Iniesta hanno portato la Spagna sul tetto del mondo e potevano benissimo vincere il Pallone d’Oro al posto della Pulga. Nell’illusione portata da questi fenomeni si cela l’inizio della fine.

IL DECLINO E LA DIASPORA – La Repubblica della Cantera si tramuta nell’Impero dell’argentino. Messi acquisisce sempre più spazio e autorità e Guardiola modella il modulo per metterlo in risalto come non avverrà mai in nazionale (il falso nueve). A pagarne il prezzo sono Ibrahimovic nel 2010 e poi Sanchez nel 2014. Per creare un armata che regga i ritmi dell’imperatore bisogna investire ed importare, arrivano così i Neymar, Suarez e Rakitic. Più di tutto però diventa sempre più evidente l’arma a doppio taglio della golden generation: Nello stesso vivaio sono cresciuti fenomeni che nascono una volta ogni cento anni e questi poi hanno fatto la fortuna del Barça (e la continuano a fare). Le nuove direzioni non sono allo stesso livello, così abbiamo Thiago Alcantara che preferisce seguire Guardiola nella sua avventura tedesca e poi i Deulofeu, Nolito, Tello e ancora i Bartra, Montoya, Adama e Cuenca che sono costretti a emigrare altrove a cercare spazio e fortuna. Altri ancora come Keita Baldè o Iago Falque o Icardi fanno poi parte di quei giocatori soffiati al Barça ancora in fasce dagli scout dei club europei, diventano i nuovi Piquè o Fabregas e magari qualcuno di loro come quei due aspetta ancora la chiamata di ritorno.
Cesc intanto nel 2014 ha rifatto le valigie e se n’è tornato in Inghilterra, sponda Chelsea.

CHI RESTA – Oggi sono rimasti a mantenere un filo di continuità con il vivaio Rafinha (fratello di Thiago Alcantara),Munir, Denis Suarez e Sergi Roberto, al momento neanche lontanamente vicini a raccogliere i testimoni lasciati da Xavi e, non ancora ma quasi, Iniesta. Le faraoniche campagne acquisti delle ultime stagioni hanno avuto come scopo quello di mantenere Messi e il Barça sempre al top, col rischio di lasciare meno spazio e tempo ai giovani, sacrificati sull’altare del successo immediato. Il giorno che anche l’argentino si ritirerà forse torneranno anche gli allievi ora esiliati (su alcuni dei quali pende infatti la spada di Damocle della Recompra) e si ricostituirà quel nucleo canterano che manterrà viva la tradizione e potrà aiutare le prossime generazioni a salire in prima squadra e affermarsi. Quello che va chiarito è che abbiamo tutti assistito ad un fenomeno singolare, che ha permesso di vedere nella stessa squadra e nello stesso momento storico tutti i campioni sopraelencati, diretti dall’allenatore che li ha fatti maturare e che si è dimostrato fenomenale quanto loro per il modo in cui ha saputo innovare il gioco. Questo per dire cosa? Semplicemente che oltre la buona organizzazione e il funzionamento del Sistema Masia, nel mito di questo Barcellona a suo modo ha influito il Fato e forse solo da questo dipenderà l’eventuale ripresentarsi di una nuova generazione d’oro di talenti pronta a riscrivere la storia.

Quello che però ha lasciato il mito di questo Barcellona è una ritrovata fiducia nei settori giovanili che ormai stavano diventando sempre più orti di prodotti da rivendere poi al miglior offerente senza poter valorizzare appieno un giocatore. Abbiamo avuto gli esempi del Borussia Dortmund o dei Rashford e Lingard con il Manchester United, o di vivai tornati alla ribalta in Italia e depredati dalle grandi come quello dell’Atalanta e ancora il Milan che sta provando a rifondare su giovani come Donnarumma, Locatelli, De Sciglio o Calabria, tutti costruiti in casa. Dunque Organizzazione, fiducia e fato, quando questi elementi si incroceranno ancora in un club, potremmo trovarci di fronte a una nuova golden generation e, si spera, a nuovi spettacoli calcistici da vedere.

Mario Mancuso

Mario Mancuso

Piccolo calciofilo, adolescente baskettaro, mai e poi mai adulto ma per sempre amante dello sport e delle storie che è in grado di raccontare e farci vivere.

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