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La trentaquattresima giornata di campionato regala alla Lazio di Inzaghi la vittoria per 3-1 nel derby contro la Roma di Spalletti. Un risultato che, tenuto conto di quelli maturati sugli altri campi, consente ai biancocelesti di mettere una seria ipoteca sulla qualificazione alla prossima Europa League e riapre la corsa per il secondo posto con la squadra giallorossa che dopo aver accarezzato il sogno di riprendere la Juventus si ritrova invece ora a -9 dai bianconeri, con il fiato del Napoli sul collo e con un calendario alle porte che non fa certo stare tranquilli. Quanto visto nel derby ci consente di fare alcune considerazioni di carattere tecnico, tattico e generale. Vediamo quali.

La diversa interpretazione del 3-5-2

La prima considerazione è di carattere tattico. Simone Inzaghi e Luciano Spalletti hanno giocato il match adottando lo stesso modulo, il 3-5-2, ma fornendone una diversa interpretazione. Per i puristi quello iniziale del tecnico giallorosso è parso piuttosto un 4-3-3; e sulla carta gli si può dare ragione. Con le squadre in movimento, però, la sostanza è stata un’altra. La Roma è scesa in campo con Rudiger e Emerson schierati come terzini e De Rossi perno basso (molto basso) del centrocampo. Tuttavia la duttilità tattica dell’ex Bayer Leverkusen e quella del centrocampista della Nazionale hanno consentito al tecnico di Certaldo di mascherare un 3-5-2 che prevedeva l’arretramento di De Rossi tra Fazio e Manolas quando la Lazio avanzava. Dall’altra parte, invece, il tecnico dei biancocelesti forniva un’interpretazione più tradizionale del modulo con Lukaku e Basta schierati esterni di centrocampo ma pronti a ripiegare per dare manforte ai tre centrali, Bastos, De Vrij e Wallace. Il risultato? Una diversa copertura del centrocampo. Perché la Lazio riusciva così a mantenere Biglia, Parolo, Milinkovic-Savic più Lulic a copertura della difesa. La Roma finiva invece per portare tre giocatori parzialmente fuori ruolo, Rudiger, De Rossi ed Emerson, regalando di fatto la superiorità numerica a centrocampo alla Lazio in entrambe le fasi di gioco. Cosa che ha agevolato la squadra di Inzaghi che ha retto senza grosse difficoltà alle folate dei giallorossi sfruttando poi l’uomo in più nelle ripartenze. La scelta di Spalletti deve essere stata probabilmente dettata dalla volontà di creare una gabbia intorno al trio Immobile, Keita, Milinkovic-Savic che tante difficoltà aveva creato ai giallorossi nella doppia sfida di coppa dove la Roma si era presentata con un 3-5-2 più tradizionale con Paredes a centrocampo e Bruno Peres e lo stesso Emerson sugli esterni. È dunque curioso il fatto che quando il centravanti biancoceleste ha dato forfait il tecnico giallorosso non abbia pensato a ridisegnare la situazione. Cosa che invece, con sapienza, ha saputo fare Inzaghi che non ha ceduto alla tentazione Felipe Anderson e ha invece preferito gettare nella mischia Lukaku guadagnando un uomo in più a centrocampo in fase di ripiegamento, Lulic. Considerato che nel match di andata la Lazio pagò oltremisura lo scellerato doppio passo di Wallace, volendo trarre delle conclusioni da queste quattro sfide stagionali tra Spalleti ed Inzaghi si può probabilmente affermare che il giovane allenatore biancoceleste ha dato nel complesso una bella lezione tattica al mister di Certaldo.

La proposopea di Spalletti

Dopo aver ripetuto come un mantra per buona parte di questa annata che se non fosse stato in grado di portare nella bacheca giallorossa un trofeo a fine stagione avrebbe dato le dimissioni, per Luciano Spalletti dovrebbe dunque essere giunto il momento dei saluti. A meno che le dichiarazioni dell’ultima ora sull’importanza storica che un secondo posto avrebbe per la Roma non debbano essere interpretate come l’ennesimo voltafaccia di un allenatore che ha deciso di atteggiarsi a Mourinho senza averne il palmares. Anche quest’anno le altisonanti dichiarazioni della vigilia hanno presto lasciato il passo ad una serie di fallimenti che è partita dal preliminare di Champions con il Porto, è passata per la sconfitta con la Juventus in campionato, è proseguita con le debacle contro Napoli (match di ritorno in campionato) e Lione (Europa League) ed è culminata nel ridimensionamento finale sancito dalla Lazio nella doppia sfida di Coppa Italia prima e nel match di domenica poi. I punti persi con le piccole, il costante fallimento nei big match, certe dichiarazioni od atteggiamenti sopra le righe sono tutti indicatori dei gravi difetti ab origine che sembrano ineluttabilmente affliggere la Roma: la mancanza di mentalità e personalità. Ingredienti fondamentali per compiere quel salto di qualità necessario se non a colmare quanto meno a ridurre il gap, che ad oggi sembra francamente incolmabile, con la Juventus. In tal senso, il commitment da parte della società è inevitabile. Così come è inevitabile che poi il lavoro sporco debba essere fatto dall’allenatore. Spalletti, due Coppe Italia ed una Supercoppa nazionale in Italia e qualche trofeo in Russia alla guida della squadra più forte di un campionato non certo irresistibile, nonostante abbia avuto a disposizione due tentativi non si è dimostrato all’altezza del ruolo. Generalmente gli allenatori di una certa caratura hanno il merito di rendersi antipatici dopo aver vinto. Luciano Spalletti è riuscito nell’impresa anche senza vittorie. Stupisce, a dirla tutta, come sia possibile che il suo nome venga accostato alla Juventus quando si prova a disegnare un possibile post-Allegri.

La mano di Inzaghi

Se l’Atalanta è la squadra, Simone Inzaghi è senza dubbio l’allenatore rivelazione di questa stagione. Richiamato in fretta e furia dopo l’affaire Bielsa il giovane tecnico ha dato dimostrazione di avere la pasta del grande allenatore. Ha ricompattato un gruppo ad un passo dallo sfaldamento, ha gestito sapientemente alcuni casi spinosi (leggasi la partecipazione alle Olimpiadi di Felipe Anderson), ha saputo rigenerare alcuni giocatori e trovare una collocazione a quelli che sembravano ad un passo dalla marchiatura “brocco”. Basta pensare a Milinkovic-Savic che nella posizione da finto trequartista ha finalmente trovato un senso, a Felipe Anderson che ha sgrezzato (forse un po’ troppo) il suo lato funambolico per diventare qualcosa di veramente prossimo ad un giocatore completo; a Keita che sembra finalmente sbocciato in maniera definitiva od ancora a Patric che ha dimostrato nello scetticismo generale di essere un giocatore di calcio degno di questo nome. Gran parte del merito è senza ombra di dubbio di Simone Inzaghi la cui intelligenza tattica (e non solo) è probabilmente venuta fuori in tutto il suo fulgore proprio nei quattro confronti stagionali con la Roma. Non solo. A Simone Inzaghi deve essere anche riconosciuto un ulteriore merito: quel coraggio, forse figlio dell’inesperienza o forse frutto della spericolatezza dell’esordio, che è servito per gettare nella mischia i tanti giovani che, da protagonisti, hanno fatto il loro esordio nel grande calcio. Parliamo dei vari Strakosha, Lombardi, Murgia e Crecco. Ed attenzione a non sbagliare. Non credete a chi vi dice che il mister non aveva nulla da perdere. E’ invece assolutamente vero il contrario. Quella dei giovani, ad esempio, poteva rivelarsi un’arma a doppio taglio in caso di risultati poco soddisfacenti. Così come potevano diventarlo la voglia di strafare dopo la chance guadagnata, la gestione estiva di Felipe Anderson, il furore giovanile (suona meglio di strafottenza) di Keita e le numerose insidie nascoste lungo un percorso che, seppur frastagliato, ha comunque portato la Lazio nella posizione che occupa oggi con merito. Il rischio di fare la fine di Icaro era alto. Oggi invece Simone Inzaghi ha tutta l’aria di essere un allenatore sul quale la Lazio può programmare il suo futuro.

Il ruolo della VAR

Diciamolo francamente, immaginare una partita di calcio continuamente spezzettata per consentire all’arbitro di visionare i replay in caso di episodi dubbi fa drizzare i capelli al solo pensiero. Resta però il fatto che errori come quelli commessi da Orsato e dai suoi collaboratori domenica sono gravi, evitabili e rischiano di compromettere seriamente l’esito di una partita con la sorte futura che questa porta con se. Errare humanum est e probabilmente il sindacabile giudizio umano è quel quid che rende il calcio così affascinante; ma appellarsi all’introduzione della tecnologia diventa inevitabile quando il sistema messo in piedi per ritardarne l’introduzione fallisce miseramente con l’incapacità di cinque giudici di campo su cinque di giudicare correttamente due episodi cruciali del derby capitolino. Il primo è quello relativo al rigore non decretato per il fallo di Rudiger su Lukaku. Un episodio avvenuto in campo aperto e dunque senza ostruzioni alla visibilità dell’arbitro, del guardalinee e del giudice di porta. Oltre al tiro dagli undici metri sarebbe scattato anche il rosso per il romanista. Il secondo è quello relativo alla simulazione di Strootman che ha indotto Orsato a concedere il penalty poi trasformato da De Rossi. Qui, se possibile, l’errore è stato ancora più grave di quello precedente perché giudice di porta e guardalinee erano posizionati proprio in quella porzione di campo (nel caso di Lukaku erano sul fronte opposto). Insomma, con l’ennesima dimostrazione che all’aumentare del numero di giudici di gara in campo non si riducono proporzionalmente gli errori di giudizio, ben venga la tecnologia. Purché si stabiliscano regole precise per il suo utilizzo e non si finisca per snaturare il gioco più bello del mondo.

Controller, giornalista, scrittore, blogger di insuccesso. Padre e marito. Laziale da sempre. Sono molto più simpatico dal vivo!

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