Arsene “Le Chiffre” Wenger: il destino di un cattivo di 007

Avete presente il personaggio di “Le Chiffre” interpretato da Mads Mikkelsen in “007- Casino Royale?” Trascorre la partita a poker contro James Bond in vantaggio fino all’ultima mano, quando pensa di poter cantare vittoria con il suo full di assi e sei. Bond lo beffa al photofinish con una scala reale e lo manda in rovina. Ecco, questo potrebbe essere un riepilogo dei 21 anni di Arsene Wenger sulla panchina dell’Arsenal: tanti campioni per le mani, qualche battaglia vinta, ma il bottino finale è magro e ogni speranza di costruire la sua “Spectre” capace di dominare il mondo si è schiantata di fronte a una finale di Champions League persa (anche l’unica giocata) e a più di uno scacco matto giocatogli dagli avversari in campo e fuori dal rettangolo verde. L’uomo che nel ’96 stravolse l’organizzazione di uno dei più noiosi club di football degli anni ’90, non ha saputo attrezzarsi contro personaggi simili a lui arrivati dopo: allenatori in grado di rivoluzionare il gioco dall’interno o sceicchi in grado, con le loro finanze, di modificare inevitabilmente il destino di squadre che fino a prima del loro arrivo erano lo zimbello dei campionati in cui militavano.

PROLOGO

Dopo aver dato un assaggio delle sue doti al Monaco con lo scudetto vinto nel 1988 e la scoperta di un ragazzino africano di nome George Weah, Wenger nel 1991 va ad allenare il Nagoya Grampus in Giappone. In questo periodo fa la conoscenza di David Dein, allora vicepresidente dell’Arsenal. I due restano in contatto, con Dein che intanto gli manda continuamente le registrazioni delle partite dei Gunners e coltiva il terreno per il suo arrivo a Londra. Nel 1996 i tempi sono maturi e dopo un braccio di ferro con i dirigenti finalmente è la volta di Wenger ad Highbury. L’ambiente che l’allenatore francese trova al suo arrivo in Inghilterra non è dei migliori. La squadra è arrivata quinta in Premier l’anno prima trascinata da Ian Wright e Dennis Bergkamp. Le condizioni del centro sportivo, condiviso con l’università di Londra, sono arretrate e non è inusuale trovare sparse in giro cartacce e confezioni di merendine varie. Il junk food e la birra riempiono lo stomaco dei calciatori più di verdure e vittorie. Anche i giocatori non sono il primo esempio di professionalità: il capitano Tony Adams, difensore centrale, nel 1991 finisce in carcere perché da ubriaco va a schiantarsi con la sua macchina contro un muretto. Oltre a ciò Wenger trova una squadra considerata noiosa e brutta da vedere giocare, i cori più frequenti negli stadi sono “boring boring Arsenal” e “one-nil to the Arsenal”.

LA RIVOLUZIONE DI WENGER

E’ scontato, è un cliché, ma la prima cosa che Wenger fa da buon francese è una rivoluzione. Come prima cosa fa eliminare il cibo spazzatura in favore di una sana alimentazione e poi fa spostare il centro di allenamento e investe molto nel rinnovamento di questo. La cosa più importante però è che, con la completa gestione delle risorse finanziarie (è ingegnere con una laurea specialistica in economia) inizia a investire fortemente nello scouting. È un visionario e questa sarà la carta che lo farà rimanere nella storia dell’Arsenal e anche del calcio recente. Porta ai Gunners giocatori come Overmars, Anelka (per 760 mila euro, un nonnulla) e Vieira e come il professor Frankenstein inizia ad assemblare i pezzi che porteranno alla formazione della sua creatura, sotto il principio che non c’è bisogno di portare campioni già affermati perché come dice lui: “Gli eroi non nascono, si creano”.

L’ETA’ DELL’ORO, L’ILLUSIONE DELLA DOMINAZIONE

Con questa prima corazzata nel 1998 arriva il double Premier League più FA Cup. Nel 1999 l’Arsenal sfiora la Premier e si deve arrendere per un solo punto allo United e nel 2000 perde ai rigori la finale di Coppa Uefa contro il Galatasaray. La squadra però non è più noiosa, anzi è veloce e votata all’attacco e tutto sembra far pensare che l’inizio del millennio sarà in mano a questa squadra. Wenger a questo punto attua la fase 2 del suo piano: i diamanti ormai grezzi possono essere rivenduti a una cifra maggiore realizzando così mostruose plusvalenze (anche in questo visionario e anticipatore di un fenomeno che oggi non è più eccezione ma la regola di ogni finestra di mercato). Con i soldi guadagnati si punta a cercare altri giovani da svezzare per dare un continuo ricambio generazionale di alto livello alla squadra e mantenerla in alto.

Tra il 1999 e il 2000 vengono venduti Anelka al Real Madrid e Petit e Overmars al Barcellona, facendo incassare al club 77 milioni (in euro) che vengono subito riutilizzati in parte per prendere gente come Pires, Wiltord e soprattutto il pupillo per eccellenza di Arsene: Thierry Henry.
Dal 2001 poi arriva dai rivali del Tottenham Sol Campbell a rinforzare la difesa e dal settore giovanile viene promosso Ashley Cole. In questo anno poi partono i lavori per la costruzione dell’Emirates Stadium, progetto fortemente spinto da Wenger che dal 2006 da una nuova casa da 60 mila posti all’Arsenal, al posto dello storico ma ormai in rovina Highbury. Nel 2002 arriva il secondo double per Wenger, che si vendica dello United alla penultima giornata e poi dopo il mondiale coreano arrivano a Londra Gilberto Silva e lo sconosciuto Kolo Tourè (ancora oggi ritenuto uno dei maggiori colpi piazzati dal francese in quanto trovato non si sa come in una squadra ivoriana).

GLI INVINCIBILI

Nel 2004 arriva l’apice del percorso di Arsene all’Arsenal, lo scudetto degli imbattibili. Wenger prosegue nel suo piano di conquista, la sua squadra ha ora la forma che voleva in campo, rinforzata anche dall’arrivo in porta di Jens Lehman. L’alsaziano è sicuro della forza dei suoi, tanto che alla fine della stagione precedente si lascia andare in un eccesso di megalomania: “La squadra può terminare la Premier imbattuta”.

Oltre al già collaudato gruppo di talenti, trascinati da un Henry che chiuderà la stagione a quota 30 gol, prosegue il solito lavoro di scouting, assicurando il ricambio generazionale e nei piani dell’allenatore il dominio del calcio per tutto il primo decennio del 2000; arrivano Clichy, Reyes e dal Barça un giovane Cesc Fabregas. La profezia si avvera. Premier vinta senza nemmeno una sconfitta. Il mondo sembra essere ai piedi del 14 e dei Gunners, ma questa vittoria si rivelerà essere l’anticamera del declino.
L’Arsenal esce ai quarti di finale di Champions League contro il Chelsea di un signorotto italiano di nome Claudio, non è di certo il James Bond del nostro megalomane francese, ma ha un che di magico che tornerà più avanti (Cantona docet).

L’INIZIO DELLA FINE

Al climax del suo progetto, Wenger si illude di essere nella direzione giusta, grazie anche all’inaugurazione dell’Emirates che sembra essere il tempio creato ad hoc per la celebrazione della sua impresa. Il crollo però è dietro l’angolo e inizia nella stagione 2006, quando l’Arsenal arriva in finale di Champions League e viene rimontato negli ultimi 10 minuti dal Barcellona di Rijkaard e Ronaldinho, rovinando la prima e unica occasione di Wenger per salire sul tetto d’Europa. Da qui in poi sarà un continuo susseguirsi di ostacoli che per l’allenatore francese diventeranno sempre più insormontabili.
Nell’impeto di creare la sua utopia, Arsene non calcola due variabili. La prima è quella legata ai suoi amati gioielli, che una volta raggiunta la piena maturità calcistica capiscono che quell’allenatore sta iniziando a rimanere indietro rispetto alle grandi, a Londra nord non possono competere e decidono di fare le valigie. Se ne vanno Vieira, Henry e Ashley Cole inizialmente e poi negli anni seguono il trend Fabregas, Clichy, Tourè, Sagna, Adebayor e anche  gli altri che arriveranno staranno per poco, vedi Van Persie e Nasri venduti nientepopodimeno che alle due rivali di Manchester.

La seconda variabile è quella del caso, la calamità improvvisa che colpisce quando meno te lo aspetti; in Inghilterra questa si manifesta due volte e in due forme diverse. La prima è nel 2004-05 con l’arrivo del James Bond di questa storia, un portoghese che è riuscito con il Porto in ciò in cui Wenger fallisce nel 2006, chiamato in causa al Chelsea, uno degli arci rivali e concittadini dell’Arsenal. È Jose Mourinho.
Con Mou il Chelsea inizia a primeggiare in Premier League e assieme allo United del sempiterno Ferguson tolgono quella sicurezza di vittoria in patria che Wenger dava ormai per consolidata. Non solo, l’alsaziano non vede di buon occhio il gioco dei Blues: “Se si incoraggia uno stile di gioco in cui le squadre non prendono iniziativa, il calcio è in pericolo”.

Inizia una battaglia verbale contro Jose da cui il francese esce sempre sconfitto. Il portoghese inizia col definirlo un “voyeur”, uno che guarda con invidia ciò che succede in casa altrui. Anche quando lo Special One se ne va ad allenare l’Inter, torna a inveire contro il nemico e nel 2008 una sua constatazione fa breccia nelle sue difese: “Gli inglesi amano tanto le statistiche, beh ne ho una per loro: lo sanno che Wenger ha vinto solo il 50% delle sue partite in Premier?”.

La seconda calamità è data dall’arrivo degli sceicchi che portano nel calcio quello che Arsene definisce il “doping finanziario”. Gli portano via uno a uno i suoi pezzi pregiati, ma cosa più importante gli portano via la sua ultima sicurezza: con loro non è più sufficiente coltivare giocatori fino a renderli dei fuoriclasse perché loro arrivano, glieli portano vie e li assemblano per formare eserciti in grado di vincere subito, qualunque sia il costo da pagare. Il primo posto ormai è sempre più irraggiungibile e diventa la norma iniziare bene il campionato per poi noi riuscire a tenere il passo con questi eserciti e arrivare sempre, costantemente terzi.

LA FINE DEI GIOCHI

Ci sono allenatori il cui ultimo titolo vinto risale a 10 anni fa. Io l’ultimo titolo l’ho vinto un anno fa. Se ho qualcosa da dimostrare io, immaginatevi gli altri”. In questa frase di Mou si racchiude l’essenza degli ultimi anni di Wenger e dell’Arsenal. La continua ricerca del salto di qualità, l’ossessione di dover vincere di nuovo in Premier e raggiungere ancora la finale di Champions anche a costo di spendere e investire su campioni affermati e la costante del sogno infranto ogni anno in maniera talvolta anche umiliante. Non basta il 2011 da 37 gol di Van Persie per tornare in alto, anche lui lascia quella che sembra essere sempre più una nave che affonda.

L’Arsenal degli ultimi anni ha provato prima a ricostruirsi sui nuovi pupilli del vivaio di Arsene: Walcott, WIlshere e Ramsey. A questi si sono uniti poi gli acquisti costosi di Santi Cazorla, Giroud e i due scarti di lusso di Real e Barça, Ozil e Sanchez. Nemmeno così però i Gunners sono riusciti a tornare a vincere la Premier e si sono dovuti accontentare di una FA Cup nel 2014. Il loro percorso in questi anni ha visto sempre un inizio di stagione a vele spiegate, con vittorie che facevano presagire a un loro ruolo da protagonista, salvo poi infrangere ogni illusione dopo Gennaio quando immancabilmente iniziavano le serie di sconfitte e le debacle in Champions. I due 5-1 subiti dal Bayern quest’anno e quello dell’anno scorso sono forse la prova più lampante di quanto Wenger non sia riuscito mai a preparare la squadra a queste partite, lasciando così giocatori e tifosi alla mercé degli avversari.

La stagione 2016 sembrava finalmente vederli favoriti nella corsa in campionato, con i crolli di Chelsea, United e i passi falsi del City, ma anche stavolta Arsene si è fatto travolgere dalla calamità Leicester, condotta da quel Claudio Ranieri che nella stagione degli imbattibili era riuscito a eliminarlo ai quarti di Champions. Senza più alcuna sicurezza anche i tifosi si sono rivoltati contro l’alsaziano.

Oggi all’Emirates non è inusuale vedere striscioni che chiedono ad Arsene di farsi da parte. A gran voce sono chiamati i nomi di Allegri, Simeone o Sampaoli. Wenger ha il contratto in scadenza a Giugno 2017. Lui non è solo parte dell’Arsenal, in questo momento è l’Arsenal. E’ stato un eccellente stratega e pianificatore, un visionario capace di anticipare in tempi in questa sua avventura e in grado di gestire le risorse finanziarie come nessun manager aveva fatto prima.

Nonostante ciò rimangono troppi rimpianti. Forse avrebbe dovuto farsi da parte prima; rimanere come direttore tecnico lasciando il campo a qualcun altro che avrebbe potuto capitalizzare meglio gli investimenti fatti; ma un cattivo di 007 è megalomane: non condivide lo spazio con nessuno e vuole la gloria tutta per sé. E anche se sembra essere arrivato al momento dei saluti, chissà che magari il finale di questa storia non sia aperto a dei sequel.

Mario Mancuso

Mario Mancuso

Piccolo calciofilo, adolescente baskettaro, mai e poi mai adulto ma per sempre amante dello sport e delle storie che è in grado di raccontare e farci vivere.

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