Johan Crujiff, l’eredità di un idolo liberale

Johan Crujiff, l’eredità di un idolo liberale

26 Marzo 2016 Off Di Filippo Rovani

Johan Crujiff, parlando di se stesso, disse di avere due vizi: il calcio, che gli aveva dato tutto, e il fumo, che stava per toglierglielo. Ciò che tanto temeva si è avverato all’età di 68 anni, dopo decenni di disturbi cardiaci e un cancro ai polmoni che ha posto fine alla vita di una leggenda del calcio contemporaneo. Tanto si è parlato in questi giorni dell’enorme eredità lasciata dal più grande calciatore olandese di tutti i tempi, al punto che sembra quasi scontato ricordare le sue discese sulla sinistra condite da dribbling di tacco e cross di esterno. Queste piccole invenzioni, insieme alla velocità di pensiero e al fiuto del gol, hanno formato il bagaglio tecnico che l’ha reso il migliore interprete del calcio totale olandese. Riflettendoci meglio, si potrebbe anche pensare che è stato l’uomo che ha reso possibile la realizzazione di tale filosofia calcistica oltrepassandone gli schemi, aggiungendo alla preparazione fisica e alla completezza tattica l’estro e l’incisività dei giocatori chiave di cui in teoria una squadra che pratica il calcio totale non avrebbe bisogno. Questa è solo una delle caratteristiche che hanno fatti parte della personalità forte e contraddittoria di Crujiff, uomo di sport ma anche uomo d’affari in un’epoca in cui il calcio stava per entrare definitivamente nel mondo della finanza; uno dei pochi, forse l’unico, a diventare idolo delle masse anche fuori dal campo ostentando uno spirito marcatamente liberale e capitalista, senza cedere alle simpatie della pancia popolare coma hanno fatto molti a quei tempi. Senza il suo contributo da giocatore e le sue battaglie da allenatore non sarebbe mai esistito un anello di congiunzione tra la piramide di Cambridge, fine dello spontaneismo pionieristico, e l’attuale tiqui taca caratterizzato da pressing estenuante, difesa a zona e attacco degli spazzi in fase di possesso. Non è un caso se negli ultimi anni della sua carriera ha giocato con i simboli della nuova generazione di olandesi degli anni ’80, Rijkaard, Gullit e van Basten, che segneranno un’altra epoca di astrattismo tattico nel Milan di Sacchi, e se da tecnico del Barcellona ha portato in azul-grana un certo Josep Guardiola. Anche da dirigente non ha mai smesso di provare ad affermare la sua idea, secondo la quale, come ha dichiarato in una recente intervista a Giorgio Porrà, in campo non scendono i soldi, ma i calciatori, a costo di scontrarsi con presidenti e dirigenti delle società più ricche del pianeta. Questi sono i ricordi che rimarranno indelebili nella memoria comune che le future generazioni porteranno di una delle più grandi leggende della storia dello sport, la speranza è che non venga dimenticata la correttezza e la semplicità con le quali tutto ciò è stato realizzato da un padre di famiglia che al valore del potere d’acquisto ha preferito il valore delle idee e delle persone care, e fuori dal campo ai riflettori del successo una discreta, straordinaria normalità.

Correva l'anno home