Argentina-Perù non è mai una partita banale

La pausa per le nazioni solitamente non fornisce grandi spunti di riflessione. Ma a volte ci sono delle eccezioni. Come ad esempio Argentina-Perù in programma nella notte fra giovedì e venerdì. Stesso obiettivo, la qualificazione al Mondiale di Russia 2018, ed una battaglia annunciata. Perché la classifica del girone di qualificazione sudamericano dice che le due compagini sono attualmente appaiate al quarto posto, l’ultimo buono per accedere direttamente al Mondiale, con 24 punti e con il Perù avanti nella differenza reti; ed in più c’è il Cile, oggi sesto con 23 punti, che pregusta un clamoroso sorpasso. Chi arriva quinto se la vedrà negli spareggi con la Nuova Zelanda. Chi arriva sesto dovrà invece aspettare Qatar 2022.

Argentina-Perù sarà dunque un match da vivere tutto d’un fiato. Ma non sarà una guerra legata a ragioni extra-calcistiche come qualcuno negli ultimi giorni ha invece stupidamente cercato di far passare: fra le due nazioni non vi è infatti alcuna rivalità ed anzi, alcuni episodi storici, come la guerra delle Falklands, hanno dimostrato tutt’altro (i peruviani furono gli unici dell’intero continente a schierarsi dalla parte degli Argentini).

Ad ospitare la contesa sarà la Bombonera di Buenos Aires. Già, il campo del Boca Juniors dove l’albiceleste non gioca una gara di qualificazione mondiale dal 1997 (pareggio per 1-1 con la Colombia nella strada verso Francia ’98,) ed in amichevole dal 2012 quando l’impianto ospitò il Superclasico de las Americas contro il Brasile. Novanta minuti di fuoco aspettano los Incas che per non correre rischi di sorta si porteranno addirittura l’acqua da casa temendo qualche intossicazione indotta.

Nella storia ci sono precedenti che, da un lato o dall’altro, possono lasciar spazio alla fantasia e possibili scenari nuovamente epici. E di aneddoti da raccontare ce ne sono tantissimi.

1969- Argentina-Perù 2-2: la prima volta non si scorda mai

Nonostante i due mondiali vinti, anche la nazionale argentina ha avuto i suoi momenti bui. Ad inizio anni settanta, ad esempio, l’albiceleste mancò la qualificazione a Messico 1970, fatto già accaduto nel ’38, nel ’50 e nel ’54, ma sempre per rinuncia. Nella rassegna passata alla storia per la Partita del secolo (Italia-Germania 4-3) l’assenza dell’Argentina fu sancita proprio dall’ultima giornata del girone a 3 con Bolivia e Perù. Fatale, indovinate un po’, proprio la sfida contro gli Incas disputatasi alla Bombonera.

Un 2-2 finale con doppietta di Oswaldo Ramirez (secondo marcatore di tutti i tempi della nazionale andina) per i peruviani e le reti di Albrecht e Rendo che non bastano a tirare l’albiceleste fuori dai guai. La vittoria del Perù nel match di andata e la sola vittoria casalinga contro la Bolivia costano care all’Argentina che chiuderà il girone addirittura al terzo posto.

All’epoca i regolamenti dell’AFA, la federazione argentina, non permettevano a chi andava a giocare all’estero di indossare la maglia della nazionale e di conseguenza tantissimi giocatori venivano tagliati fuori, lasciando spazio ad elementi nettamente più scarsi della Primera Division. Il Perù, viceversa, poteva contare su gente del calibro di Teofilo Cubillas (calciatore sudamericano dell’anno nel 1972) ed Héctor Chumpitaz, difensore col vizio del gol (77 fra club e nazionale) e capitano di una selezione, ma anche più precisamente “generazione”, che raggiunse il suo punto massimo con la vittoria della Copa America del 1975, in finale contro la Colombia, arrivata dopo la conquista dei quarti di finale al Mondiale del ’74 (sconfitta 4-2 contro il Brasile, futuro Campione del mondo). Vette che il calcio del paese andino non toccherà mai più.

1978- Argentina-Perù 6-0: mermelada peruana

Chiuso il periodo buio, l’Argentina trova in César Luis Menotti la propria guida spirituale e riesce a tornare in finale ad un Mondiale dopo 48 anni, vincendo pure il suo primo titolo. La squadra che fu di Kempes, Luque, Bertoni, Passarella e compagnia ebbe un percorso quasi perfetto, andando a perdere soltanto nella prima fase a gironi contro la prima Italia di Bearzot, che quel mondiale lo chiuderà da quarta classificata.

C’è una partita, però, di cui ancora oggi si discute: Argentina-Perù, ultima gara in programma nel girone B. Un match con contorni piuttosto ambigui. L’albiceleste, prima di scendere in campo, conosce già il risultato del Brasile: il 3-1 sulla Polonia in quel di Mendoza proietta la Seleçao verso la fase finale, grazie anche al +5 di differenza reti contro il momentaneo +2 degli argentini. Agli argentini, dunque, serve una vittoria con almeno 4 reti di scarto contro gli Incas per scavalcare al fotofinish gli odiati cugini brasiliani.

Menotti al Gigante di Arroyito di Rosario se la gioca con 4 punte (Kempes, Luque, Ortiz e Bertoni) nella speranza di poter ribaltare i pronostici. Incredibilmente (o forse no) la gara termina con un roboante 6-0 per gli argentini: doppiette per Kempes e Loque e reti di Tarantini e Houseman. Ovviamente si gridò allo scandalo ed al complotto politico con l’Argentina che all’epoca era sotto il regime militare di Jorge Videla: girarono voci di pressioni sul Perù legate a finanziamenti da parte del governo argentino che sarebbero giunti successivamente alla gara.

Per aggiungere un po’ di pepe alla questione, c’è anche il caso Ramon Quiroga, portiere del Perù nato proprio a Rosario e naturalizzato peruviano soltanto l’anno prima: vedendo gli highlights della gara, è possible notare come in effetti in qualche occasione l’estremo difensore poteva fare di più.

2009- Argentina-Perù 2-1: Palermo nella piscina

Siccome la storia è ciclica, la situazione odierna dell’Argentina sotto certi versi è simile a quella ai tempi di Maradona ct: cambi continui di giocatori e moduli e vittorie che stentano ad arrivare nonostante il talento a disposizione. Nel 2009, tra risultati discontinui e sonore batoste (si ricordi il 6-1 patito in Bolivia) è tempo di sperimentare e l’ex Pibe de oro dopo 9 anni di assenza decide di richiamare in nazionale nientepopodimeno che Martin Palermo, stella del Boca Juniors che ha passato gran parte della sua carriera nel continente americano spostandosi oltreoceano per sole 3 stagioni.

Una mossa azzardata, quasi disperata: le 3 sconfitte consecutive, contro Ecuador, Brasile e Paraguay, sono un tremendo campanello d’allarme. Quella con il Perù è un match da dentro o fuori. Una gara giocata dall’Argentina con la paura di perdere e che viene resa ancora più pesante dalle condizioni climatiche. Il plot della gara è da thriller. Ad inizio secondo tempo l’albiceleste passa avanti con Higuain ma al 90′ Hernar Rengifo gela il Monumental.

Sembra finita, ma al terzo minuto di recupero il redivivo Martin Palermo sigla una rete di vitale importanza, tra l’altro nello stadio degli acerrimi rivali del River. Tre punti pesanti che inevitabilmente pesarono sulla qualificazione stessa, arrivata matematicamente nella giornata seguente grazie all’1-0 esterno in Uruguay. Celebre fu il tuffo di Maradona in una pozzanghera: un tuffo liberatorio, di chi sapeva di giocarsi praticamente tutto in una sola notte. Poco importa se poi in Sudafrica non si è vinto nulla: passano gli anni ma quella vittoria continua ad essere ricordata ed i pezzi su youtube con la telecronaca originale di quegli attimi sono un must per tanti appassionati.

Chissà che nella notte di Bueons Aires non si scrivano nuove pagine di storia. Per Sampaoli è una notte alla Maradona; una notte da dentro o fuori. La notte in cui bisogna inventarsi qualcosa; magari un nuovo Martin Palermo. Il predestinato potrebbe essere Dario Benedetto detto “El Pipa”, anch’egli del Boca e con un soprannome analogo a quello di chi aprì le danze al Monumental qualche anno fa.

Marco Aurelio Stefanini

La sobrietà non mi appartiene. Spinto dal Leitmotiv "Chi sa solo di calcio non sa niente di calcio".