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“Non lasciare un treno fermo alla stazione” canta Roberto Vecchione in un verso della sua Sogna, ragazzo sogna. Ed a volerla dire tutta il rischio che correva la Lazio alla viglia del 152° derby della capitale era in realtà ben maggiore. Non si trattava esclusivamente di lasciare il treno fermo alla stazione quanto piuttosto di rimanere sul binario a guardare il treno dei desideri, quello con destinazione Champions, andar via.

Ed invece al termine di 90 minuti che rasentano (grosso modo) la perfezione, la Lazio di Inzaghi fa saltare il banco rendendo la corsa alla Champions League una vera bagarre quando al termine del campionato mancano 12 giornate (13 per i biancocelesti che devono ancora recuperare la sfida con l’Udinese).

La Lazio non vinceva una stracittadina dal 30 aprile del 2017; l’ultima vittoria in “casa” prima di ieri era addirittura datata 11 novembre 2012. Non c’era allora serata migliore per Caicedo e compagni per spezzare quella che sembrava ormai una vera maledizione. Insieme a quella del confronto con le big del nostro campionato che vedeva fino ai 90’ con la Roma la Lazio con un solo punto all’attivo (quello conquistato contro il Milan) su 21 a disposizione.

La Lazio torna a vincere la stracittadina della Capitale, e lo fa in maniera netta, senza discussioni. La squadra di Inzaghi stava attraversando un periodo difficile per i numerosi infortuni che avevano coinvolto, in rapida sequenza, tutti i suoi uomini migliori e ne avevano condizionato le ultime prestazioni. Nel 152° derby della Capitale la squadra biancoceleste partiva sfavorita. Gli ultimi risultati negativi (sconfitta a Genova ed eliminazione in Europa League ad opera del Siviglia) erano stati in parte compensati dalla buona prestazione nella sfida con il Milan in Coppa Italia finita a reti bianche anche per l’atteggiamento molto prudente dei rossoneri.

La Roma invece era reduce da una striscia positiva di otto partite (con sei successi) in campionato, anche se le ultime due gare (Bologna in casa e Frosinone in trasferta) avevano lasciato molte perplessità per la tenuta difensiva; perplessità per altro già sollevate  dalla disastrosa sconfitta con la Fiorentina in Coppa Italia a cui però aveva fatto da contraltare la vittoria sul Porto nell’andata degli ottavi di Champions.

Lazio Roma 152° derby della capitale

Breve cronaca del 152° derby della capitale

Ieri sera  il tecnico piacentino della Lazio ha preferito non schierare dall’inizio Immobile e Parolo, ancora non completamente ristabiliti, lasciando spazio in attacco a Caicedo in tandem con Correa, e schierando Luis Alberto a mezzala; la Roma invece doveva rinunciare a Manolas in difesa, schierando Juan Jesus al fianco di Fazio, ed optava per un centrocampo a tre con De Rossi, Cristante e Pellegrini.

La cronaca del 152° derby della capitale è nota: dopo dieci minuti Correa ha trovato un corridoio libero in cui si è infilato senza trovare contrasto per servire a Caicedo un assist con un passaggio filtrante con il contagiri tra Fazio e Juan Jesus e l’ecuadoriano pronto a saltare Olsen ed infilare a porta vuota. La reazione della Roma, che trovava in Zaniolo l’interprete più efficace, non ha avuto la veemenza che ci si poteva attendere e la situazione è sempre rimasta sotto il controllo dei biancazzurri.

Solo a metà della ripresa si sono registrate un paio di occasioni per i giallorossi con un tiro dalla distanza di Florenzi che ha preso un giro strano ed è stato deviato in maniera scomposta ma efficace da Strakosha, e con un tocco sottoporta di Pastore che è uscito di un soffio; poi, nel giro di pochi minuti Immobile, subentrato a Caicedo, ha lanciato in contropiede Correa che si è involato inseguito ed atterrato da Fazio a pochi passi da Olsen, con Immobile stesso a trasformare il sacrosanto rigore.

Nel finale del 152° derby della capitale Cataldi, proveniente dal vivaio della Lazio, ha concluso in rete un’azione da playstation tutta di prima e rasoterra, siglando il terzo gol che ha esaltato i tifosi laziali e definitivamente depresso i romanisti.

Lazio Roma 3-0 152° derby della capitale
Foto Alfredo Falcone – LaPresse

L’analisi

Dalle prime battute del 152° derby della capitale è risultata evidente la maggiore determinazione dei biancazzurri, che evidentemente avevano preparato molto bene la partita e correvano ed aggredivano su ogni pallone muovendosi all’unisono con grande concentrazione; il centrocampo laziale ha preso dall’inizio il controllo delle operazioni con Milinkovic in grande serata, che di testa le prendeva tutte, di piede a volte incantava con giocate di fino, ma soprattutto metteva il fisico per opporsi agli avversari; con Lucas Leiva che infaticabile spaziava su tutto il fronte davanti alla difesa a supporto dei compagni per raddoppiare contro i rispettivi avversari e con Luis Alberto, in posizione più arretrata rispetto al suo solito, a portare avanti la palla, rilanciare, impostare.

Intanto Marusic a destra e Lulic a sinistra impegnavano e contenevano rispettivamente Kolarov e Florenzi, attaccando (soprattutto il secondo, molto meno il primo) e tornando ad aiutare i difensori contro gli esterni d’attacco giallorossi.

Senza il supporto dei terzini il centrocampo giallorosso si è perso; De Rossi ha cercato di proteggere la difesa, ma l’esigenza di recuperare il punteggio lo ha frequentemente risucchiato in avanti, mentre Pellegrini e Cristante, in inferiorità numerica ed in difficoltà dal punto di vista fisico, non si sono quasi mai visti. Gli attacchi della Roma consistevano nei tentativi di Zaniolo, che spesso si ritrovava contro Radu, Lulic e Leiva, oppure nella palla lunga per Dzeko che operava da pivot per smistarla al compagno meglio smarcato (ma la densità della Lazio ieri non lasciava molti spazi) con El Shaarawy  che, forse anche per la latitanza di Kolarov, ha solo fatto atto di presenza.

Con l’organizzazione difensiva messa in atto da Inzaghi il reparto arretrato biancazzurro, solitamente non il punto di forza della squadra, ieri non ha mai vacillato. Acerbi, ormai il leader indiscusso, dopo aver annullato Piatek martedì in Coppa Italia ha saputo controllare al meglio il bomber bosniaco della Roma che non è mai stato pericoloso; Bastos, temuto dai tifosi biancazzurri per le frequenti amnesie, ha tenuto bene il campo mettendo in mostra reattività e potenza fisica; Radu, da anni un simbolo per i laziali, dove non arriva con i piedi arriva con il cuore e l’attaccamento ai colori.

Per contro la difesa della Roma, senza una protezione adeguata dal resto della squadra, ha più volte vacillato soprattutto al centro, dove l’assenza di Manolas forse si è fatta sentire più di quanto si temesse; fatto sta che Fazio e Juan Jesus non si sono fatti trovare pronti contro Correa e Caicedo sul primo gol e sul lancio di Immobile per Correa nell’azione del rigore; ancora una volta a conferma che, come la stessa Lazio ha sperimentato tante volte in passato, quando al squadra non ha equilibrio la difesa rimane esposta e, specie se non è composta da fenomeni, non può reggere.

Il futuro

Archiviato il 152° derby della capitale le due squadre devono tornare ora a guardare al futuro. La Lazio va incontro ad un periodo con minori impegni (fuori dall’Europa League, con il ritorno della semifinale di Coppa Italia fissato per il 24 aprile)  e spera quindi di recuperare al meglio tutto il suo organico per puntare alla zona Champions sfuggita per un soffio l’anno scorso.

La Roma invece è attesa già mercoledì dal ritorno degli ottavi di Champions contro il Porto, partita che segnerà in bene o in male la sua stagione. Un’eventuale eliminazione dalla Champions League potrebbe infatti costare la panchina ad un Di Francesco che dopo l’umiliante 7-1 rimediato a Firenze in Coppa Italia si trova ora a dover giustificare anche questa debacle nel derby che, per altro, mette la Roma in condizione di inferiorità anche negli scontri diretti con la Lazio in campionato. In caso di vittoria, invece, la Roma si troverebbe ancora una volta tra le migliori otto d’Europa con una storia che, a quel punto, sarebbe tutta ancora da scrivere.

Ad entrambe l’augurio di riuscire a contrastare il riaffacciarsi delle squadre milanesi e magari il consolidato dominio di Juventus e Napoli sul palcoscenico nazionale. In fin dei conti è lo spettacolo della Serie A a chiederlo.

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